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editoriale
La Piovra
di G. V. R. M.

Tra il 2009 e il 2011, quando si decideva il destino del terrorista Cesare Battisti, questo giornale seguì la questione in modo preciso e puntuale. Non fu per una nostra predilezione per la cronaca giudiziaria, bensì perché avevamo un nostro informatore a Brasilia che conosceva i luoghi in cui era facile incontrare politici e magistrati, compresi i bar ed i ristoranti più trendy.

A rileggere le nostre cronache di allora si può ricordare che il Ministro della Giustizia Tarso Genro, che aveva concesso l’asilo a Battisti non tenendo conto del parere contrario (e vincolante) del comitato brasiliano per i Rifugiati, ebbe a dichiarare alla stampa che “C’è una crescita preoccupante del fascismo in Italia”. Più o meno negli stessi giorni un autorevole membro dello staff del presidente Lula, in un’intervista ad un settimanale, paragonava il caso Battisti a quello di Olga Benario, una militante comunista che negli anni Trenta fu estradata in Germania e finì i propri giorni in un campo di sterminio.

Uno dei difensori di Battisti, l’avvocato Barroso, disse ai giornali che Ignazio La Russa, a quel tempo nostro Ministro della Difesa, avrebbe dichiarato “di essere ansioso di torturare Battisti” e la sua affermazione fu accolta con estrema preoccupazione dall’opinione pubblica brasiliana. Probabilmente l’unica tortura che potrebbe infliggere l’onorevole La Russa sarebbe quella di obbligare un uditorio di convegnisti a sorbirsi un paio d’ore della sua voce.

Anche in questi giorni che si parla nuovamente di estradizione, Battisti ha pubblicamente dichiarato di aver paura di essere ucciso, se tornasse in un carcere italiano. Il bello è che in Brasile sono in molti a crederlo, semplicemente perché, come avemmo modo di scrivere in quegli anni, “da parte di troppi italiani, probabilmente da secoli, ci si diverte a dipingere il Paese come un posto dove la legge non esiste” e facevamo l’esempio di un articolo di Saviano apparso su uno dei più importanti quotidiani brasiliani nel 2010 in cui lo scrittore descriveva l’Italia come una repubblica delle banane, corrotta e preda della malavita.

Sta tutta qui la sostanza del problema. Se all’estero pensano che l’Italia sia il paradiso della delinquenza è perché questa è l’immagine che ci preoccupiamo di diffondere. In uno studio apparso anni fa su di una rivista specializzata, si metteva in evidenza che in Bulgaria molte persone si salutavano scherzosamente dicendosi “Ebaci”. Era successo che alla televisione era stata trasmessa la prima serie de La Piovra ed i telespettatori bulgari così storpiavano la locuzione “Saluti e baci”.

Nessuno pensa che si debbano produrre solo serie televisive sulla falsariga dei romanzi di Liala, ma cercare di dare un’immagine almeno un po’ positiva non sarebbe errato. A leggere le cronache italiane di questi giorni verrebbe da giustificare l’affermazione di Tarso Genro sulla crescita del fascismo in Italia. Se, con tutti i problemi che abbiamo, il Parlamento trova il tempo da dedicare alla proposta dell’onorevole Fiano sul divieto della simbologia fascista, è ovvio che all’estero possano onestamente credere che da noi il fascismo stia per prendere il potere e che sia compito della politica impedirlo. In nome dei valori del Risorgimento si dovrebbe allora cambiare il nome alla via dedicata a Maria Teresa proprio al centro di Milano.

Battisti non è l’unico terrorista che si fa beffe dell’Italia, standosene beatamente all’estero, perché l’elenco è molto lungo. Se questo è possibile, forse lo si deve anche all’immagine negativa del nostro Paese che diffondiamo nel mondo.

articolo pubblicato il: 19/10/2017 ultima modifica: 02/11/2017

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