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teatro
doppio appuntamento con Elio Pandolfi

a Palazzo Santa Chiara di Roma


PALAZZO SANTA CHIARA
dal 2 al 4 marzo 2012
Piazza di Santa Chiara, 14 - tel. 06 6875579
orari spettacoli: dal Venerdì al Sabato ore 21, Domenica ore 18
costo del biglietto da € 22 a € 18

E. M. FORSTER
STORIA DI UN PANICO
a cura di Tiziana Masucci

Elio PANDOLFI, voce recitante vMarco SCOLASTRA, pianoforte
di Edward Morgan Forster
Prima Rappresentazione a Roma
Musiche di Ginestra, Britten, Elgar, Chopin, De Crescenzo, cannio, Wagner, Part

«Credo fosse nel maggio del 1902 quando feci una passeggiata nei pressi di Ravello» annota E. M. Forster. Infatti, lo scrittore inglese e sua madre Lily si recarono in vacanza a Ravello, ospiti della Pensione Palumbo, in una camera che aveva “una vista splendida” (non dimentichiamo che Forster è tra gli scrittori anglosassoni più obsessed dalla vista). Il giovane Morgan rimane affascinato dall’atmosfera e dal luogo, così tanto da scrivere The story of a panic, Storia di un panico. «Mi sedetti in una valle, a poche miglia dal paesino e, d’un tratto, il primo capitolo di un racconto mi invase la mente come se stesse aspettando in quel posto proprio me. L’ho preso e sono scappato in albergo dove l’ho scritto immediatamente.» Il racconto venne pubblicato in Gran Bretagna solo nel 1911 suscitando - come temeva l’autore - la reazione negativa della madre che, dopo averlo letto, svenne e le ci vollero diversi giorni per riprendersi. Motivo per cui, il racconto subì una battuta d’arresto a livello di pubblicazioni; e Forster cercò, in seguito, sempre di nascondere la sua omosessualità sia nella vita che nella produzione letteraria. Il legame tra E. M. Forster e il genius loci ravellese è speciale. Non si tratta solo di ispirazione creativa ma di identificazione erotica. In altre parole, Ravello è stato per Forster il suo spartiacque sessuale. Il Sud dell’Italia ha dato il via a quel lento processo di conoscenza del suo vero essere, ossia di auto-conoscenza; e i suoi romanzi hanno portato a compimento tale processo. Non è dunque un azzardo sostenere che senza quell’aiuto, Forster avrebbe impiegato molto più tempo a intraprendere un percorso di conoscenza di se stesso e sarebbe stato, probabilmente, uno scrittore meno precoce di quanto sia stato. Il Sud con le sue immagini, i colori, la carnagione brunita dal sole, ha rivelato allo scrittore inglese - e a numerosi suoi compatrioti artisti e intellettuali - la forza della sensualità, come scoperta del sé e come coraggio di vivere i propri sentimenti. Storia di un panico va intesa come il racconto di una iniziazione, è senza dubbio uno scritto “coraggioso” per i contenuti allusivi che strizzano l’occhio al pubblico che si trova immerso in un’atmosfera mitica e al contempo realistica. La lettura interpretativa di Elio Pandolfi di Storia di un panico ricrea tale atmosfera; gli intermezzi musicali del maestro Marco Scolastra - che esegue anche brani di Edward William Elgar e Benjamin Britten - contribuiscono alla creazione di una performance originale, briosa e sognante.

SINOSSI
1902. In una giornata d’estate a Ravello - scrive E. M. Forster - un medico e una comitiva di inglesi della quale fa parte il timido e introverso giovane Eustace decidono di recarsi a Vallone Fontana Caruso per un picnic. Dopo aver mangiato, mentre il ragazzo intaglia uno zufolo dal legno, viene rimproverato dalla vecchia zia: «il dio Pan ha lasciato per sempre la sua dimora per colpa di quelli che, come te, non hanno rispetto per i boschi». Pan! Quel nome sembra aver innescato una magia… segue un assoluto silenzio, rotto dal fischio dello zufolo e da un colpo di vento, simile a un ululato. Paura! Il gruppo scappa ma nel panico generale, nessuno pensa a Eustace che sembra scomparso. Inghiottito dal mistero. Solo in seguito, le zie lo troveranno svenuto, circondato da sinistre orme di zoccoli caprini. Il comportamento di Eustace, una volta ripresosi, è diverso: corre, gioca, canta, ride e soprattutto insiste a voler incontrare un tal Gennarino, un pastore del luogo. Nonostante i continui rimproveri, gli entusiasmi di Eustace non si placano nemmeno durante la cena e le sue urla tengono sveglia la comitiva per tutta la notte. Il medico parla con Gennarino, l’unico che sembra sapere cosa sia accaduto a Eustace. Il pastorello risponde laconico: «Eustace, ora, appartiene solo al bosco». Quella stessa notte, Eustace fugge dalla finestra. E scompare nuovamente senza lasciare traccia. L’unica speranza di ritrovarlo è affidarsi a Gennarino che, in cambio di dieci lire, accetta l’incarico. In realtà, non ha nessuna intenzione di trovare Eustace, appena intascati i soldi fugge ma si ferisce a morte. Alle prime luci dell’alba la comitiva britannica si ritrova a vegliare il corpo esamine di Gennarino. Mentre dal bosco circostante giungono le risate mefistofeliche di Eustace.

PALAZZO SANTA CHIARA
dal 9 al 11 marzo 2012 vPiazza di Santa Chiara, 14 - tel. 06 6875579
orari spettacoli: dal Venerdì al Sabato ore 21, Domenica ore 18
costo del biglietto da € 22 a € 15

ELIO PANDOLFI voce recitante
MARCO SCOLASTRA pianoforte

Le Vispe Terese vdi LUCIANO CICIONI
Musiche di Chopin, Catalani, Casella

L’autore, Luciano Cicioni, di mestiere fa l’avvocato. E di certo Cicioni avrà la maturità classica. Di certo terrà, in casa, scaffali di libri letti; non soltanto, nello studio legale, quelle severe, inquietanti teorie di dorsi zeppi di leggi, teorie, sentenze. Quanti bei nomi di “esercenti” l’attività legale fan parte della letteratura italiana. Cicioni, è bene dirlo, sta vincendo la sua sfida con le parole e la versificazione, e se è vero che barthesianamente “testo vuol dire tessuto”, il suo telaio lavora trame di grande abilità, che rivelano capacità mimetiche calibrate, non sul filo del travestimento satirico o burlesco, ma sul registro di una transcodificazione ironica e sofisticata. A Cicioni non interessa tanto, come nel classico crudele Paolo Vita-Finzi o nel trasgressivo Michele Serra, misurarsi – oltre che sul contesto stilistico – nei contenuti per così dire ideologici, quanto entrare nella pelle linguistica dell’altro. Non lo stimola troppo la versione caricaturale. Ama di più la creazione di un sosia, quella che Bachtin definisce “l’affermazione di un mondo alla rovescia”, che poi è la cifra della parodia. Dunque ecco nascere dalla costola di Luigi Sailer trentuno Vispe Terese, in carne ed ossa poetiche, credibili. E così la celeberrima filastrocca, appena un rigo sopra l’insensatezza dei limericks nonsente di David Lear, rivive su latitudini impensate e grazie a impervie, e riuscite, sperimentazioni. E’ proprio vero che l’imitazione è la miglior forma di lusinga e di stima.

articolo pubblicato il: 28/02/2012

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