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arte e mostre
Alida Valli, attrice indimenticabile

alla Casa del Cinema di Roma

di Michele De Luca

Una mostra ricca e necessaria per rendere omaggio ad una delle attrici più talentuose del cinema italiano. Attraverso foto di scena, locandine, fotobuste, manifesti, libri e brochure, tutti rigorosamente originali, la mostra “Ritratto di un’attrice: Alida Valli – curata da Giulio D’Ascenzo ed Elisabetta Centore per l’Associazione Teatroantico e ospitata dalla Casa del Cinema dal 3 aprile al 28 aprile – racconta la splendida favola di Alida Valli ripercorrendo le tappe fondamentali di una carriera che, in oltre cinquant'anni, ha attraversato tutte le stagioni del nostro cinema. Da grande diva dei telefoni bianchi a star di enorme successo internazionale.

La mostra si concentra in particolar modo sui primi trent'anni di carriera dell'attrice, dal 1935 al 1965, e viene affiancata da una rassegna cinematografica realizzata in collaborazione con Centro Nazionale di Cinematografia - Cineteca Nazionale attraverso la quale è possibile apprezzare e ricordare la grande attrice scomparsa nel 2006.

Alida Valli, nome d’arte di Alida Maria Altenburger von Markenstein und Frauenberg (Pola, 31 maggio 1921 – Roma, 22 aprile 2006), esordisce giovanissima sul grande schermo, interpretando fin dall'inizio ruoli da protagonista e diventando ben presto l'attrice simbolo del cinema italiano del periodo fascista. Si afferma grazie ai film “Manon Lescaut” (1939) e “Ore 9: lezione di chimica” (1941) mentre la sua versatilità la impone nei ruoli drammatici di Luisa in “Piccolo mondo antico” di Mario Soldati (Premio speciale del conte Giuseppe Volpi di Misurata come. Miglior Attrice italiana dell'anno Festival di Venezia) e di “Eugenia Grandet” nell'omonimo film di Mario Soldati (Nastro d'Argento come miglior attrice).

Il produttore Selznick vorrebbe fare di lei la Ingrid Bergman italiana e per questo la convince a trasferirsi a Hollywood. Durante questo periodo recita in “Il caso Paradine” di Alfred Hitchcock, “Il miracolo delle campane” di Irving Pichel ed “Il terzo uomo” (1949) di Carol Reed e nel 1951 rientra in Italia. Pochi anni dopo fornisce una delle sue migliori interpretazioni nel capolavoro di Luchino Visconti, “Senso” (1954) e la sua fama si consolida sotto la direzione di registi quali Gillo Pontecorvo (“La grande strada azzurra”, 1957), Franco Brusati (“Il disordine”, 1962), Pier Paolo Pasolini (“Edipo re”,1967). Negli anni settanta si dimostra un’attrice molto versatile, lavorando con Valerio Zurlini in “La prima notte di quiete” (1972), con Mario Bava in “Lisa e il diavolo” (1972), con Bernardo Bertolucci in “La strategia del ragno” (1970) e nel kolossal “Novecento” (1976). Trascorre gli ultimi anni di vita in condizioni di indigenza, al punto che le viene concesso il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli. Dopo la morte viene tumulata nel cimitero del Verano a Roma.

Contemporaneamente alla Casa del cinema viene proposto un omaggio alla figura e all’opera di Giuseppe De Santis (Fondi, 11 febbraio 1917 – Roma, 16 maggio 1997), regista e sceneggiatore italiano, tra gli esponenti di spicco del neorealismo cinematografico. Nel centenario della nascita la Cineteca Nazionale - Centro Sperimentale di Cinematografia in collaborazione con l’Associazione Giuseppe De Santis non poteva esimersi dal festeggiare uno dei Maestri indiscutibili del cinema italiano con una rassegna dei film da lui diretti e/o sceneggiati in programma presso la Casa del Cinema dal 3 al 24 aprile.

Oltre al richiamo dell’ultimo film da regista di De Santis, nel titolo della rassegna, “Un apprezzato professionista di sicuro avvenire”, si nasconde un’ironica quanto amara riflessione sul suo essere uomo di cinema in un mondo dello spettacolo a lui sempre più alieno. È come se De Santis avesse avuto, da una parte, coscienza di sé, delle proprie capacità di professionista del cinema e, dall’altra, con lucida e disincantata ironia vedesse la propria carriera di regista tutt’altro che sicura. È sufficiente scoprire le date della sua filmografia per capire le reali difficoltà per un maestro come lui di realizzare film: ben otto anni separano il suo ultimo lungometraggio da “Italiani brava gente” (1964). Non è un caso quindi che il primo cartello dei titoli di testa del film “Un apprezzato professionista di sicuro avvenire” reciti “Un film di Giuseppe De Santis” mentre l’ultimo “direttore artistico Giuseppe De Santis”. La prima formula si è venuta affermando nel corso degli anni ‘30 con il crescere dell’importanza della nozione di regista all’interno di una situazione di lavoro collettivo. Essa assume un significato particolare, come nel caso di De Santis, in quanto indica che il regista è il responsabile principale dell’opera. L’autore assoluto del proprio film nonostante le molte difficoltà.

Il 16 maggio 1997 Giuseppe De Santis se ne è andato lasciando un vuoto immenso. E come scrive l’Associazione Giuseppe De Santis (www.assodesantis.com): “Non potendo filmare egli stesso le storie che ideava con un mai sopito impulso creativo, negli anni di inattività forzata egli è comunque riuscito a trasmettere ai giovani la passione per la “settima arte”: negli anni ‘80 come insegnante di recitazione al prestigioso Centro Sperimentale di Cinematografia (tra i suoi allievi di allora c’è una fetta di attori del giovane cinema italiano: Iaia Forte, Roberto Di Francesco, Francesca Neri...), nell’anno accademico 1996-97 come docente di regia alla Nuova Università del Cinema e della Televisione di Roma”.

articolo pubblicato il: 31/03/2017

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