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"Storie dell'altro cinema"

di Ugo Casiraghi


Edizioni Lindau presentano

STORIE DELL’ALTRO CINEMA di Ugo Casiraghi
a cura di Lorenzo Pellizzari prefazione di Gian Piero Brunetta
Edizioni Lindau | Collana «Saggi» | pp. 440 (più inserto fotografico) | euro 29,00 | ISBN 978-88-6708-002-1
In collaborazione con l'Associazione di Cultura Cinematografica “Sergio Amidei”

«Ho sempre pensato che Casiraghi sarebbe stato un ottimo professore di storia del cinema, assai più vocato all’insegnamento di molti docenti catapultati dalle pagine dei giornali all’Università negli anni pionieristici di fondazione dell’insegnamento cinematografico. Basta leggere uno qualsiasi dei saggi raccolti in questo volume, scritti per lo più per il quindicinale di Fiume "Panorama" nell’arco di quasi un ventennio, per rendersene conto.» G.P. Brunetta

Che cosa ci facevano i cinesi a Torino? E cosa accomuna un regista zarista quale Evgenij Bauer e uno bolscevico quale Aleksandr Medvedkin? Un cantante nero quale Paul Robeson e un fotografo bianco quale Paul Strand? Un bengalese quale Satyajit Ray e un senegalese quale Sembene Ousmane? Cosa può legare i cineasti di Ucraina, Uzbekistan, Armenia da un lato e quelli di Serbia, Croazia, Slovenia dall’altro? Per cosa si battevano Humberto Mauro, André Malraux, Yilmaz Güney? Amavano lo stesso cinema sir Michael Balcon e Andy Warhol, Powell & Pressburger e Kon Ichikawa, Sergej Jutkevic e Costa-Gavras?

Tutte le risposte nelle storie raccolte in questo volume, in cui Casiraghi, con le consuete qualità di affabulatore, racconta, accanto a nomi a tutti noti, nomi dimenticati ma sempre caratterizzati da almeno tre elementi: libertà, innovazione e poesia. Se rivoluzionari, meglio ancora. Perché Karl, che il cinema ha tentato invano di tradurre sullo schermo, e Groucho, Chico, Harpo, che il cinema ha tentato invano di imbrigliare, recano lo stesso cognome: Marx!

«Il lavoro paziente e la cura che ha dedicato ai grandi temi trasversali, come quello della rappresentazione dello sport nei paesi dell’Est o della Rivoluzione francese o del Primo Maggio nella storia del cinema, o ha ricostruito, comunicandoci il piacere della sua ricerca e il senso della cura con cui l’ha condotta, la storia di una cinematografia o di un autore, da Bauer a Griffith, da Strand a Malraux, da Powell e Pressburger a Arthur Robeson, da Satyajit Ray a Sembene Ousmane a Humberto Mauro, da Ichikawa a Güney dai fratelli Marx ai registi armeni, da Mamoulian a Yervant Gianikian, trasmettono ancora intatte tutte le qualità positive del lavoro di Casiraghi. E ci restituiscono il senso alto del suo impegno e del suo lavoro, l’esattezza e chiarezza della sua scrittura, la cura della documentazione, l’ampiezza e capacità del suo sguardo olistico, la varietà degli strumenti, non solo ideologici di cui si serviva, senza voler mai ergersi a giudice, insieme al bisogno costante di capire e di emozionarsi di fronte agli sconfinati poteri del cinema di raccontare il mondo che ci circonda.» G.P. Brunetta

Ugo Casiraghi (Milano 1921 - Gorizia 2006) è stato critico cinematografico del quotidiano «l’Unità» dal 1947 al 1977 e collaboratore della rivista croata in lingua italiana «Panorama» dal 1979 al 1999. Il suo primo libro è «Umanità di Stroheim ed altri saggi» (Poligono, 1945); gli ultimi, postumi e a cura di Lorenzo Pellizzari, sono «Alfabetiere del cinema» (Falsopiano, 2006), «Naziskino, ebrei ed altri erranti» (Lindau, 2010) e «Vivement Truffaut!» (Lindau, 2011, premio Limina MYmovies 2012 per il miglior libro di cinema).

DALLA PREFAZIONE DI GIAN PIERO BRUNETTA, storico e critico cinematografico.

In quegli anni, oltre agli articoli sull’"Unità", che compravo ogni giorno nel periodo della Mostra, mi era capitato tra le mani un quaderno della Federazione Italiana dei Circoli del Cinema del 1951 scritto interamente da Casiraghi e dedicato al "Cinema cecoslovacco ieri e oggi" e un numero di "Centrofilm" del 1960 dedicato al cinema cinese. Due saggi lunghi che riflettevano molto bene il suo modo di lavorare, la vastità delle sue competenze, la cura per i dettagli e la completezza delle informazioni e le ottiche e prospettive che guidavano il suo lavoro. Per sua stessa dichiarazione, Casiraghi era diverso dagli altri critici quotidianisti. Per scrivere il suo pezzo quotidiano rispetto a molti suoi colleghi che teorizzavano e praticavano spesso una scrittura quasi automatica, più veloce del pensiero, aveva bisogno di un tempo e di una riflessione lunghi. Era un "long distance runner", non un centometrista colto e ben attrezzato come Pietro Bianchi o Tullio Kezich. Spesso un intero pomeriggio non gli bastava a dare la forma che voleva lui a un suo articolo. Di tutti i critici era quello che, nel modo di lavorare, accosterei di più al Mastro Geppetto di Collodi. Per ore lavorava l’articolo, curandone la forma e la sostanza, scegliendo e pesando con attenzione ogni parola, curando la precisione lessicale e del pensiero, cercando sempre di far emergere la carne e il sangue della materia filmica, privilegiando la dimensione umana, rispetto a quella artistica o espressiva, che pure gli interessava e consentiva di qualificare e distinguere un autore dall’altro. Gli piaceva sentir scorrere nelle immagini la "petite histoire" e la storia collettiva, la storia dei vinti, la storia di cui i libri di storia non parlavano e per lui cultura e arte popolare avevano a che fare con l’antropologia e la lezione gramsciana, le radici profonde, le tradizioni, le mitologie di un fenomeno e non andavano confuse con la pop art, su cui pure ha scritto pagine di grande intelligenza. Casiraghi ha svolto sicuramente bene il suo lavoro di critico, prendendo la sua buona dose di cantonate, non vedendo certi fenomeni, sopra- e sottovalutandone altri, ma raramente i suoi articoli manifestavano una cattiva fede o un’ottusità pregiudiziale e culturale (come, per fare un solo esempio, gli articoli di Giuliano Ferrara su Benigni) e potrebbero entrare di diritto nel mio ideale Museo degli orrori cinematografici (in cui invece faccio rientrare di diritto alcuni articoli memorabili del mio amato Umberto Barbaro), di cui molti critici presenti lungo tutta la storia della Mostra veneziana meritano di avere posizioni al top nella sala centrale. Certamente ricordo di aver visto Casiraghi uscire, come molti altri suoi colleghi, dalla proiezione di "L’Année dernière à Marienbad" come i pugili suonati che avevano appena incontrato Cassius Clay alle Olimpiadi di Roma. Ma ho sempre apprezzato e ammirato la sua integrità e la sua autentica sofferenza nel dover emettere un giudizio negativo, la sua capacità di distinguere e cogliere le autentiche novità sperimentali, di essere spesso ben guidato da un sano buon senso di orientamento tra vero e falso piuttosto che da rigidi comandamenti ideologici o estetici.

DALLA NOTA INTRODUTTIVA DI LORENZO PELLIZZARI, saggista e critico cinematografico. A parte le piccole o meno piccole monografie che, nel tempo, Casiraghi ha dedicato alle cinematografie ancora inesplorate che conosce (talora lui solo) e che ama (cecoslovacca, cinese, cubana, ungherese) o ai cineasti da cui non può prescindere (Luis Buñuel), anche nella pratica del recensore ha sempre tenuto presente la necessità di "storicizzare" (l’autore, il contesto sociopolitico, culturale, produttivo, l’epoca di riferimento o quella di realizzazione), giungendo alla visione – quel fugace momento su cui poi, in tempi brevi, basare il tutto – con uno specifico bagaglio di conoscenze. Ma ora che "storico" lo è davvero, può permettersi di esserlo, non abbandona la professione del cronista e soprattutto la volontà di essere compreso da tutti, accessibile a tutti, al servizio del lettore. Tanto da far sentire a quest’ultimo, anche quando quel film non potrà mai vederlo, o quell’autore gli sarà per sempre vietato, la possibilità di "esserci", di essere al suo fianco nella visione. Quando, nel gennaio 2006, a pochi giorni dalla scomparsa di Ugo, pensai di onorarne la memoria con la pubblicazione, nella collana "La nobile arte" da me diretta e dedicata al recupero degli scritti di grandi critici cinematografici, di un volume a lui riservato, l’idea corse subito ai saggi di "Panorama", per l’intuibile motivo che si trattava di testi sconosciuti ai più, oltre che subito disponibili senza ulteriori ricerche. Nacque così, quasi come "instant book", «Alfabetiere del cinema», che riproponeva, in ordine alfabetico per autore, 122 saggi originalmente apparsi tra il 1984 e il 1995 sul quindicinale fiumano allora diretto da Ezio Mestrovich, all’ultimo momento ridotti proditoriamente dall’editore a una sessantina, ma comunque sufficienti a render conto, come primo assaggio, di quello straordinario giacimento (in entrambe le accezioni del termine). Nella fretta (e non avendo ancora esplorato il suo computer) era sfuggita l’esistenza di alcuni progetti che Ugo aveva cominciato a stabilire per ordinare la materia e di numerosi file in cui aveva trascritto, con modifiche e integrazioni, molti di quei testi (prevedendo già almeno due volumi: «I cinesi a Torino. Storie dell’altro cinema» e «Maestri del cinema»). (...) «Storie dell’altro cinema» – si è preferito questo titolo anziché «I cinesi a Torino», che risultava editorialmente un po’ limitativo o fuorviante e suonava abbastanza criptico (ma si sono lasciati invariati i titoli un po’ “criptici” delle varie “storie”, come per invitare il lettore a scoprire da sé in quale territorio stesse addentrandosi) – si presenta come il suo autore avrebbe voluto fosse. Solo a elencare gli argomenti, una volta “decifrati”, ci si trova immersi nella storia del cinema come nella storia del mondo, vagando di epoca in epoca, di paese in paese, di autore in autore. Il viaggio inizia dalla Cina, la cui cinematografia, almeno in Italia, Casiraghi conosce e frequenta per primo, grazie a un'"incursione" oltre la muraglia compiuta nel lontano 1957 con una delegazione guidata da Carlo Lizzani e poi a un’ulteriore esplorazione consentita dalla grande manifestazione torinese “Ombre elettriche” del 1982 (a essa si è riservato, non potendo esemplificare dispersivamente il tutto, il corredo fotografico, tratto, ove non altrimenti specificato, dalla sterminata fototeca di Casiraghi). Dalla Cina con amore, si direbbe, e con altrettanto amore si prosegue per le altre tappe, si tratti della Russia o del Senegal, dell’India o del Brasile, della Gran Bretagna o del Giappone, dell’Armenia o, appunto, della Jugoslavia, della Spagna o di quanto esiste "al di fuori" di Hollywood. Amore che è amore per il cinema, amore per gli uomini che – talora in condizioni disagiate, talora senza i meritati riconoscimenti, talora condannati all’oblio – lo hanno fatto, e amore per gli uomini cui quel cinema era destinato, che l’hanno visto o che dovrebbero vederlo. Se non altro ripercorrendo queste pagine.

L'INDICE 5 Prefazione, Gian Piero Brunetta 13 Nota introduttiva, Lorenzo Pellizzari 21 Fonti 27 I cinesi a Torino 77 Melodrammi al tempo dello zar 103 Griffith il grande e Griffith il piccolo 113 Il cine-treno e il mužik 127 Il padre del cinema brasiliano 135 Virtualmente, Marx 149 I fratelli Marx che non erano marxisti 159 Espoir España 167 Peripezie d’un artista di colore 177 La coscienza dell’America 191 Allons enfants 219 Primo Maggio 233 Il molto onorevole Mr. Ealing 247 Sergej Jutkevič, esteta leninista 255 Gli arcieri di sua maestà 263 L’imprevedibile giapponese 269 Filmario di sport socialista 287 Un Oscar al Bengala 303 La voce dell’Africa nera 317 L’Underground e i suoi mutanti 331 L’ex-aequo di Strehler 341 Frammenti di animazione orientale 349 Zingaro e infelice 371 Che ve ne sembra dell’Armenia? 409 Indice dei film 419 Indice dei nomi

articolo pubblicato il: 25/06/2012

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