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cronache
"La mafia a Viterbo"

presentazione del libro


Il Centro per gli Studi Criminologici giuridici e sociologici di Viterbo e la Fondazione Caffeina Cultura Onlus hanno presentato il libro “La mafia a Viterbo” di Daniele Camilli, presso la Libreria del Teatro. Alla presenza di un folto pubblico interessato e partecipe, insieme all’autore, è intervenuto il Criminologo Arije Antinori , Direttore del Master “Criminal Intelligence Analis” del Centro per gli Studi Criminologici. L’incontro è stato presentato da Pierlugi Vito.

Negli ultimi trent’anni, le mafie si sono trasformate in un vero e proprio “contropotere” in grado di interagire, trattare, scontrarsi e sviluppare piani militari. E al tempo stesso radicarsi ed esercitare sovranità sui territori d’origine, facendo impresa e infiltrando nuove zone secondo logiche squisitamente economiche e finanziarie. Un’infiltrazione incruenta ma capillare e concentrata soprattutto nei settori dell’economia reale che, sotto la spinta della globalizzazione e delle innovazioni tecnologiche, sembrava dovesse scomparire per sempre. Una crescita, quella della presenza delle organizzazioni criminali, che è andata di pari passo con la crisi economica – e il collasso di cartelli e imprese presenti in determinati settori da decenni – e con l’assottigliarsi dei luoghi di partecipazione. Per la mafia la crisi è innanzitutto opportunità economica. Perché le organizzazioni criminali hanno quello che l’economia legale in questo momento non ha: liquidità da investire. Per la mafia, l’assenza di luoghi di partecipazione e la distruzione di identità secolari sono un tessuto propizio.

Perché le organizzazioni criminali sanno cosa significa egemonia culturale. Sanno dare identità e raccogliere in tal modo consensi. Per la mafia, la perdita di posti di lavoro è fondamentale. Perché le organizzazioni criminali danno lavoro. La mafia, come abbiamo detto, è una forma di contropotere. Un “contropotere” che muove da un paradigma ripetibile su qualsiasi territorio e in qualsiasi realtà. Perché è soprattutto un paradigma economico. Un modello figlio dell’economia moderna basato su tre principi: vincolo associativo, impresa e sovranità su un determinato territorio o all’interno di uno specifico settore. La strategia di “colonizzazione mafiosa” e di proiezione dell'interesse criminale al di fuori della regione di origine, avviene attraverso un processo di invisibile immersione nel tessuto sociale, nonché di contaminazione culturale-criminale del territorio.

La criminalità organizzata vive traendo linfa dallo sviluppo disomogeneo che contraddistingue alcune aree del territorio della provincia, intercettando le esigenze socio-economiche della popolazione. Il mutamento sociale e la transizione dalla società rurale a quella industriale, post-industriale ed oggi globalizzata, pone in evidenza le difficoltà dello Stato nel rispondere alle istanze del territorio. Occorre uscire dal Taboo di utilizzo di alcuni importanti concetti che a pieno descrivono al contempo la complessità e la realtà dello scenario contemporaneo, al fine di prendere coscienza del fatto che ad esempio si debba ormai parlare di capitale sociale mafioso.

Vi è dunque la necessità di osservare i minimi cambiamenti per poter conoscere in modo organico le specificità dell'organizzazione mafiosa che si sta proiettando nel viterbese, comprenderne le modalità di infiltrazione e, quindi, porre in essere tutte quelle strategie che i diversi attori, forze dell'ordine, società civile, movimentarismo, amministratori locali, devono elaborare per concorrere alla disarticolazione dello sviluppo criminale organizzato. È dunque fondamentale “non temere il proprio tempo” e analizzare bene gli “spazi” che si aprono. Perché anche le “No Man’s Land” si riempiono di animali che credevamo estinti.

Bisogna prestare orecchio ad ogni segnale. L’agricoltura d’attesa e le speculazioni edilizie che ne possono seguire, i grandi appalti e le grandi opere pubbliche, le imprese spazzate via dalla crisi economica, le famiglie buttate in mezzo a una strada perché hanno perso il lavoro, le nuove imprese che nascono, i territori trasformati da palazzi e case che restano poi disabitati, gli scavi archeologici clandestini, i flussi finanziari e le traiettorie economiche, le identità che vengono distrutte e le trasformazioni antropologiche non governate, il mutare della criminalità locale e la sua capacità di agire su piani finora sconosciuti. Occorre saper programmare per investire e indirizzare – ad esempio – gli investimenti verso la ristrutturazione dei centri e palazzi storici piuttosto che costruire nuovi quartieri troppo spesso disabitati e senza servizi. Senza qualità della vita.

Questa seconda edizione de “La mafia a Viterbo” è la prosecuzione di un lavoro iniziato due anni fa. Con nuovi aggiornamenti, interviste e strumenti interpretativi, al servizio della città e di chi la abita. Al servizio di una magistratura e di organi inquirenti viterbesi che – in mezzo a mille difficoltà – stanno dando il meglio di sé. Ci danno fiducia e speranza. Consapevoli però che la partecipazione politica e sociale di tutti i cittadini sono il nostro alleato più importante, l’antidoto alle infiltrazioni mafiose nella Tuscia. Consapevoli che la responsabilità verso gli altri è fondamentale. Anche quando si crede di non averne.

articolo pubblicato il: 30/04/2013

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