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editoriale
servizio pubblico
di Gabriele V. R. Martinelli

Sul Festival di Sanremo se ne dicono e se ne scrivono tante che sarebbe forse il caso di non affrontare qui l’argomento, ma l’evento offre tanti di quegli spunti di riflessione che qualcosina ci viene da dire anche a noi.

Si tratta di una considerazione semplice semplice, ed è questa: in Italia, dopo la guerra, non si volle dar attuazione completa al principio costituzionale della libertà di espressione, per cui si dette vita ad un organismo che ereditava le prerogative di monopolio che erano state dell’EIAR fascista.

Bisognerà aspettare trent’anni, con Telebiella di Enzo Tortora, perché la Corte costituzionale riconoscesse la libertà dell’etere, sia pur, non si sa perché, “solo in ambito locale”, ed altri dieci, più a meno, perché Craxi permettesse le trasmissioni su scala nazionale delle televisioni commerciali.

Da allora, però, si è creata l’anomalia di un “servizio pubblico” che fa le stesse cose delle televisioni commerciali e Sanremo ne è la prova lampante, con la volgarità elevata a sistema, sia nelle parole (ce n'è un florilegio) che nelle immagini (una per tutte la farfallina di Belén) e quest’anno si è toccato il fondo (o forse al fondo non ci sarà mai fine, chi vivrà vedrà). Qui nessuno è bacchettone, sia ben chiaro, ma c’è un limite che si chiama “decenza” e un “servizio pubblico” dovrebbe tenerlo ben a mente.

Ci sarebbero molte altre cose da dire su Sanremo, la gerontocrazia che impera (per fortuna Pippo Baudo è un po’ in ombra, ultimamente), le teleprediche di Celentano, i comici che non fanno ridere nemmeno le loro mamme… ma, per carità di patria, finiamola qui.

articolo pubblicato il: 17/02/2012

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