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editoriale
cinquantesimo caduto
di Gabriele V. R. Martinelli

Michele Silvestri è il cinquantesimo caduto italiano nell’inospitale Afghanistan. Il copione è quello solito, dei quarantanove morti precedenti, per non contare tutti gli altri, da quando l’Italia ha cominciato a dispiegare i suoi soldati negli scenari più diversi, sempre però, avendo cura di sottolineare che si tratta di “missioni di pace”. Funerali di Stato, suono del Silenzio, facce di circostanza delle autorità, dichiarazioni altrettanto di circostanza. “La missione italiana in Afghanistan continua comunque, a essere decisiva per la tutela della libertà, della sicurezza e della pace”; parole del Presidente del Senato, Schifani.

Secondo dati ufficiali della Difesa, aggiornati al 19 marzo scorso, i militari italiani sono impegnati in ventisette Paesi, per un totale di 6.293 soldati, dei quali 4.000 in Afghanistan, 1.100 in Libano e 848 nei Balcani. Se abbia senso tutto questo onestamente non si sa o forse non si vuole dire. L’Italia non è tra le cinque potenze del Consiglio di sicurezza dell’ONU, né ha speranze di farne parte in futuro, come la Germania, che diventerebbe il terzo Stato dell’Unione Europea, con buona pace della necessità di dare rappresentanza all’Africa e all’America Latina e con altrettanta buona pace dell’idea di una politica estera comune della UE. Non si capisce perché l’Italia, non avendo speranze di contare di più sullo scacchiere mondiale, debba spendere vite umane in giro per il mondo.

La politica militaresca italiana cominciò quasi in sordina in Libano, per aumentare esponenzialmente fino ai massicci bombardamenti di dalemiana memoria. Poi nessun Governo ha tentato di aprire quantomeno un dibattito sull’argomento, di capire se era il caso di mandare i soldati a destra e a manca, visto che non dobbiamo salvaguardare un anacronistico ricordo di grandeur come certe potenze ormai solo di nome.

Nemmeno a dire che questo Governo, tutto preso dal mito del mercato e dalle preoccupazioni dello spread, si ponga minimamente il problema dei costi in denaro, ma soprattutto in vite umane, delle nostre missioni all’estero. Come scrive Paolo Deotto, un giornalista che non può essere minimamente etichettato di sinistra, “È singolare notare anche che il Loden, tanto preoccupato di tagliare le spese inutili, non si preoccupi di dare un taglio a questi impegni militari all’estero, la cui totale inutilità è palese”. È indubbiamente singolare.

articolo pubblicato il: 27/03/2012

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