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editoriale
PEC 37
di Gabriele V. R. Martinelli

Cercare di spiegare i motivi della protesta in Brasile non è semplice o forse lo è anche troppo. A voler semplificare si può dire che su una popolazione che si avvia allegramente verso il traguardo dei duecento milioni di anime, la maggioranza della ricchezza è accentrata forse nel due per cento dei cittadini. C’è poi una quota di borghesia agiata, formata da medici degli ospedali privati, professori delle scuole private più prestigiose, commercianti benestanti, magistrati, ufficiali di polizia e, a certi livelli, altri funzionari pubblici, mentre tutti gli altri o sono dichiaratamente poveri o fanno i salti mortali per vivere con decoro.

Il Brasile non è un Paese razzista in senso stretto e ciò è dimostrato dall’enorme ventaglio di colori della sua popolazione, a differenza degli USA dove i neri sono molto più neri; esiste però un altro tipo di razzismo ed è quello del denaro: se hai sei, se non hai fai la figura del popolano di fronte al cardinale nel sonetto del Belli. Il che significa anche che il trattamento della polizia militare, checché se ne dica, è diverso da quartiere a quartiere e tra chi gira in cravatta e chi con la maglia (taroccata) della squadra del suo cuore.

Le ragioni sono indubbiamente storiche. In Brasile l’unica modernizzazione della macchina dello Stato si ebbe con un nazifascista nemmeno troppo mascherato come Getulio Vargas che poi, unico Capo di Stato dell’America Latina, mandò i suoi soldati a combattere contro le forze dell’Asse. Fu Vargas a creare il nazionalismo brasiliano, cominciando con l’abolire le scuole etniche italiane e giapponesi e proseguendo con una serie di altre iniziative, anche propagandistiche. Niente da obiettare; è stato commovente per chi scrive vedere in un bar di Londrina tutti gli avventori scattare in piedi alle note dell’inno nazionale dopo una vittoria di Massa, un atteggiamento che da noi, se c’è mai stato, non si registra da decenni. Meno commovente leggere il piano educativo d’istituto di una scuola di favela, nel 2006, incentrato su “Nazionalismo brasiliano: preparazione ai Mondiali di calcio”. Questo quando le più costose scuole private offrono una preparazione da far invidia ad Eton.

Stranamente l’unico Presidente che sembrava voler cambiare le cose, il primo eletto dopo venticinque anni di dittatura militare, Fernando Collor de Mello, fu destituito dopo un procedimento parlamentare di impeachment con accuse di corruzione, appoggiate da un movimento di opposizione popolare non dissimile da quello odierno. Il Presidente, sulla falsariga dello “Estado novo” di Vargas, voleva creare un “Brasil novo”, con l’istituzione - portata a buon fine - del Mercosur, mercato comune del Sudamerica, e con il tentativo di abolire il protezionismo commerciale che garantisce solo chi fa prodotti di bassa qualità facendoli pagare quanto costerebbero gli originali stranieri se si potessero importare senza balzelli.

Se Collor era corrotto lo era in buona compagnia, con casi di corruzione che emergono di tanto in tanto, come le accuse al figlio del Presidente Lula o come il caso eclatante di tre deputati evangelici filmati a loro insaputa mentre pregavano con devozione per ringraziare il Buon Dio di aver ricevuto una sostanziosa mazzetta.

I motivi della protesta sono diversi, anche se disordini erano già iniziati da tempo a Natal senza che apparissero sulla stampa internazionale. Una delle motivazioni è la presentazione da parte di un deputato della PEC 37, ovvero di una proposta di modifica costituzionale che toglierebbe al Pubblico Ministero la facoltà di investigare, lasciandola solo alle forze di polizia. La proposta è stata letta dai più come un tentativo abbastanza maldestro di impedire al potere giudiziario di mettere il naso in certe faccende.

A questa motivazioni se ne aggiungono altre, come i costi faraonici previsti per Mondiali di calcio e Olimpiadi quando decine di milioni di persone hanno grossi problemi a coniugare il pranzo con la cena o l’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici in un Paese in cui solo i privilegiati possiedono un’automobile e la stragrande maggioranza della popolazione non ha nemmeno la patente. A questo proposito possiamo ricordare che, poco dopo la sua elezione nel 2007, il Governatore del Distretto Federale José Roberto Arruda mise fuorilegge le Van, furgoncini privati che sopperivano alla carenza di mezzi pubblici a Brasilia e con qualche centesimo in più davano a tanti la piacevole sensazione di utilizzare una specie di taxi collettivo. Il 16 marzo 2010 Arruda fu dichiarato decaduto dalla Magistratura in seguito alla scoperta di un grosso sistema corruttivo che potrebbe essere tradotto con “Stipendione”.

Al di là delle varie motivazioni, c’è in molti la frustrazione e la rabbia di vivere in un Paese dalle possibilità immense, dove tutto potrebbe essere possibile per chi ha voglia di lavorare, anche fondare nuove città, ma che sembra non riesca a trovare la rotta giusta per demerito della propria classe politica. Il tanto osannato Lula, pubblicamente elogiato da Bono degli U2 “per aver sconfitto la fame” (distribuiva qualche pacco di alimentari sulla falsariga del Comandante Lauro) ha fatto una politica economica che ha favorito solo le grandi banche, con i tassi d’interesse più alti del mondo, fregandosene di tutti gli altri.

Quello che tanti brasiliani vorrebbero è semplicemente vivere in un Paese in cui sei curato anche se non hai la carta di credito, con una scuola pubblica che funziona, magari con la possibilità di comprarti un’automobile. Diventare dunque piccola borghesia, così come esiste in altre parti del mondo.

articolo pubblicato il: 23/06/2013

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