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cultura
Totò, l'uomo e l'artista

la sua grandezza non fu riconosciuta

di Antonio Magliulo

Di solito, quando c’è il blocco del traffico ed ho bisogno di spostarmi in fretta, sono costretto a prendere il taxi. Appena salgo in macchina, mi siedo accanto all’autista e comincio a “dargli corda”, in modo da farmi raccontare qualche curiosità sul suo mestiere, in particolare, gli incontri che fa.

Una volta, un anziano tassista mi raccontò d’aver conosciuto Totò, in circostanze molto singolari. La cosa mi incuriosì parecchio, perché anch’io da ragazzo avevo avuto la fortuna d’incrociarlo. Dico “fortuna” perché l’ho sempre ritenuto un eccellente artista e una persona di grande umanità.

L’autista confermò la mia impressione, raccontandomi che una sera era fermo dinanzi alla Stazione Centrale ed a un tratto vide arrivare Totò a bordo di un’elegante limousine. Questi si fermò, lasciò la limousine, salì sul taxi e si fece portare al centro storico, un dedalo di vicoli, che avrebbero reso difficile il passaggio della propria vettura.

Giunto nei pressi della Sanità, l’artista decise di proseguire a piedi. Mentre avanzava lungo una stradina, si guardava intorno, ripensando forse alla sua infanzia, ai giochi coi compagni ed alle marachelle compiute assieme a loro. La situazione non era cambiata molto e nella zona regnava ancora lo stesso degrado.

Ogni tre o quattro metri Totò si fermava, si chinava ed infilava una banconota da diecimila lire sotto l’uscio di un basso. Impiegò circa un’ora per percorrere tutta la strada e completare l’opera, dopo di che risalì in auto e si fece riaccompagnare alla stazione, pregando l’autista di non far parola con nessuno di ciò che aveva visto.

Sul palcoscenico, Totò era una macchina da risate, un fuoco pirotecnico; fuori era diverso: serio, pensoso e spesso malinconico; detestava la “pompa” e l’apparenza. Aveva il vezzo del titolo nobiliare, non per spocchia, ma come rivincita sugli stenti e le umiliazioni che aveva dovuto subire durante la giovinezza, quando i compagni più maliziosi lo canzonavano perché portava il cognome della madre.

Totò, dietro le quinte, si spogliava della sua maschera clownesca e diventava il principe de Curtis. Partecipava pochissimo alla vita mondana e preferiva trascorrere il proprio tempo libero fra le mura domestiche, strimpellando un po’ il piano e componendo versi. Era un uomo schivo, riservato e soltanto dopo la sua morte si venne a sapere che aveva aiutato centinaia di persone in difficoltà e finanziato un rifugio per cani randagi.

Totò nacque a Napoli, il 15 febbraio 1898, figlio naturale di Anna Clemente e del marchese Giuseppe De Curtis, un nobile decaduto, che solo trent'anni dopo lo riconoscerà legalmente, mettendolo in condizione di fruire del proprio cognome.

Dopo aver frequentato le scuole elementari, venne iscritto al “Collegio Cimino”. Qui durante un'esercitazione di boxe, ricevette un pugno che gli causò la deviazione del setto nasale. Questa asimmetria facciale diventò poi una smorfia fissa, una sorta di maschera teatrale, che lo accompagnò per tutta la vita.

A quattordici anni, Totò abbandonò la scuola per esordire nei teatri di periferia con piccole compagnie di prosa che si rifacevano alla Commedia dell’arte, una forma di recitazione molto antica, in cui gli attori non usano un vero e proprio copione, ma seguono un canovaccio, cioé una trama appena accennata. Prima di andare in scena, il capocomico riunisce gli attori, spiega l’azione da rappresentare ed assegna loro i vari ruoli. Il successo dello spettacolo resta affidato appunto all’arte degli interpreti, ovvero alla loro bravura. Questa forma teatrale richiede una notevole capacità d’improvvisazione ed una buona intesa coi colleghi; infatti viene chiamata pure “recita all’improvviso” oppure “a braccio”.

All'età di sedici anni, deluso dai magri compensi dell’attività teatrale, Totò decise di arruolarsi nell'esercito. Venne assegnato al 22° Reggimento Fanteria di Pisa. Ben presto però si accorse che che la vita militare non faceva per lui e diventò uno specialista nel marcare visita, inventandosi di volta in volta le scuse più bizzarre.

Qualche settimana dopo venne trasferito al 182° Battaglione, un reparto destinato al fronte francese. Prima della partenza, il comandante li avvertì di stare attenti, ché avrebbero diviso le stanze con una compagnia di soldati marocchini, dalle strane abitudini sessuali. Totò rimase sconvolto dalla notizia, così ebbe l’idea di fingere un attacco epilettico. Fu talmente realistico da essere subito ricoverato all'ospedale militare. Da lì passò al reggimento di Livorno, dove restò sino al congedo.

Fu l’esperienza militare a suggerirgli la famosa battuta: “Siamo uomini o caporali?”, di cui in seguito chiarì il significato: “L’umanità, io l’ho divisa in due categorie di persone: uomini e caporali. La categoria degli uomini è la maggioranza; quella dei caporali per fortuna è la minoranza. Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare per tutta la vita, come bestie, senza vedere mai un raggio di sole, senza mai la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama. I caporali sono invece coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza averne l’autorità, l’abilità o l’intelligenza, ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque”.

Negli anni ‘20 Totò lavorò come mimo e macchiettista riscuotendo un grande successo. Già allora il suo personaggio era ben definito: la bombetta sul capo, il tight a “zompafuosso”, la mimica facciale, erano i suoi tratti inconfondibili.

La forza di Totò stava principalmente nel carisma, cosa che lo differenziava dai colleghi. Nei suoi spettacoli non si limitava a far ridere, ma trascinava letteralmente il pubblico in un vortice di battute e situazioni comiche, entusiasmandolo fino al delirio.

Ecco cosa scrisse Federico Fellini, che assisté ad un suo spettacolo: ”Scivolava come se stesse su delle rotelline, una candela accesa in mano, il frac da becchino e, sotto l'ala della bombetta, due occhi allucinati, dolcissimi, da rondone, da ectoplasma, da bambino centenario, da angelo pazzo. Mi passò vicinissimo, leggero come un sogno e subito scomparve inghiottito dalle onde del pubblico che si alzava in piedi, lo acclamava, voleva toccarlo, trattenerlo. Riapparve, ormai irraggiungibile, laggiù sul palcoscenico, in una immobilità catalettica; si dondolava avanti e indietro, in silenzio, leggermente, gli occhi che giravano come le biglie della roulette. Poi, di colpo, la funebre cornacchietta soffiò sulla candela, alzò la tesa della bombetta e disse a tutti: - Buona Pasqua. Ma non era Pasqua. Era novembre”.

Nel 1922 Totò si trasferì a Roma con la famiglia. Qui riuscì a farsi assumere nella compagnia comica di Giuseppe Capece, riscuotendo però una paga molto bassa. Quando andò da lui per chiedergli un aumento, fu licenziato in tronco. Decise allora di presentarsi al Teatro Jovinelli, dove debuttò recitando il repertorio di Gustavo De Marco, suo maestro e modello artistico.

Fu il successo. In breve tempo il suo nome apparve sui cartelloni pubblici e cominciarono a fioccare le scritture nei teatri più famosi: il Trianon, la Sala Umberto, il San Martino di Milano e il Maffei di Torino.

Totò ripeteva spesso che il vero copione della comicità è la miseria e non si può far ridere se non si conoscono la sofferenza, la fame, il freddo, l’amore non corrisposto e la solitudine, sui quali si può anche ironizzare.

Egli ricordava sempre gli anni meno felici della propria carriera quando, dopo le recite nei teatrini di provincia, si ritrovava in certe squallide camere ammobiliate, rammaricandosi per le scarpe rotte, l’arroganza degli impresari e la trivialità di talune platee.

Nel 1933, dall’unione con Diana Bandini Rogliani, nacque la figlia Liliana. Ma il matrimonio con Diana durò poco, infatti dopo quattro anni divorziarono. Totò amava molto le donne e le donne amavano lui. Erano attratte dalla sua fama e dalla sua bravura, ma soprattutto dal garbo e dalla misura, doti naturali, innate, che non avevano nulla a che fare con i titoli acquisiti.

Sia in palcoscenico che nella vita privata, Totò non usò mai espressioni scurrili. Nei cento film girati, non c’è una sola frase volgare o di cattivo gusto. A volte giocava con i doppi sensi, ma sempre in modo fine e intelligente. Al giorno d’oggi i comici ricorrono spesso alle parolacce, così fanno meno fatica a suscitare il riso; puntano su un bisogno diffuso nella gente: lo sbotto trasgressivo. E’ noto che le imprecazioni volgari servono a liberare le tensioni accumulate: rabbia, paura, rancore, dolore fisico e possono indurre al riso.

C’è da dire però che l’ilarità provocata in tal modo è scontata; le parolacce non sempre sortiscono l’effetto desiderato, a volte finiscono col generare noia o imbarazzo.

Totò possedeva una qualità molto apprezzata dal gentil sesso: quando s’innamorava di una donna, la corteggiava e la colmava di attenzioni, non solo agli inizi, ma nel corso dell’intera relazione, facendola sentire costantemente al centro dell’universo.

Una soubrette dell’epoca, Liliana Castagnola, donna di grande fascino, ma dal temperamento troppo possessivo, ebbe una breve storia con Totò e quando capì che lui si era stancato a causa della sua gelosia, ingoiò un tubetto di sonniferi e mise fine alla propria esistenza.

Nel 1952 l’artista partenopeo si innamorò di Franca Faldini, una giovane graziosa, intelligente ed istruita, alla quale restò legato sino alla fine. Dalla loro unione nacque un bambino, Massenzio, che purtroppo morì poche ore dopo aver visto la luce.

Nonostante il notevole divario anagrafico ed una certa diversità caratteriale, la loro unione fu solida e duratura. La Faldini girò diverse pellicole col compagno, poi lasciò il mondo dello spettacolo per dedicarsi al giornalismo. Oltre a Liliana de Curtis che ha raccolto con cura ricordi e cimeli del padre, è stata la Faldini a fornire le notizie più interessanti e dettagliate sulla vita privata di Totò.

In un riuscito saggio, racconta che uno dei suoi difetti più "curiosi" era l'ipocondria, aveva il terrore delle malattie ed era capace di consultare il medico per un nonnulla, mentre le sue virtù più grandi erano la prodigalità e la modestia. Nonostante il pubblico lo osannasse e nutrisse per lui una vera adorazione, non si riteneva un grande artista e non pensava di essere conosciuto pure all’estero.

Un’estate Totò si trovava in vacanza sulla Costa Azzurra, a bordo del proprio yacht. Ad un tratto si accorse che sull’imbarcazione accanto c’era Charlie Chaplin che si tratteneva in coperta a prendere il sole. Stava per salutarlo ma, poiché temeva che l'altro non lo riconoscesse, rinunciò e si ritirò nella propria cabina. Il pomeriggio di quello stesso giorno, mentre si trovava a poppa a fumare una sigaretta, si sentì chiamare: “Totò… Totò!” Alzò gli occhi e vide un uomo che gli sorrideva e si sbracciava per salutarlo. Quell’uomo era Charlie Chaplin!

Nel 1956, Totò tornò al teatro con la rivista di Nelli e Mangini: A prescindere. Gli impegni della tournee gli impedirono di curare una polmonite virale che gli aveva provocato una grave emorragia all'occhio destro, l'unico da cui vedesse, dopo il distacco della retina avvenuto all'altro occhio vent'anni prima.

La cecità lo colse l’anno dopo, a Palermo, mentre si trovava sul palcoscenico del Politeama e ricopriva il ruolo di Napoleone. Improvvisamente, voltò le spalle al pubblico e fece l’atto di togliersi qualcosa dall’occhio, come se gli fosse entrato un corpo estraneo. Per fortuna, accanto a lui c’era Franca Faldini, la fedele compagna, che si accorse del problema, accelerò i tempi e lo aiutò a chiudere lo spettacolo in anticipo.

Da quel momento per l’artista partenopeo fu notte fonda e dovette sospendere la propria attività. Poi, lentamente, grazie alle cure di un valente oculista, la vista migliorò, consentendogli di riprendere il lavoro.

Per molto tempo Totò fu padrone del palcoscenico in parecchie riviste di successo, recitando accanto ad attori famosissimi, come Anna Magnani e i fratelli De Filippo, con i quali aveva un legame di profonda amicizia.

La maggior parte del pubblico lo conosce grazie a i suoi film. Va detto, a tal proposito, che il suo esordio nel cinema non fu facile. I primi successi arrivarono soltanto alla fine degli anni ’40 con alcune parodie di classici: Fifa e arena e Totò le Mokò.

Successivamente, nacque il sodalizio artistico con Peppino de Filippo, col quale formò una coppia perfetta. Assieme girarono parecchie pellicole: Totò, Peppino e la malafemmina (1956) La banda degli onesti (1956) Signori si nasce (1960) e ancora: Arrangiatevi; Totò, Peppino e la dolce vita (1961) Totò, Peppino e le fanatiche; etc.

Anche i film realizzati assieme a Carlo Croccolo, Enzo Turco, Giacomo Furia, Aroldo Tieri, Aldo Fabrizi, Nino Taranto, Mario Castellani, Luigi Pavese, etc ebbero grande successo e sono considerati degli “evergreen”; infatti a distanza quasi di un secolo conservano ancora tutta la loro freschezza e carica umoristica.

Famosissimi anche i film tratti dalla commedie scarpettiane: Miseria e nobiltà; Il turco napoletano; Il medico dei pazzi, etc pellicole che, grazie alla loro prorompente comicità, fanno parte ormai della storia del cinema.

Totò improvvisava spesso le sue battute, seguiva poco i copioni, non per insofferenza o presunzione, ma perché, quando ci "metteva il suo zampino", il risultato era migliore. Per questo motivo molti registi lo lasciavano fare, dandogli facoltà di apportare le variazioni che riteneva opportune. Così, prima di ogni ripresa, l’artista riuniva i colleghi nella propria roulotte e concordava con loro movimenti e battute che sarebbero servite a migliorare la scena. Alcune delle pellicole più riuscite furono il frutto di trovate originali e immediate, nate sul set, mentre i fonici, i truccatori e gli operatori si piegavano in due dalle risate ed erano costretti a interrompere le riprese. Sembra che la famosa lettera di: Totò, Peppino e la malafemmina sia nata nel momento stesso in cui Totò la dettò. Milioni di persone ricordano l’esilarante contenuto di quella missiva, così come hanno fatto propri tanti modi di dire creati dall’artista.

Peppino de Filippo credeva poco nell’improvvisazione e infatti dichiarò che avrebbe voluto preparare meglio le riprese dei film girati assieme a Totò ed attenersi maggiormente al copione originale, per ottenere un “prodotto” di qualità. I fatti però hanno dimostrato che era in errore. Fra lui e Totò esisteva un’intesa perfetta e, proprio in virtù della loro estemporaneità e naturalezza espressiva, nacquero i capolavori comici del cinema italiano. Ed è anche grazie a quelle pellicole se oggi Peppino è considerato uno dei più grandi attori cinematografici di tutti i tempi.

C’era nella comicità di Totò una miscela ben assortita, fatta d'ironia, surrealismo, umorismo non sense, mimica e parodismo. Bisogna dire che non tutti i film che girò avevano una trama interessante; alcune storie erano “graciline” e un po’ banali, eppure Totò, grazie alla propria bravura, riusciva ugualmente a “illuminarle”.

Nel 1966, l’incontro con Pier Paolo Pasolini, inaugurò per lui una nuova fase. Il regista friulano gli propose di girare Uccellacci e uccellini (1967) e poi un episodio di Capriccio all’italiana (1967) due storie “impegnate, di notevole contenuto simbolico, in cui l’attore partenopeo dimostrò di possedere diversi registri interpretativi. Con queste pellicole ottenne il secondo Nastro d’argento. Il primo lo aveva conseguito col film Guardie e ladri, considerato uno dei migliori film che abbia mai girato, un'equilibratissima storia, a metà fra comicità e dramma e collocabile perciò nel cosiddetto filone del "neorealismo rosa".

Bisogna dire che se il consenso popolare nei confronti di Totò fu - ed è tuttora - straordinario, la stampa non gli risparmiò critiche, anche piuttosto dure. Erano gli anni in cui imperava la critica neoilluminista. L’accusa più ricorrente che veniva rivolta all’artista era quella di girare film leggeri e disimpegnati, dotati di un macchiettismo deteriore ed una sceneggiatura volgare. Totò era dipinto come un attore caotico, individualista, privo di una coscienza politica e dotato di una vis comica fine a se stessa.

"E’ veramente doloroso constatare - scriveva La Voce Repubblicana, nel 1954 - come la comicità di certi film italiani sia ancora legata a sorpassati schemi appartenenti al più infimo teatro di avanspettacolo"

E l’Unità di quegli anni rincarava la dose: “Gli spettatori non sono fortunati, costretti ad ingerire prodotti così squallidamente raffazzonati, così privi di spirito e d’ogni luce d’intelletto umano”.

Gli autori di questi articoli avrebbero rinvenuto certamente la luce dell’intelletto, se i film di Totò fossero stati impregnati di satira politica e avessero sventolato la bandiera della contestazione.

Questi signori però ignoravano, o fingevano di ignorare, che un artista non può piegarsi ai dogmi di questo o quel partito e neppure è obbligato a crocifiggersi a un’ideologia. Egli è padrone di esprimersi come crede, perché l’arte è sinonimo di libertà. L’ideologia passa, può rivelarsi illusoria e fallace, l’arte invece rimane, specialmente se è universale. Gli ideali politici si possono esprimere pure nel chiuso dell’urna elettorale, senza farne necessariamente una missione e renderla di pubblico dominio.

Naturalmente, è lodevole che un’opera sia improntata ad elevati valori umani e sociali e offra un contributo al progresso civile ed al riscatto dei diseredati (vedasi ad esempio l’impulso impresso in tal senso dai capolavori del neorealismo) ma non è giusto "accanirsi" su un artista solo perché realizza film leggeri e d'evasione.

I film di Totò venivano tanto apprezzati all’epoca (in Italia e all'estero) perché erano divertenti e popolari, qualità che, paradossalmente, hanno sempre fatto storcere il naso alla critica radical chic, tutta protesa verso il cerebralismo e preoccupata di rappresentare soltanto gli intellettuali.

Pasolini, che non era certo un reazionario, dichiarò: “Nel fondo di Totò c'era una dolcezza, un atteggiamento buono e al limite qualunquistico, ma di quel tipico qualunquismo napoletano che non è qualunquismo, ma innocenza, distacco dalle cose ed estrema saggezza”.

Bisogna dire che da alcuni anni la critica ha riabilitato l’artista partenopeo. L’Unità del 12 luglio del 1992 riporta un articolo a piena pagina nel quale è scritto che "Totò era più grande di Charlot". E' evidente che si tratta di un eccesso giornalistico, perché non si può passare da un estremo all’altro con tanta disinvoltura, e poi perché il confronto è improponibile, in quanto si tratta di due artisti con caratteristiche differenti. Chaplin fu protagonista del cinema muto e poi autore di film d'impegno sociale. Totò, anche se dotato di straordinaria vivacità creativa, fu prevalentemente interprete. Egli non può essere considerato né meglio né peggio di Chaplin, per il semplice fatto che si tratta di due personalità distinte ed a sé stanti.

Se esaminiamo i film girati da Totò, ci accorgiamo che il suo contributo al progresso umano non è programmato ed organico come quello del collega inglese, ma si sostanzia nello sberleffo ai fanfaroni, nell'invenzione di gag che a volte fanno il verso ai cosiddetti ceti benpensanti e nella creazione di un linguaggio nuovo e divertente.

Nonostante la generale rivalutazione, vi sono ancora degli irriducibili che considerano la sua arte una sorta di macchiettismo qualunquistico, consolatorio e fuorviante. Costoro evidentemente ignorano gli avvenimenti che hanno caratterizzato la storia europea degli ultimi cinquant’anni: il crollo del muro di Berlino, il superamento dei blocchi contrapposti, le delusioni prodotte dalla Sinistra, etc. perciò si attardano a ragionare ancora in termini classisti ed a operare delle distinzioni fruste e obsolete.

Che l’arte debba essere indipendente rispetto alla politica non è una novità; lo dichiarò Vittorini all’epoca nella nota polemica con Togliatti. Secondo lo scrittore siciliano, la politica ha il diritto di subordinare a sé l’arte solo quando opera cambiamenti qualitativi all'interno della società, e questo accade raramente, in momenti eccezionali, cioè rivoluzionari. In tempi “ordinari” deve lasciare che l’artista sia totalmente autonomo.

Totò non nascose mai un certo affetto per la monarchia, ma si trattava di un sentimento epidermico, emotivo, non di una convinzione radicata e profonda. Nessuno può dire con assoluta certezza per chi votasse, neppure sua figlia Liliana, o la sua amata compagna Franca Faldini. Una cosa è certa: se fosse stato un simpatizzante del regime, i fascisti non gli avrebbero tirato contro una bomba, all’uscita del teatro Valle, né gli avrebbero dato la caccia per deportarlo al nord.

Come tutti i grandi artisti, egli era inclassificabile; incarnava la storia e i caratteri degli italiani: la fame, la miseria, l'ignoranza, la rassegnazione, la sfiducia, ma anche la ribellione, l’energia e il coraggio che nascono a volte dalla disperazione e possono trasformare improvvisamente gli uomini in eroi. Totò non poteva essere altro che se stesso, cioè un clown imprevedibile e disarticolato, oppure lo scugnizzo irriverente che si fa beffe di tutti: potenti e non potenti, ricchi e poveri, nobili e plebei, rimanendo fedele solamente a se stesso e all’irrefrenabile umorismo che era in lui.

Il 14 aprile del 1967, l’artista ebbe un malore e dovette interrompere la lavorazione del film e nella notte di sabato 15 aprile subì un grave infarto. Il giorno dopo, intorno alle tre e mezzo del mattino, dopo un susseguirsi di vari attacchi cardiaci, si spense. Due giorni dopo, la salma fu trasportata nella chiesa di Sant'Eugenio, in Viale delle Belle Arti. Sulla bara, la bombetta con cui aveva esordito e un garofano rosso. Nel pomeriggio il feretro giunse a Napoli, accolto da una marea di folla. Fu Nino Taranto a tributargli un accorato e toccante elogio funebre.

Un lunghissimo applauso lo salutò per l’ultima volta, poi il suono delle campane scandì il rito della sepoltura che si svolse nella cappella De Curtis al Cimitero del Pianto, presso Capodichino.

Totò rimarrà per sempre nella memoria della gente, anche quella che apparentemente lo snobba, perché, in un mondo funestato da odio, guerre, egoismo, miseria e bassezze d’ogni genere, egli seppe offrire delle occasioni per far ridere e superare così l'amarezza e riacquistare un po’ di fiducia nella vita.

articolo pubblicato il: 09/03/2012 ultima modifica: 11/03/2012

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