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teatro
"L'Antigone pietas"

al Teatro Orologio di Roma


la compagnia ilaria drago presenta

Antigone pìetas testi interpretazione regia Ilaria drago musiche sonorizzazioni luci Marco Guidi opera scenica Mikulàš Rachlìk al Teatro Orologio da venerdì 8 febbraio fino al 17 tutte le sere alle ore 20.30, domenica ore 17.00

“L’Antigone pìetas" scritta, diretta e interpretata con fascino buio da Ilaria Drago è una donna-guerriera che per funambolismo e tono muscolare sembra uscita da un corpo di Jan Fabre. La direste anche una atleta del cuore che in una Metamorfosi kafkiana cavalca o sfiora i tentacoli di un’immane macchina-balestra metallica, un’architettura di Mikulàs Rachlìk. E mentre torture nude e ardimenti verbali alimentano un subbuglio di riflessioni di questa figlia di Edipo condannata ad essere sepolta viva da Creonte per aver onorato la salma del fratello morto, si fa palpabile una raffigurazione di lei insolita, sotto forma di creatura avvenente e barbara che emette dure ma anche amorose lamentazioni. Tra i riflessi sonori di Marco Guidi, tra le parole che in un getto calmo ma costante risuonano di Sofocle, Matilde Jonas, Maria Zambrano e Simone Weil, si resta suggestionati da uno spettacolo che contiene scatti ferini e urla a livello di sibili. Per merito del senso e della fluidità della protagonista” Rodolfo di Giammarco (La Repubblica)

Antigone è la voce di chi non ha voce, è la pìetas che s’inginocchia ad accogliere ogni essere vivente come fratello e sorella, ad accogliere i barconi scrostati degli ultimi che arrivano a chiedere pane. Antigone da murata viva, dal chiuso del suo corpo buio, svela a sé e agli altri la forza di una possibile resurrezione che avviene soltanto attraverso il nudo di una rivoluzione personale. È dal buio in cui si trova Antigone che ha inizio il lavoro della Compagnia Ilaria Drago. Lo spettacolo ci mostra Ilaria/Antigone all’interno di uno spazio-grotta, macerie metalliche di una città perduta, carcassa di sé dove lo spettatore si ritrova a condividere lo stato di paura viscerale di un sepolto vivo. Nell’antro buio Antigone prende coscienza della natura di quel gesto estratto da se stessa e lo fa divenire radice profonda su cui fare crescere la sua rivoluzione: “un coraggio d’amore, ora lo so, è con questo che ho sepolto Polinice!” Nell’architettura scenica realizzata da Mikulàš Rachlìk, immersa nelle musiche e sonorizzazioni di Marco Guidi, Ilaria Drago si muove nel buio esistenziale di Antigone, assumendo su di sé il corpo di lei e il suo esperire, con fiducia “solo in quella luce che s’accende dove maggiore è l’oscurità, facendo di essa un cuore”.

Antigone sfida il potere di Creonte “non sono un animale, non sono ancora morta e di sicuro non mi ucciderai tu!”, mostrando se stessa e la sua forza nuda, la sua sacralità di donna e di essere vivente, un essere che non si arrende e che non lascia nessuno indietro “te lo prometto Polinice, farò qualcosa di me, qualcosa di buono!”, e a farla navigare fuori dal buio uno scheletro di nave che costruirà da quelle macerie ferrigne che l’avevano accolta quand’era scivolata giù “nell’inferno che non è neppure ancora fatto di morti, ma solo d’ombre di ombre.”.

articolo pubblicato il: 06/02/2013

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