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cultura
Luigi Cornia

reggiano e nissseno


Luigi Cornia è nato a Reggio Emilia nel 1882, è morto all’età di 45 anni nel 1927, nella sua città di adozione Caltanissetta. Fin da ragazzo mostrò la sua predisposizione alla musica. Rimasto orfano, assieme alla sorellina, di ambedue i genitori, con l’aiuto di una nobildonna modenese amante dell’arte e della musica, che vide in lui un futuro genio, frequentò il Conservatorio dove ebbe modo di fare valere e dimostrare le sue spiccate attitudini alla musica e alla composizione.

Nonostante il suo prezioso virtuosismo alla tromba e al pianoforte non riusciva a sostenersi economicamente, per vivere e mantenere anche la sorella, partecipò a un concorso che lo vinse come solista di tromba e fu così destinato a Caltanissetta, dove si sposò con la nissena Alfonsa Melfa ed ebbe cinque figli.

Uomo virtuoso, riservato, seppe conquistarsi la fiducia e la benevolenza dei nisseni, ai quali dava con i suoi concerti tutto se stesso nell’interpretazione e direzione delle varie opere classiche. Compose romanze, cantate, pastorali, fantasie, opere sinfoniche e liriche che mandavano in delirio la gente. Ha collaborato con il poeta M. Bonavia che ha scritto il testo di una sua romanza per canto e pianoforte, un delicato andante, di alto valore artistico.

Nel ricordo, nel 1987, del musicista Carlo Di Cataldo che ebbe modo di conoscerlo: «… Incominciai ad apprezzare le sue grandi doti di virtuosismo nel suonare la tromba e fui talmente impressionato dalla tecnica di suonare che a volte mi domandavo se la tromba fosse lui a suonarla o un angelo, tale era la dolcezza del suono delle melodiche note musicali…Ricordo quando si esibì con la sua melodica tromba, nel delirio della ‘Lucia di Lammermor’ il successo fu enorme, e nel delirio degli applausi, fu richiesto diverse volte il bis…

Il Cornia fu anche istruttore, insegnante per l’insegnamento degli strumenti di ottone e del pianoforte. Faceva parte dell’orchestra del Teatro Trieste e partecipava come solista di tromba a tutti gli spettacoli di opere liriche che si davano al Teatro Regina Margherita che allora era quasi tutto l’anno aperto… Vestiva con cappello a sventolo, fumava il sigaro, era appassionato di caccia e di tanto in tanto, soleva prendere, tutto l’equipaggio, andava solo oppure in compagnia di amanti di caccia… Ricordo, che quando avevo la fortuna di suonare con lui mi diceva sempre: “Ricordati che l’esercizio musicale dà buoni frutti… La sua vita breve ma intensa, fu tutta piena di glorioso orgoglio… Ricordo che nelle prove, che si facevano serali, lui, era quasi sempre esentato di suonare, ma pur nondimeno, veniva lo stesso…».

Era un frequentatore dei Palazzi di famiglie nobili, dove spesso era invitato a tenere concerti di sue composizioni, «… brillantissime romanze per canto, fantasie per piano, dolcissime pastorali... - scriveva Enzo Falzone (anche a proposito della nota Marcia Funebre intitolata “Tristezza” dal pronipote Francesco Guadagnuolo) - Si tratta di un vero poema sinfonico nel quale il musicista, come del resto in tutte le sue composizioni, seppe esprimere quella mestizia e quella malinconia che oltre a essere motivate da tante sue delusioni, erano la caratteristica del suo carattere che, ci dicono, fu schivo, malinconico, taciturno» (Giornale di Sicilia, 23/2/1978). «Leggendo le biografie critiche di Luigi Cornia – ricorda il filosofo Rosario Assunto in una lettera dell’agosto 1979, indirizzata al pronipote Francesco Guadagnuolo – mi è tornato alla mente, come in certe pagine di Proust, l’unico remoto ricordo di lui come musicista. Era l’estate prima che morisse; rincasavamo con i miei genitori e i miei zii, passando sotto la di Lui Abitazione: da un salotto illuminato scendevano bellissimi accordi di piano, e sentii dire da mia zia: “Sentite il Maestro Cornia, come suona bene!”».

La sua musica era pervasa da un sentimentalismo romantico, con un fondo di tristezza e ciò forse per il suo passato certo non felice, che ascoltandoli commuovevano. Intensa la sua attività di compositore, di Direttore, di insegnante. Purtroppo molta musica del Maestro è andata perduta o sparsa per il mondo: del Maestro oggi rimane ben poco; sufficiente, però, a darci una conferma del suo genio creativo. Pare che avrebbe dovuto fare un viaggio di lavoro per incontrare il grande Toscanini, pochi giorni prima di morire. Dopo la sua morte alcune musiche furono pubblicate e vendute come “Sogno di gioventù” fantasia per pianoforte di straordinaria fattura con lo sviluppo di diversi temi; di timbro forte, nervoso scorrevole, con sbalzi di gioia e di tristezza; ben si fondano le scale cromatiche che colorano la composizione; il cupo finale è come un passaggio dalla vita alla morte con un presto fortissimo che sembra stroncare la vita del giovane musicista. «Realismo e Romanticismo – scrive Enzo Falzone nel 1977 – perché non bisogna dimenticare che il Cornia vissuto nel momento di massimo splendore dell’arte del Mascagni che inaugurò quella che allora venne chiamata ‘La giovane scuola’ e di quella del Puccini con il suo romanticismo smagliante e struggente, non poteva non sentirsi trascinato… Non solo romanticismo di poetica dolcezza si riscontra nella sua opera ma anche dolore, tristezza, pianto. Un dolore, una tristezza che sono eredità e spiegazione dell’immediato dopoguerra in cui gli uomini, usciti dal crogiolo della conflagrazione mondiale, sentirono il tormento e l’inquietudine, nel tramonto dei vecchi ideali, di una rinnovata coscienza e brancolavano alla ricerca di nuovi veri e di altre espressioni. In tanto naufragare di fedi, in un ambiente così mutato e diverso, si sentiva oscuramente l’insufficienza e la insoddisfazione di quanto s’era fatto ed era stato detto. Un’epoca tramontava. La guerra, rotti violentemente di un tratto gli antichi legami, segnava una brusca svolta nel cielo degli avi. Ed anche l’uomo la rompeva bruscamente con la tradizione e il passato. Tristezza dunque e volontà di rinnovarsi, di rinnovare, di dire qualcosa di nuovo, di dolce, di affettuoso, di più vicino all’uomo, al cuore dell’uomo».

«La vita di Luigi Cornia, fu tutta dedicata alla musica – scrive ancora Carlo Di Cataldo – le sue belle composizioni, rimangono in me, come un caro ricordo incancellabile, vedi caso la sua bella, armoniosa e melodica ‘Marcia Funebre’, … Non parliamo del famoso e grande poema il ‘Capriccio’ che si suonava, quasi tutte le sere, al Teatro Trieste. Luigi Cornia, fu ammirato, sia a Caltanissetta, che fuori… Grandi furono le sue doti e molte furono le sue composizioni, che, purtroppo, non ricordo, poiché, alla sua morte, qualcuno le volle, forse per farli del tutto sparire. Questo mi risulta, anche come testimonianza, dei suoi familiari…».

Per interessamento del pronipote, il pittore Francesco Guadagnuolo, che ha cercato la sua musica e l’ha tutelata, organizzandone alcuni concerti in Sicilia nel cinquantesimo anniversario della sua morte, di cui alcune composizioni per pianoforte sono state orchestrate dal Maestro Salvatore Ragusa come ‘Capriccio’ che piacque molto per la squisita fattura, sia nello svolgimento del tema, sia nella melodia che suscita una tenera nostalgia. Inoltre, Francesco Guadagnuolo ha eseguito diversi ritratti del bisnonno che hanno interessato la critica, fra questi la testimonianza dello scrittore-intellettuale Nino Di Maria (autore del noto libro da cui è stato tratto il film “Il cammino della speranza” di Pietro Germi): «… ancora altri ritratti di Luigi Cornia, pensoso, assorto, come trasfigurato dall’onda melodica che scaturisce dai profondi recessi della sua anima tormentata dall’avverso destino che stroncherà poi l’esistenza del musicista in giovane età…».

articolo pubblicato il: 07/01/2013

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