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arte e mostre
"Botanica. After Humboldt"

all 'Accademia di Spagna di Roma


BOTANICA. AFTER HUMBOLDT
a cura di Rosa Olivares
Mostra di fotografia e di incisione di Joan Fontcuberta, Juan Carlos Martínez, Rafael Navarro, Juan Urrios, Alberto Baraya, Manel Armengol
Dal 20 gennaio fino al 26 febbraio 2012 Sala mostre dell’Accademia Reale di Spagna a Roma Inaugurazione 20 gennaio ore 19

La botanica studia le piante: a partire dalle differenti parti che le compongono realizza un’analisi morfologica delle loro caratteristiche. E’ una delle scienze con più derivazioni estetiche, poiché dal disegno alla fotografia, il botanico ha utilizzato, nel tempo, tutti gli strumenti possibili a sua disposizione. Può essere considerata, però, anche una scienza viaggiatrice, nel senso che lo studio delle piante, della flora, delle diverse zone del mondo ha obbligato, o sarebbe meglio dire ha giustificato il botanico a viaggiare ovunque per raccogliere specie e per immortalarle a partire dalle sue analisi e dai suoi disegni. Allo stesso tempo però è anche una scienza in larga misura fragile e in un certo senso effimera poiché le piante in cattività muoiono, così come gli uccelli più belli, come gli animali più selvaggi e come le farfalle che vivono solamente un giorno nonostante le si inchiodi con uno spillo per conservare per sempre la loro bellezza morta. Le piante, i fiori, intere o frammentati vivono solo nella natura. Quando il botanico le taglia e le trasporta per i suoi studi appassiscono e muoiono. Trasmettono in modo così chiaro il loro rifiuto ad essere catalogate, ad essere immortalate nel freddo quadretto dell’uomo e della sua scienza. Nel tempo ci resterà il ricordo della loro bellezza e della loro freschezza nell’opera artistica dello scienziato. Nei suoi disegni, nelle sue fotografie, nei suoi appunti, nella sua immaginazione.

Al margine del genere della natura morta e degli studi floreali, l’arte è sempre stato uno strumento della scienza e di volta in volta si è basata sui poteri simbolici e rappresentativi per andare oltre la conoscenza, oltre la realtà e costruire, attraverso l’immaginazione e la bellezza, realtà inesistenti oltre i limiti estetici. La fotografia ha fondato nella riproduzione diretta della realtà la sua capacità creativa per falsarla a partire dalla concessione del fatto che tutto ciò che è fotografato esiste ed è dunque vero. La creazione di mondi falsi, di luoghi inesistenti, di identità fittizie è un punto in comune all’arte e della quale l’immagine fotografica ha costituito una branca specifica. Nella produzione fotografica però, non è tutto verità né tutto menzogna, ciò che è certo nella sua totalità è che la fotografia ha generato con quella sua realtà di strumento scientifico nuove possibilità per gli studi botanici e gli artisti hanno fatto una capriola simbolica per dare un valore alla botanica in quanto tema delle sue immagini, isolandole dal paesaggio, allontanandola dai fiori tagliati, fuggendo dal giardino.

Questa esposizione, organizzata dalla Real Academia de España en Roma e Acción Cultural Española (AC/E), pretende essere più uno spartito da camera che un concerto per una grande e moltitudinaria orchestra, riuniamo l'opera di sei fotografi vicini ad una realtà attuale e multipla. Questi ci mostrano i loro peculiari studi di botanica attraverso il recupero di una bellezza diretta e delle loro ricostruzioni di altre possibilità immaginate. Intelligenza, ironia, bellezza ed opportunità li uniscono in un capitolo che potremmo sottotitolare "After Humboldt." Botanica. After Humboldt¸ può considerarsi un'esposizione parziale, come qualsiasi delle spedizioni scientifiche che vi sono state nella storia. Come quelle spedizioni, si è vista diminuita per le circostanze dei tempi, sebbene riunisca più di un centinaio di opere, delle più significative, dei sei artisti selezionati. E come la storia ci mostra i risultati brillanti delle antiche spedizioni, qui si mostrano i bellissimi esemplari di una nuova botanica fondata su un sguardo attuale, originale e diverso. Frutti di un'immaginazione e di un'osservazione sfumata dalla cultura e dalla conoscenza, questi sei artisti basano il loro lavoro, non solo in quella conoscenza, ma anche nelle loro idee ed esperienze. In qualche modo, ognuno di essi ha fatto la sua spedizione, il suo viaggio verso il proprio interno. Un viaggio concettuale, un viaggio mistico, un viaggio iniziatico. Ed è proprio il risultato di quei viaggi particolari e rischiosi quello che si riunisce in questo insieme di opere. Sei fotografi spagnoli contemporanei, dunque, cercano di mettere sullo stesso piano arte e scienza offrendoci il loro sguardo creativo e attuale sulla botanica. Per completare la mostra le loro opere sono messe a confronto e in dialogo con la collezione d’incisioni originali risalenti al XVIII secolo e provenienti dallo archivio e la collezione della Calcografia Nazionale Spagnola.

Accademia Reale di Spagna a Roma Piazza San Pietro in Montorio 3 tel: 06.5812806 Aperto dal martedì al sabato dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19 Ingresso libero
Biografie dei fotografi in mostra

Manel Armengol Badalona, 1949. Con uno sguardo classico e un approccio minuzioso e rispettoso verso la tradizione del ritratto e della natura morta, dando così vita a un misto dei due generi, l'Herbarium di Manel Armengol ci riconcilia con quella natura che continua ad esistere nonostante i mutamenti di percezione sviluppati dalle arti visive. Le sue immagini ci mettono in contatto con quella realtà che ignoriamo. Un impostazione visiva che implica il ritorno alla natura, osservando le piante in primo piano, isolandole dal loro contesto naturale, realizzando una sorta di ritratti di individualità botaniche. Di nuovo il bianco e nero, di nuovo il rispetto per la natura in una fotografia che, di attuale, ha il modo di approcciarsi alla pianta e, di classico, il rispetto per la manipolazione formale e l'impostazione globale. Alberto Baraya Bogotá, 1968. Fedele alla tradizione colombiana dei ricercatori botanici, questo Herbario de plantas artificiales non solo ricrea il contenuto tradizionale degli erbari classici, ma anche il modo di metterli insieme, di compilarli. I fiori non sono finti, ma neanche veri, esistono davvero ma non appartengono al mondo naturale. Si trovano nelle nostre case, fanno parte del nostro paesaggio immediato: sono artificiali. La natura della plastica industriale ripete le forme della natura vera e il tassonomista ripete il metodo di studio. Baraya torna alla lamina di colore, all'immaginaria incisione, stavolta trasformata in fotografia. Torniamo al passato per balzare nel presente con una teoria, una ricerca, una ri-creazione naturalista di quelle piante e fiori che vivono negli atrii degli edifici, negli aeroporti, negli studi dei medici. Tutte quelle piante che vivono dove le piante vere non possono vivere.

Joan Fontcuberta Barcelona, 1955. La serie Herbarium di Joan Fontcuberta segna uno spartiacque nella rappresentazione di un mondo vegetale che sorge dalla mente dell'uomo, dall'imitazione ironica, quasi cinica, di una natura impossibile da conoscere e da classificare. Un mondo vegetale ricreato a immagine e somiglianza di se stesso, piccoli personaggi inesistenti che imitano sia nella forma che nel nome una natura vera, per quanto comunque ignorata da tutti noi. L'atteggiamento postmoderno, definitivo negli anni '80, dà vita a un lavoro che si trasforma in un riferimento obbligato nella storia della fotografia contemporanea: uno sguardo inizialmente birichino e perverso che in seguito si fa specchio impossibile nel quale si riflette il mondo naturale e quella percezione iconica che trasforma il reale in finzione e la finzione in norma.

Juan Carlos Martínez Campanario, Badajoz, 1978. La serie Expedición Spermopsida espone il ruolo testimoniale delle piante, ricorrendo allo storico immaginario della spedizione per cercare, trovare e analizzare le piante caratteristiche di luoghi concreti. Tra i confini della realtà e dell'ironia, del serio e del faceto, si pone speciale attenzione all'identificazione e allo studio delle specie vegetali esistenti nei parchi e nei giardini cui le coppiette riparano per i loro furtivi incontri sessuali. Le caratteristiche e la salute di queste specie variano a seconda del posto e degli effetti del passaggio dell'uomo nel loro habitat. Incontri in mezzo alla natura, inevitabilmente brevi, ma che potenziano le fantasie e il ritorno a un constesto bucolico che fomenta l'edonismo dei corpi. Per l'artista, l'approccio attraverso lo studio della botanica è una scusa perfetta per andare oltre ciò che vediamo ed esplorare indagando un tema che porta con sé aspetti etici e morali. Un processo diverso, anche se permane l'idea delle piante come testimoni delle nostre spericolate vite.

Rafael Navarro Zaragoza, 1940. Viviamo circondati da piante, naturali o artificiali, di plastica, di tela, con linfa o secche. Sono testimoni della nostra solitudine, delle nostre esperienze. Restano in disparte, come semplici oggetti, come elementi decorativi. Riempiono le nostre case, mute, aliene a qualsiasi sentimento. Semplicemente, stanno là. Questo è il modo in cui Rafael Navarro circoscrive la propria esistenza nella serie Testigos. Il bianco e nero, il colore del silenzio, delinea alcune immagini frammentate, parziali, che a volte rasentano l'astrazione, che non offrono la pianta nella sua totalità ma in alcuni primi piani che non possono racchiudere più di qualche foglia, facendone risaltare le nervature, il tessuto della loro pelle. Si tratta di un approccio dei sensi, lirico. Navarro non ci parla di catalogazioni né di metodologie, ma di sentimenti, di corpi, di sensazioni. Non si discute della realtà o dell'artificialità della pianta; quest'ultima è assurta a soggetto individualizzato: qualcuno o qualcosa che fa parte, più che del nostro paesaggio, delle nostre vite.

Juan Urrios Barcelona, 1962. La serie Verdes va direttamente all'essenziale, alla definizione della pianta attraverso un vocabolario alieno alla botanica. Sintetizza l'essenza delle piante in una sola parola che ci rimanda alla sua frescura, all'aspetto, all'interiorità, al succo che scorre nei loro corpi: verde. In questo caso, si tratta di fotografie con una luce tale che il verde risulti ancora più intenso, centrale, protagonista. All'immaginario verde non corrispondono solo le piante, ma Urrios gioca con la definizione, col cliché e, di nuovo, con l'ironia di ciò che è e di ciò che sembra essere. Tessuti differenti, come in un museo della scienza, per riunificare il vegetale con l'artificiale, il reale col falso, ma in questo caso non lo fa con tutto il corpo della pianta, con la sua definizione o identità, ma con un approccio a un ADN impossibile e visivo. Ciò che senza essere esclusivo delle piante e dei fiori è davvero permanente in tutte loro, un colore caratteristico e definitivo.

articolo pubblicato il: 15/01/2012

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