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taccuino di viaggio
"Nel deserto algerino"

Spedizione in tenda e fuoristrada nell'Hoggar e Tassili N'Ajjer. 1° giorno

di Sergio Gigliati

Alla scoperta delle meraviglie del deserto algerino, ai confini del mondo, dove inizia il nulla e si ha sempre l’impressione di essere in altre dimensioni. Tra dune e deserto, oasi e montagne, animali allo stato brado e piante spesso poco conosciute, con gli abitanti e padroni di questa parte del modo: i tuareg.
Come anticipato in uno scorso articolo Iniziamo il diario di viaggio della spedizione effettuata in tenda e fuoristrada nell’Hoggar e Tassili N’Ajjer
1° giorno.
Sveglia alle sette.
La notte è comunque stata molto agitata. Si ha sempre l'impressione di aver dimenticato qualcosa all'ultimo momento: zaino, borsa, macchina fotografica, tutto è pronto. Alle 9 prendo il trenino per l'aeroporto di Fiumicino: è lì che intorno alle 11 e 40 ho appuntamento con Paolo e Mariarosa, che arriveranno a Roma dal Milano. Rendez-vous perfetto: alle 11.30 ci incontriamo al banco dell’Air Algeria. Mariarosa è una simpatica professoressa di matematica e scienze (ora in pensione) con la quale istauro subito un buon feeling.
Prime spese in aeroporto: bracciali anti zanzare e cuscinetto gonfiabile per dormire. Un fugace pranzo a base di pizza in un bar e poi subito al banco per il check-in dei bagagli. Si comincia bene: quasi un'ora di fila per imbarcare le borse. Il volo (un Airbus 600) parte con più di un'ora di ritardo. Pranzo con le solite schifezze da aereo. Unica nota simpatica, io e Mariarosa che ci siamo fatti alcuni Sudoku per tutto il tempo del volo. Arriviamo all'aeroporto internazionale Houari Boumedienne (in arabo: مطار هواري بومدين) di Algeri che è la principale struttura aeroportuale dell'intera Algeria. Qui ci attende Hafid Bentoumi un simpatico algerino che parla molto bene l’italiano e che ci terrà compagnia tutto il giorno portandoci in giro turistico per la città con la sua auto.
Algeri ricorda molto la città di Genova: si stende lungo il mare tutta arroccata su di una collina. Andiamo diretti alla Basilica di Nostra Signora d'Africa che chiude alle 17.30: l'aereo è arrivato in ritardo (16.00), quindi dobbiamo sbrigarci; la chiesa è in una posizione che domina la città ma purtroppo è nella parte opposta all'aeroporto: il traffico è naturalmente caotico e arabo (non si rispettano mai precedenze e/o pedoni); arriviamo alla chiesa alle 17 e il prete all'entrata ci chiede di affrettarci perché sono in chiusura. Chiesa moderna, semplice, ma con una particolarità: un'incisione sull'abside dietro l'altare con scritto: "Nostra Madonna veglia per noi e per tutti i musulmani".
Il panorama che si gode da qui è veramente splendido, abbraccia tutta la città e gran parte del mare fino a perdersi all’orizzonte . Scendiamo verso il porto e posteggiamo ai limiti del souk: il mercato comincia ai bordi della grande place des Martyrs che confina con la vecchia area portuale. Alcune foto alle barche dei pescatori, poi di corsa nel souk, facendo uno slalom fra le macchine per attraversare la grande piazza. Il souk è molto bello e pieno di attività ma purtroppo è tardi e le bancarelle sono tutte in chiusura. Un'occhiata speciale alla casa della “favorita” dell'ultimo Sultano, poi di nuovo in macchina per un giro sulla parte alta di Algeri. Alle sette cena in un ristorantino tipico dove mangiamo carne e spiedini alla brace. Salutiamo Hafid che ci ha accompagnato all'aeroporto ed aiutato con le ultime formalità e saliamo sull'aereo che ha già un'ora di ritardo: partenza prevista ore 22.00 con un volo interno (un Boeing 737) che dovrebbe atterrare all’oasi di Djanet intorno alle 23.50; ora effettiva di partenza 23.30 (tanto per cambiare). Nota di colore: io e Mariarosa facciamo conoscenza in aereo con un ragazzo algerino che ci offre dei dolci tipici molto buoni.
Arriviamo a Djanet (che i francesi chiamavano Fort Charlet) alle 1.15. E’ un oasi con circa 20.000 abitanti situata ai piedi del Tassili N’Ajjer a mille metri sul mare e considerata uno dei centri più importanti per l’incontro delle carovane. L'aeroporto è una lunga pista nel deserto a circa 30 km dalla cittadina. Vi è un'unica stanza dove si sbrigano le formalità doganali, si ritirano i bagagli e si fanno i primi incontri con formiche, mosche, scarabei e scarafaggi.
Dopo qualche minuto arriva Djaba, il Tuareg che ha l'agenzia presso la quale ci siamo appoggiati e che ci farà da guida nel viaggio nel deserto. Carichiamo i bagagli e due casse di vino algerino che abbiamo prelevato ad Algeri e che ci faranno compagnia nelle notti nel Tassili. Raggiungiamo Djanet e il nostro “hotel Zeriba”, una rest-house dove tutti si appoggiano prima di iniziare il viaggio verso il grande sud. Scarichiamo i bagagli nella stanza 126; sono le 2.30

Continua.

articolo pubblicato il: 21/05/2012

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