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geografia giudiziaria
di D. B. V.

Premessa : chi pensa che la “geografia giudiziaria” (cioè l’articolazione delle Corti d’Appello, dei Tribunali e dei Giudici di Pace sul territorio, quanti devono essere, di quali dimensioni, quali vanno potenziati e quali soppressi et cetera) sia argomento che interessa soltanto ad alcuni degli addetti ai lavori, magistrati e avvocati, e non ai cittadini, è molto male informato. La presenza di una Corte o di un Tribunale qualifica una città come capoluogo, l’assenza la qualifica come periferia. Con gli Uffici giudiziari si accompagnano 30-35 servizi collegati, dalle Forze dell’Ordine agli uffici ipo-catastali e tanti altri che fanno l’ossatura culturale, professionale, economica e abitativa di interi territori, oltre tre quarti della realtà sociale italiana. Con la riforma-tagli del 2012, duecentoventi città italiane si sono vista sopprimere la Sezione di Tribunale e sono diventate istituzionalmente “residuali”. Trentuno città si sono visto soppresso il Tribunale e sono entrate in una crisi enormemente superiore a quella di ogni altro luogo. Bassano del Grappa nel Veneto, o Chiavari e Sanremo in Liguria, o Lucera in Puglia, o Melfi in Basilicata e via dicendo, registrano un degrado immediato. In Umbria la perdita del Tribunale ha messo in ginocchio una città di grande prestigio ma già penalizzata come Orvieto. Quindi il tema non è solo giudiziario, ma anche e soprattutto sociologico, politico, popolare.

Ciò chiarito, il contraddittorio è ormai noto. Buona parte dei magistrati, avvocati oligopolisti metropolitani, politici incolti e parlamentari “nominati” indifferenti ai territori, poteri “forti”, sostengono che il buon funzionamento della giustizia si ottiene concentrando tutto in pochi uffici di grandi dimensioni, che secondo loro (ma sono smentiti dalle rilevazioni) fanno risparmiare e permettono la suddivisione in molte Sezioni tematiche che determinano la mitica “specializzazione”.

Noi, al contrario, sosteniamo che è fatto di democrazia non concentrare il potere giudiziario in poche sedi e mani; che la giustizia deve essere ragionevolmente vicina e accessibile, dunque anche meno costosa e più controllabile; che gli operatori ottengono maggiore fluidità e speditezza nelle sedi giudiziarie medio-piccole; che la specializzazione è un valore, la iperspecializzazione è un danno e pericolo, e che comunque i magistrati particolarmente dediti a certe materie possono benissimo operare su più sedi dello stesso Distretto. Ma soprattutto che non si devono sguarnire più città di questo fondamentale servizio, perché questo significa appunto periferizzare il 75% dell’Italia, ingolfando le già stracariche sedi principali ormai al collasso. Chiediamo, pertanto, il riequilibrio delle competenze territoriali, demografiche e di carichi di lavoro tra sedi troppo grandi e le confinanti sedi sottodimensionate. Dove ciò è stato fatto (es. tra Torino e Ivrea, tra Perugia e Spoleto, tra Palermo e Termini Imerese), il miglioramento è stato immediato. E il criterio varrà anche per le Corti d’Appello, delle quali ora i “riformatori” intendono “sfrondare” le meno grandi.

articolo pubblicato il: 24/06/2017 ultima modifica: 06/07/2017

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