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editoriale
ius loquendi
di Gabriele V. R. Martinelli

Il governo Letta sta muovendo appena i primi passi e già emergono tutte le sue prevedibili contraddizioni. L’unica cosa è sperare che almeno faccia qualche taglietto alla spesa pubblica, perché nessuno è così sprovveduto da credere davvero che la cosiddetta casta, in questo davvero bipartisan, voglia effettivamente incidere sui mille doppioni, sui mille privilegi, sulle mille incrostazioni che ci hanno portato dove siamo.

Dopo sessantacinque anni dall’entrata in vigore di quella che viene da qualcuno definita “la Costituzione più bella del mondo” - anche da chi non è un esperto di diritto comparato ma solo di talk show - si incomincia timidamente a farsi largo l’idea che qualcosina si potrebbe anche cambiare senza fare rivoltare nella tomba i “Padri Costituenti”. Ai tempi in cui funzionava la Costituente i comunisti temevano che in Italia gli americani imponessero un Governo militare del tipo “Il dittatore dello stato libero di Bananas” e i democristiani che l’Italia facesse la fine dei paesi dell’Europa orientale, finiti, in una maniera o nell’altra, sotto il giogo del Piccolo Padre. Così la Costituzione più bella del mondo fu studiata in modo che nessuno potesse avere i pieni poteri. Addirittura fu previsto che il Senato dovesse avere una durata di sei anni, in modo che i due rami del Parlamento non arrivassero insieme alle elezioni (la cosa non ebbe seguito perché nel ’53 il Senato fu sciolto anticipatamente e dopo si provvide alla modifica costituzionale).

Dopo una ventina d’anni da quando Bossi cominciò a parlare di “Senato delle Regioni”, l’idea si sta facendo strada tra diversi esponenti politici, anche di primo e primissimo piano, ormai del parere che una legge non possa fare da pallina di ping pong tra Montecitorio e Palazzo Madama, perché basta un semplice cambiamento per farla tornare indietro, teoricamente anche all’infinito. Ma questi politici che, oltre ai lauti mensili, possono contare su una serie di agevolazioni precluse ai comuni cittadini, non stanno prendento in conto l’idea che in un momento di crisi come quella che stiamo vivendo sarebbe più logico abolire tout court il Senato, con un risparmio notevole per le casse dello Stato.

Si rischia di essere tacciati per populisti se si dice che l’attentato di piazza Montecitorio ha avuto come conseguenza immediata quella di rafforzare le scorte ai politici e ad altri che politici non sono ma, non si sa perché, la scorta ce l’hanno ugualmente, forse per status symbol. C’è anche chi vorrebbe mettere la mordacchia al web, perché qualcuno ha insultato la Presidente della Camera,Laura Boldrini, ma sarebbe tecnicamente difficile.

Si rischia di essere chiamati reazionari se non si è d’accordo con il Ministro (o la Ministra, come dicono alcuni) Cecile Kyenge che vuole l’istituzione dello jus soli, vale a dire il diritto di essere cittadino italiano per chiunque nasca sul territorio della Repubblica. La Kyenge è stata subito spalleggiata dal deputato del PD Khalid Chaouky e della Presidente della Camera Laura Boldrini, ma ha trovato anche la disponibilità dell’on. Laura Ravetto, esponente di punta del PDL, che ne ha parlato favorevolmente durante un seguitissimo talk show politico.

Lo jus sanguinis che vige in Italia e in tutta Europa (Francia esclusa) ha avuto come conseguenza che non si sa quanti cittadini sudamericani hanno ottenuto la doppia cittadinanza senza nemmeno saper individuare la terra dei bisnonni sul mappamondo, alcuni per poter emigrare senza problemi in Inghilterra o in altri Paesi del Nord Europa, i più ricchi per fare shopping a Miami senza grossi problemi di ingresso.

Ma lo jus soli porterebbe a conseguenze inimmaginabili o forse facilmente immaginabili: i genitori di un bambino nato in Italia non potrebbero essere espulsi e quindi di fatto potrebbero restare sul territorio italiano almeno fino alla maggiore età del bambino e forse tanti migranti raggiungerebbero le nostre coste con la sicurezza che l’avanzato stato interessante della moglie costituirebbe un valido passaporto.

Si rischia di essere chiamati omofobi se si avanza qualche dubbio sulla liceità del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Ma noi che invece siamo progressisti diciamo che è una grande battaglia di civiltà che va affrontata in Parlamento ben prima di sciocchezzuole come dove trovare i fondi per la cassa integrazione, con quali risorse abbassare le tasse, quali soldi utilizzare per aumentare le pensioni da fame, quali speranze suscitare in gente che non sa più dove battere la testa.

articolo pubblicato il: 05/05/2013

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