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editoriale
God Save the Queen
di Teddy Martinazzi

Le Olimpiadi rappresentano una grande vetrina per il Regno Unito e la sua monarchia. Inglesi, Scozzesi, Gallesi, pur nelle loro diversità, si sentono tutti membri della stessa nazione. Insieme a loro, circa quattro milioni di immigrati appartenenti a centinaia di etnie diverse amano Elisabetta II con la stessa devozione dei britannici.

Anche in Italia esiste il melting pot, più o meno un milione di stranieri di diverse etnie, ma la situazione è ben diversa. Fino agli anni Sessanta il Risorgimento faceva ancora bene o male da collante dell’identità nazionale, poi nelle scuole entrarono i docenti ex sessantottini a mettere in discussione i programmi di storia, cui si aggiunse una superficialissima interpretazione delle teorie storiografiche del Braudel, per cui nelle scuole negli anni Settanta si cominciò a non insegnare più il Risorgimento ma ad intervistare i nonni su cosa mangiassero in gioventù. Il Risorgimento perse quella centralità che nell’ordinamento scolastico aveva mantenuto per un secolo.

Più o meno negli stessi anni cominciarono ad uscire pubblicazioni in favore del Brigantaggio, così che cominciò ad affermarsi, tra i meridionali, l’idea del Risorgimento come oppressione del Sud da parte dei piemontesi. Ora, che il cosiddetto Brigantaggio non fosse altro che autentica guerriglia lealista borbonica e papalina è assodato per chiunque non sia in completa malafede, come si sa che l’Unità non fu certo a favore delle classi sociali meno fortunate. Si sa anche che poco o nulla cambiò nell’organizzazione dello Stato, con il mantenimento delle carriere civili e militari preunitarie, così che i giudici che condannavano i briganti erano gli stessi che un paio d’anni prima condannavano i liberali.

Le storie di tutte le nazioni sono piene di sopraffazioni, linguistiche culturali e religiose, quando addirittura non ci sono state vere e proprie pulizie etniche; tutto, però, viene superato dalla convinzione di far parte di un unico progetto storico e sociale. Basti pensare all'orgoglio che anima gli appartenenti ad alcuni popoli, come se il nascere in un determinato Paese comporti effettivamente qualche merito oggettivo. In Italia tutto questo non c’è, al massimo c’è l’appartenenza regionale, quando non il vero e proprio campanile o addirittura la contrada.

Il melting pot funziona dove c’è un forte senso di appartenenza nazionale. I brasiliani, di qualsiasi colore o livello sociale, si dichiarano molto orgogliosi di esserlo, come se essere nati a Rio o a San Paolo comporti maggior merito che essere nati a Parigi o a Perth. Sembra assurdo, ma è così e questo vale anche per statunitensi, francesi e tanti altri popoli. In Italia lo straniero trova difficoltà a sentirsi appartenente, perché per primi sono gli italiani ad autodenigrarsi, a non sentirsi popolo.

Ci si mise anche Martelli, con la sua legge sulla nazionalità, ad affermare il diritto per gli immigrati di mantenere la propria cultura. Un discorso del genere può valere, con notevoli limitazioni (non si può ammettere l’infibulazione, il matrimonio forzato, la mancanza di considerazione per la donna) in Paesi in cui è molto forte il senso di appartenenza. Da noi si rischia semplicemente di finire come la vecchia Yugoslavia.

articolo pubblicato il: 29/07/2012

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