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"Etica e Democrazia"

di Paola Binetti


Il tempo sembra maturo per affrontare senza tabù, ma anche senza inutili nostalgie, una domanda concreta sul posto dei cattolici in politica e su come un cattolico debba caratterizzare la sua presenza nel contesto in cui vive, a livello sociale, culturale e politico. Se l’impegno nella promozione delle politiche sociali costituisce un aspetto essenziale della solidarietà e della fraternità umana, valori inscindibili nello stile di vita di un cattolico, che faccia o meno politica attiva nella società in cui vive, la consapevolezza che la vita è la nuova questione sociale del nostro tempo non può in alcun modo essere ignorata o disattesa.

EDIZIONI LINDAU
presentano

Paola Binetti
ETICA & DEMOCRAZIA
Il contributo dei cattolici alla politica

PREFAZIONE DI ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
INTRODUZIONE DI ROCCO BUTTIGLIONE
collana «I Draghi» - pagine 360 - euro 24,00

Le riflessioni contenute in Etica & Democrazia nascono dall’esigenza di approfondire il rapporto tra fede e politica, in un periodo in cui molti sembrano aver smarrito la memoria dei valori che hanno fondato la nostra civiltà e innervano la nostra tradizione. Oggi più che mai è necessario meditare sul senso di spaesamento che ha contagiato tutta l’Europa e comprendere come la fragile coesione economica sia condizione necessaria ma non sufficiente. Dobbiamo tornare alle radici del nostro patrimonio culturale perché, come ha affermato Benedetto XVI, «sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire». L’opinione dell’autrice è che tale convinzione e tali idee – approfondite e sviluppate nelle encicliche sociali del XX secolo – rappresentino non solo la memoria culturale dell’uomo contemporaneo ma anche la sua speranza per il futuro. «Il rischio maggiore di una laicità male intesa è oggi quello di rendere dogmatici sulle cose opinabili e scettici sulle cose fondamentali, rigorosi in quanto al metodo, ma poi del tutto relativisti in quanto ai contenuti, incapaci di scegliere e per ciò stesso facilmente manipolabili, anche in tempi di ideologie deboli. Per ribaltare questo stato di cose occorre restituire alla ragione fiducia nelle proprie capacità e flessibilità nella sua modalità di azione, offrendole come orizzonte di confronto i valori “classici”, quelli della filosofia perenne, prima ancora di quelli della fede.» Paola Binetti

dalla prefazione di Ernesto Galli della Loggia «In omaggio alla sincerità e alla chiarezza comincerò con il dire che provo un certo fastidio per l’uso del termine "laicità" che ricorre così di frequente nelle pagine del libro. Un termine fino a qualche anno fa abbastanza raro che però ha preso nuovo slancio dalla metà degli anni ’90, allorché esso ha cominciato a essere adoperato con sempre maggiore insistenza, in Italia e fuori (ma direi in particolar modo da noi), da parte di chi in genere lo faceva per lamentarne l’assenza. Erano per l’appunto alcuni settori della cultura e dell’opinione "laica", quasi sempre "di sinistra", che in quel giro di tempo si trovavano nella necessità di dover riempire con nuovi materiali il vuoto lasciato dal naufragio del loro precedente impianto ideologico di marca progressista – più o meno incentrato quasi sempre sul "marxismo" e sul "socialismo", qualunque cosa queste due antiche parole volessero ormai dire. Questi nuovi materiali ideologici, affermatisi sulla fine del secolo scorso, consistevano grosso modo in tre blocchi di pensiero: in una nuova e accresciuta diffidenza verso la religione (vista come matrice inevitabile d’intolleranza e di fondamentalismo), nel rifiuto di ogni tematica identitaria e valoriale con radici nella tradizione storica occidentale (in quanto oggettivamente "discriminante" verso le cultura non occidentali), e infine in una sempre più insistita enfasi sulla dimensione dei "diritti" a tutela di una sempre maggiore espansione della soggettività. Materiali abbastanza eterogenei che però, anche per suffragare il proprio preteso carattere post-ideologico, sono stati rapidamente organizzati entro una prospettiva unica la quale ha voluto presentarsi come ragionevolmente e semplicemente illuminista, pacificamente cosmopolita, "laica" per l’appunto (con l’implicito ma ovvio sottinteso che chi non ne avesse condiviso i contenuti non poteva che essere un "non laico", cioè uno schiavo dei pregiudizi, delle ideologie o di qualche fondamentalismo religioso).

A questa disposizione culturale genericamente orientata alla "laicità", comune un po’ a tutte le società dell’Occidente, si è aggiunto in Italia un ulteriore elemento. E cioè il fatto che, finita la presenza della Democrazia cristiana, il ruolo socio-culturale di questa è stato in certa misura preso direttamente dalla Chiesa. Tanto più in quanto, proprio in quegli anni, l’agenda e la discussione politiche sono venute sempre più affollandosi di temi (come quelli bioetici o dei diritti degli omosessuali) concernenti evidentemente anche l’ambito etico-religioso. Da qui – specie sotto la guida della Conferenza episcopale italiana da parte del cardinale Ruini – un impegno ancor più forte e diretto della Chiesa nella discussione pubblica e la sua decisa discesa in campo a favore di questa o quella soluzione. E da qui, dunque, inevitabilmente, anche un’ostilità per le sue "ingerenze", e perciò la rivendicazione della laicità dello Stato. In complesso, per l’appunto, una crescente tematizzazione della "laicità".

Da allora il comandamento della laicità domina il nostro tempo. E lo domina, me lo si lasci dire, anche perché nei confronti del discorso e della cultura della società contemporanea il discorso cattolico ha dimostrato (ancora una volta?) una permeabilità che perlomeno ai miei occhi ha tutta l’aria di essere parente stretto della subalternità. Cosicché pure la Chiesa si è messa da tempo a parlare a tutto spiano di "laicità", sforzandosi però di addolcirne i contenuti e correggerne quelli a lei sgraditi con l’aggiungere al termine "laicità" appendici come "sana", "ben intesa" e altre simili. Appendici che tuttavia, a mio parere, conservano un contenuto concreto sostanzialmente oscuro, e non si capisce che cosa esattamente intendano se non "la laicità che va bene a me", o vale a dire "quella che si accorda con tutto ciò che io penso".

Confesso che le molte pagine dedicate all’argomento dal libro di Paola Binetti (dove si auspica una laicità "serena ed equilibrata") non mi hanno liberato da questa mia impressione. Infatti, la formula famosa "a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio", anche da lei indicata come quella in fin dei conti chiarificatrice di ciò che dovrebbe essere una "sana laicità" a me pare non chiarire molto. D’accordo: a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Ma che cosa è di Cesare, e che cosa è di Dio? E chi stabilisce i criteri della ripartizione? Il problema vero è questo, e resta insoluto. È un po’ l’identica cosa che accade con l’altra formula egualmente famosa ed egualmente adoperatissima da chi pensa che in questa materia la soluzione alla fine sia relativamente semplice. Mi riferisco, come si sarà capito, a "Libera Chiesa in libero Stato"; formula anch’essa che lascia impregiudicato proprio ciò che invece conta: e cioè chi tra lo Stato e la Chiesa definisce contenuti e limiti delle rispettive libertà, e con quali criteri.»

articolo pubblicato il: 09/02/2012

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