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editoriale
memoria corta
di G. V. R. M.

Molti commentatori ricordano in questi giorni che il finanziamento pubblico ai partiti fu abolito nel 1993 tramite un referendum cui partecipò il 77 per cento degli aventi diritto al voto, con il novanta per cento di voti favorevoli ( il precedente referendum del 1978 aveva quasi raggiunto il quorum, nonostante la campagna per l’astensionismo di tutti i partiti ad esclusione di quello liberale e del radicale promotore).

È giustissimo ricordare tutto ciò, soprattutto quando per difendere il posto di lavoro di una pletora di funzionari di partito e galoppini vari si alza la voce da più parti paventando la fine della democrazia e lo strapotere dei ricchi e delle lobby. Negli anni Cinquanta c’era un giornale che la domenica veniva acquistato anche da chi non era in grado di leggerlo; un partito popolare, radicato sul territorio, riesce a convincere i propri elettori della necessità di contribuire, mentre i “ricchi” spesso i soldi tendono a tenerseli ben stretti e le lobby, come si vede dalle cronache, funzionano alla grande anche in regime di finanziamento pubblico.

I partiti si mossero in piena concordia per riavere i soldi pubblici tolti dal referendum e con la legge n. 2 del 1997 introdussero il prelievo del quattro per mille – senza l’obbligo di indicare un partito – sulle tasse pagate; ma la legge non entrò in funzione perché con la 157 del 1999 fu istituito il regime dei cosiddetti rimborsi elettorali.

Molti commentatori non ricordano che il 21 maggio del 2000 si tenne un referendum per abolire i rimborsi, ma solo 32 elettori su cento si recarono a votare e di questi il trenta per cento si espresse per il mantenimento del finanziamento. Tecnicamente solo un italiano su cinque di quelli che allora erano maggiorenni può gridare allo scandalo. Gli altri dovrebbero onestamente ammettere che se la sono voluta.

articolo pubblicato il: 21/04/2012

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