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scala mobile
di Vittorio Sordini

Sono passati più di sessanta anni dalla fine dell’ultima guerra mondiale e dalla nascita della Repubblica Italiana. La dinamica del benessere e dello stato di soddisfazione delle famiglie italiane potrebbe essere rappresentata su di un piano di assi cartesiani riportando nella ascissa il tempo che trascorre e nell’ordinata il grado di soddisfazione espresso in unità. Questo esercizio lo potrebbe fare chiunque, basandosi sui propri personali ricordi o fidandosi dei racconti o analizzando le cronache tempo per tempo. Sicuramente non credo che si possa trovare un politico di lungo corso che sia disposto ad alzare la riproduzione del grafico sopra la propria testa per far apprezzare agli astanti l’andamento del grafico stesso (gesto di Montiana memoria).

Le famiglie italiane nell’ultimo trentennio si sono andate via via impoverendo e sarebbe un augurio dire “fino a toccare il minimo in questo ultimo anno” , perché sembra che non ci sia limite al minimo. Oggi ogni italiano ha in capo una quota del debito pubblico di ca. 66.000 euro, il costo della vita sale continuamente, i salari sono regolati da contratti nei quali non si riconoscono più né i datori di lavoro né i lavoratori. Si sente dire sempre più spesso che i ricchi diventano sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri. L’economia ristagna per mancanza di domanda e non si creano nuovi posti di lavoro, anzi se ne perdono quotidianamente. Sarebbe il caso che ci interrogassimo sul perché è successo prima di andare ad addebitare le responsabilità agli attori.

Un esercizio che potrebbe aiutare sarebbe quello di individuare le cose che sono state cambiate e che rappresentavano punti cardine; il lavoro di ricerca si potrebbe affinare ed approfondire individuando quelle iniziative che chiunque ha auspicato e che non sono state poste in essere.

Un punto cardine che è stato modificato è sicuramente la scala mobile. “Scala mobile” è chiamato il meccanismo che permetteva l’adeguamento automatico dei salari al costo della vita. Questo strumento era semplice ed efficace, basato sull’osservazione della variazione dei prezzi al consumo di un paniere (costantemente aggiornato in base al variare degli usi e costumi)di beni e servizi, significativo dell’andamento del costo della vita per una famiglia media italiana. Dopo la metà degli anni ’70 i detrattori dell’utilizzo della scala mobile furono assai di più dei fautori, e quindi maturò la convinzione che un incremento automatico dei salari era esso stesso un elemento di aumento dei prezzi e quindi dell’inflazione.

A ben pensarci: l’inflazione, cioè la perdita di potere di acquisto dei salari per effetto dell’incremento dei prezzi, si potrebbe contrastare immettendo un maggior numero di prodotti sul mercato in modo tale da riequilibrare la domanda e l’offerta. Si creerebbe un circolo virtuoso che alimenterebbe l’occupazione ed i nuovi occupati darebbero vita a nuovi bisogni da soddisfare e così via. Tuttavia se la logica del profitto prevale su quella dello sviluppo e il circolo virtuoso si interrompe, in quanto conviene guadagnare di più impiegando meno capitale di rischio e tenendo alti i prezzi non adeguando i volumi alla domanda e soprattutto sfruttando una situazione di concorrenza inefficiente, allora si altera il principio di una equa distribuzione del reddito tra forza lavoro e capitale. Negli anni ’70 l’80% degli utili andava al lavoro e il 20% al capitale; oggi siamo a proporzioni invertite. Ora tenendo bene a mente il grafico di cui si è parlato in premessa non ci verrebbe da domandarci: forse abbiamo sbagliato tutto?

articolo pubblicato il: 03/01/2013 ultima modifica: 11/01/2013

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