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editoriale
ex toto corde poenitet me
di Gabriele V. R. Martinelli

Ex toto corde poenitet me, o, se preferite, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore, recita l’Atto di dolore dei cattolici. Sembra che diversi elettori del Movimento Cinque Stelle stiano ricordando l’antichissima preghiera, dopo tanti, troppi giorni da quei 24 e 25 febbraio in cui si sono tenute le elezioni. Sono elettori con una storia personale di centro, di destra e di estrema destra che si sono uniti ad altri di centro, di sinistra e di estrema sinistra per contribuire a quel grande successo che nessuno poteva prevedere prima di allora.

Da quella fine di febbraio l’Italia è senza un Governo, in una situazione in cui milioni di persone hanno seri problemi per sbarcare il lunario e, senza arrivare al tragico epilogo di Civitanova Marche, sono cresciute troppo a pane e decoro per chiedere aiuto, non si sa tra l’altro a chi.

Grillo ha dichiarato apertis verbis che sta aspettando l’inciucio tra il PDL ed il “PD meno Elle”, come dice lui, perché così la gente “prenderà i bastoni”, ovvero alle prossime elezioni voterà per i Cinque Stelle il “cento per cento” degli elettori, come ha avuto modo di dichiarare. Nel frattempo stiamo qui, in balia di Monti e dei suoi sodali, nominati per salvare l’Italia nella passata legislatura ed ancora in carica, dopo decine di giorni da quelle elezioni in cui Monti ha preso una manciata di voti.

Molti di coloro che avevano “votato Grillo”, come popolarmente si dice, erano disgustati dalla prospettiva di vedere D’Alema agli Esteri, in compagnia di gente come la Bindi o Vendola (detto per inciso, ancora non ha scelto se stare alla Camera o alla Presidenza della Puglia), come altri che non sopportavano l’idea di rivedere in Parlamento leggiadre signore o signorine come Carfagna, Brambilla, Biancofiore.

Ma dare un Governo ad un’Italia in cui tante famiglie si reggono su una o due pensioni, con figli, generi e nuore disoccupati, corredati di nipotini, non è un inciucio, significa cercare di fare quelle cose che Monti non ha fatto malgrado potesse contare su di una maggioranza bulgara.

Qualcuno dirà che il PDL ed il PD meno Elle non hanno nessuna intenzione di fare riforme vere, sostanziali. Probabile, quasi certo, ma questo non significa che il popolo italiano, che è composto da milioni di persone vere, ognuna con i suoi problemi, possa aspettare non si sa cosa e non si sa quando ancora. Molti hanno votato Grillo non perché convinti dai suoi discorsi su “chilometri zero”, “sviluppo sostenibile” o “no TAV”, ma solo perché esasperati da decenni di chiacchiere, da un parte e dall’altra. Assistere a questa sottospecie di teatrino correntizio di democristiana memoria, in cui Grillo si augura l’accordo degli altri per avere in prospettiva maggior potere, non è per niente confortante.

Napolitano, con tutto il rispetto, ha perso tempo nominando dieci saggi per studiare e dare una risposta a questioni che il modesto uomo della strada si pone da decenni. Era il 1994 quando si parlava di ridurre il numero dei deputati, forse il 1996 quando si parlava di Senato delle Regioni. Non tocchiamo il tema dell’abolizione delle Province, quando Maroni propone addirittura la creazione di un ulteriore ente locale, la Macroregione.

Non c’è tempo da perdere, pensa il cittadino schiacciato da un sistema sempre più insensibile, ma nulla sembra voler cambiare dai tempi - sembra un secolo fa, ma sono passati solo un paio di decenni – in cui un giornalista scrisse “Bella gente”, un libro che descriveva la vita dorata del deputato. Chi si trova a vivere da deputato, Grillo o non Grillo, alla fine comincerà a pensare che la ruota delle fortuna abbia girato per lui. Agli altri non resterà che recitare l’Atto di dolore.

articolo pubblicato il: 12/04/2013

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