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editoriale
la Guerra dei Cento Anni

l'Italia in Libia sta rischiando tutto

di Gabriele V. R. Martinelli

Il 28 settembre del 1911 i soldati italiani sbarcarono a Tripoli, iniziando un’avventura che ufficialmente finì un anno dopo, il 18 ottobre del 1912, ma che in realtà doveva durare molti anni e, visti gli accadimenti, sembra non sia ancora finita. Gli italiani sconfissero i turchi, ma non avevano fatto i conti con una guerriglia, soprattutto in Cirenaica, che ufficialmente ebbe fine solo vent’anni dopo, il 23 aprile del 1931, con la cattura di Omar El Muktar (quello la cui effige Gheddafi ostentava sul bavero nel corso della sua prima visita in Italia), ma che probabilmente continuò ancora in qualche sperduta oasi della Cirenaica fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando i seguaci della confraternita della Senussia si schierarono apertamente con gli inglesi.

Pochi giorni fa un commentatore scriveva che la Prima Guerra Mondiale non finì nel 1918, ma che fece in realtà corpo unico con la Guerra di Spagna, con altri conflitti regionali, con la Seconda e proseguì sotto altre forme anche in seguito, caratterizzando negativamente tutto il Novecento.

Seguendo questo ragionamento, si può affermare che la Grande Guerra sia iniziata in realtà nel 1911, non solo perché nel conflitto italo-turco fu usato per la prima volta l’aereo come ricognitore e come bombardiere (furono lanciate bombe a mano dal cielo), perché fu creato un servizio organizzato di radiotelegrafia e perché l’automobile fu usata come mezzo militare, ma soprattutto perché dimostrò l’intrinseca debolezza dell’Impero ottomano, aprendo la strada agli appetiti di piccole nazione e di grandi potenze. Nel 1912/13 ci fu la prima guerra balcanica, nel 1913 la seconda e nel 1914 ebbe inizio l’ecatombe. Senza troppa fantasia, si può dire che si tratta di un’unica, lunghissima guerra.

La Libia, anche nel nome latineggiante, è stata un’invenzione degli italiani, perché per i turchi si trattava di Tripolitania e Cirenaica. Questa regione dette più filo da torcere all’esercito italiano perché i guerriglieri seguivano le indicazioni religiose della Senussia. Il fatto che gli odierni ribelli di Bengasi agitino la bandiera di re Idris fa pensare che la “rivoluzione verde” di Gheddafi abbia avuto dei convinti sostenitori solo nella zona di Tripoli.

Lo scenario che si potrebbe aprire, ma gli avvenimenti sono più concitati delle valutazioni, è quello di una Libia nuovamente divisa in due parti, se non i tre, con il Fezzan indipendente, o anche ancora unita, ma certamente con una o l’altra regione terribilmente scontenta dell’esito della guerra.

L’Italia ha interessi economici enormi in Libia (e la Libia considerevoli in Italia) e ne è il più importante partner commerciale. Comunque vadano le cose, questa felice situazione non si verificherà più in futuro. I tripolitani gheddafiani ci odieranno per la fine della grande amicizia, i cirenaici senussiti si volgeranno riconoscenti alla Francia (se non ai Paesi fratelli nel fondamentalismo).

Giovanni Innocenzo Martinelli, Vicario Apostolico di Tripoli, si è chiesto perché, prima delle bombe, non sia stato dato spazio ai canali diplomatici. La risposta più semplice è che Sarko voleva recuperare smalto agli occhi dei propri elettori, la più amara è che le vie diplomatiche dovevano essere messe in cantiere dalla Farnesina. L’Italia doveva essere la mediatrice tra Gheddafi e gli insorti, l’Italia non doveva offrire le basi prima di aver certezza su chi e come avrebbe diretto le operazioni.

Recriminare a posteriori è semplicemente patetico, dopo che La Russa aveva promesso le nostre basi al primo sentore di rollio, come se offrire l’assistenza logistica agli aerei sia diverso dal bombardare, agli occhi di chi le bombe le riceve.

Umberto Bossi, con la finezza espressiva che lo contraddistingue, ha usato una metafora molto chiara per definire la situazione. Ci si può, purtroppo, aspettare di tutto; fine dell’egemonia economica italiana in Libia, fine del blocco dei clandestini, fondamentalismo islamico a Bengasi. Speriamo che, visti i precedenti, non appaia il terrorismo da Tripoli.

articolo pubblicato il: 21/03/2011

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