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il Vate alato

12 marzo centocinquantesimo anniversario della nascita di Gabriele D'Annunzio

di G. V. R. M.

Per anni ed anni è stato da alcuni (pochi, in verità) rimarcato il fatto che nel 1963 il centenario della nascita di Gabriele D’Annunzio fosse passato sotto silenzio sia dalla grande stampa che dalle riviste accademiche, salvo un breve convegno al Vittoriale che non ebbe eco.

Sono passati esattamente cinquanta anni da quel 12 marzo, ma non sembra che l’ostilità nei confronti del poeta sia diminuita; anche questo centocinquantesimo anniversario della nascita, che coincide con il settantacinquesimo della morte sta passando in tono molto minore.

Dire sbrigativamente che D’Annunzio sia antipatico perché era fascista è una cosa che nemmeno l’intellettuale più “organico” potrebbe affermare. Il giustamente osannato Pirandello fu veramente fascista, iscrittosi al partito all’indomani del delitto Matteotti, quando il fascismo sembrava seriamente giunto alla fine, per portare simbolicamente la sua solidarietà a Mussolini.

D’Annunzio non fu mai fascista; fu il fascismo, al contrario, a ricopiare le liturgie militaresche inventate a Fiume dal Comandante, come era chiamato ai tempi ruggenti della Reggenza, i motti come “Me ne frego!”, le canzoni come “Giovinezza”, il saluto “Eia, eia, alalà”, ricalcato sul motto di guerra dei guerrieri greci “Eu, eu, alalazo”; furono giovanotti di provincia e gerarchi con la pancetta a darsi arie da dannunziani, con effetti molto spesso ridicoli.

Il poeta considerava Mussolini un campagnolo ed una volta che l’aviatore del Volo su Vienna ed il bersagliere in congedo si incontrarono, a Mussolini che pomposamente disse “Saluto il Vate alato”, D’Annunzio rispose “Saluto il lesto fante”.

Di un autore morto nel 1938 non si può certo dire che tutta l’opera sia ancora valida e fruibile; dello stesso Pirandello (morto nel ’36) non si può dire che tutte le commedie reggano ancora la scena come la trilogia che fece piazza pulita del teatro borghese ottocentesco. Ma una damnatio memoriae come quella che affligge D’Annunzio non si spiega, soprattutto dopo che il Ministro dell’Istruzione Berlinguer cambiò i programmi dei licei, dando la prevalenza agli autori novecenteschi. D’Annunzio fu il letterato italiano più conosciuto all’estero, soprattutto in quella Francia che era allora considerata il centro della cultura, nello scorcio dell’Ottocento, è vero, ma anche nei primi decenni del Novecento.

Nella sterminata produzione dannunziana molto merita di naufragare nell’oblio, ma i versi di molte liriche dell’Alcyone o la parte dell’Elettra che comprende le Città del Silenzio, ma anche prose come il Notturno o l’ultima grande tragedia in versi della nostra letteratura, La figlia di Iorio, non meritano di essere dimenticate. Ogni anno, d’estate, tra i libri più venduti figura il pirandelliano “Il fu Mattia Pascal”; sarebbe bello se qualche professore consigliasse tra le letture estive “Il piacere”, magari in una edizione normale e non in una di quelle orribili letture per le scuole, zeppe di note inutili se non controproducenti per la fruizione del capolavoro dannunziano.

articolo pubblicato il: 12/03/2013 ultima modifica: 02/04/2013

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