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arte e mostre
Filippo Maggiore

a Mantova


Filippo Maggiore
“Il Paesaggio” Immaginario

25 marzo – 6 aprile 2017

Per la prima volta a Mantova si potranno ammirare i dipinti del Maestro Filippo Maggiore. La Galleria Arianna Sartori di Mantova, in via Ippolito Nievo 10, ospiterà l’interessante personale “Il Paesag-gio” Immaginario dell’artista catanese di nascita e milanese d’adozione, dal 25 marzo al prossimo 6 aprile 2017. La mostra, che gode del patrocinio del Comune di Mantova, si inaugurerà Sabato 25 marzo alle ore 17,30 alla presenza dell’artista. Per l’occasione è stato edito un catalogo con testi di Francesca Lucioni e Su-sanne Capolongo.

Sulla veridicità del paesaggio
Ci sono due modi di fare esperienza del paesaggio: muovendosi al suo interno, fissando un orizzonte, un limite mobile che avanza con l’avanzare del corpo generando una profondità, oppure avere uno sguardo onni-sciente, una sorta di sguardo divino che vede al di sopra di esso. Il primo approccio prevede un’esperienza me-ramente fisica, un addentrarsi nei suoi meandri, mentre il secondo prevede un distaccamento ed una ricostru-zione mentale. Due modalità differenti che rimandano ad un avvicinamento e allontanamento dall’oggetto in questione. La pittura di Filippo Maggiore è il collante fra questi due elementi: da una parte la sua esperienza vissuta, dall’altra il suo ricordo e rielaborazione. L’artista nasce e passa la sua infanzia a Catania, dove ha modo di osservare e vivere in un ambiente denso di colori dalle tinte calde, vivaci ed avvolgenti, dominato da una luce che abbaglia penetrando ogni elemento, la sua maturità invece la trascorrerà a Milano, cittadina sul finire degli anni cinquanta ricca di stimoli culturali ma dall’atmosfera più cupa. A contatto con questo ambiente, Maggiore, ha modo di affinare la tecnica ed arrivare a una maggiore consapevolezza artistica. Nascono così i suoi Paesaggi retaggio ed elaborazione delle sensazioni ed esperienze avute durante il passato. Quelle che osserviamo sono delle visioni in cui il ricordo agisce da filtro selettivo e semplificativo, un velo che conferisce maggior consapevolezza. A passare in rassegna nella mente dell’artista sono le forme e i colori; le tinte sempre evocative abitano forme dai caratteri onirici, mai descrittivi nella volontà di identificare un pae-saggio reale. Ad ogni osservatore infatti sembrerà di avere di fronte luoghi già visti. Quella di Filippo Maggiore non è una pittura realistica anche se ad uno sguardo distratto parrebbe così. Un elemento che concorre a determinare la cifra stilistica di Maggiore è la fissità degli elementi. Il tempo sembra bloccato, paesaggi immobili ricordo delle composizioni metafisiche di Giorgio De Chirico, dove ogni elemento sembra bloccato nel suo processo. An-che nelle opere di Maggiore vige una sorta di chiarezza compositiva; l’ordine conferisce alle sue opere un senso di immobilità perma-nente che fa perdere la relazione diretta con le realtà. Allo stesso modo l’interrogativo che potrebbe porsi l’osservatore è sulla veridicità dei soggetti osservati, inne-scando il medesimo quesito che si ha di fronte alle tele degli artisti Surrealisti. Sogno e realtà dunque si fondo-no in modo indissolubile provocando una beatitudine visiva. In alcuni lavori scorgiamo delle presenze umane, figure in armonia con l’ambiente, mai ingombranti ma piutto-sto fusione con il contesto circostante. Maggiore attraverso di esse ci racconta della sinergia fra uomo e natura, un rapporto sofferto e rimpianto. Tali figure, infatti, sono trattate nella stessa maniera pittorica degli alberi, dell’acqua e delle colline che li avvolge. Giovani e adulti, sembrano colti in momenti di assoluta pace. Tale potrebbe essere la medesima sensazione che si ha osservando uno dei dipinti più noti di Georges Seurat “Una domenica pomeriggio all’isola della Grande Jatte”, opera realizzata fra il 1884-86. Anche qui l’atmosfera è luminosa e calda, un senso di rilassatez-za pervade la scena, le figure sono immobili anche se colte nell’atto di svolgere delle azioni. Esattamente come accade nelle composizioni di Maggiore, lo stesso trattamento pittorico è destinato sia alle figure umane che al contesto paesaggistico; un abbraccio primitivo sembra pervadere le composizioni provo-candoci una sorta di malinconia. Immaginiamo la tecnica di Seurat, come quella di Maggiore, molto lenta e ri-flessiva, il contrario di una pittura istintiva e gestuale. E questa è la stessa sensazione che ci restituisce l’artista, una lentezza che sembra contrastare con la frenesia e l’incalzante ritmo della società contemporanea, è forse questo clima, dominato da un soffio lento, che ci porta a leggere le composizioni con estrema calma re-stituendoci un sentore di armonia e un forte senso di perdita.
Francesca Lucioni (dal catalogo della mostra)

Il Paesaggio Immaginario
Non bisogna accontentarsi della prima impressione davanti ai paesaggi di Filippo Maggiore. Occorre osservarli con diligenza, passando dall’immediata sensazione di piacevolezza alla valutazione della composizione d’insieme e dei particolari: coglierne la segreta armonia, la felice sinergia di disegno e colore, l’ordinata disposizione delle parti entro le quinte scenografiche degli alberi. Solo così è possibile accedere nel “mondo segreto” dell’artista, cogliere nella scena una singolare “patria dell’anima” il racconto di un’esperienza, nella difficile intesa tra ragione e sentimento e nel segno della Bellezza. Non si tratta di stereotipi di “bel paesaggio” o di esemplari di fotoverismo. Paesaggi, certo. Tutta la storia dell’arte è cadenzata dalla storia di questo “genere”; da quando si sviluppa in forma autonoma, nel primo quarto del Cinquecento, fino al XX secolo. Secolo in cui sembra che la pittura di paesaggio, in grande auge sino all’Ottocento con la pratica dell’en plein air, sia respinta dall’incalzare della civiltà industriale e tecnologica, che della visione di natura ha profondamente cambiato i connotati. Ma il gusto del paesaggio, cacciato dalla finestra, rientra ancora una volta dalla porta nella cultura visiva. Via via si perviene ad un linguaggio sintetico e moderno, che del paesaggio scruta l’essenza. E si coglie infine, nella seconda metà del Novecento, la nuova complessità del rapporto arte/paesaggio e più ampiamente arte/natura, in cui agiscono valenze sociali, ecologiche, mitico-letterarie, spirituali, etnologiche… I paesaggi da fiaba, da cartoon disneyano di Filippo Maggiore sono fatti più di memoria che di “citazioni”; anche se le componenti culturali riscontrabili nel lavoro di questo artista autodidatta sono molteplici e complesse, vengono in mente le “favole” del Beato Angelico, la Venezia da sogno delle “Storie di Sant’Orsola” del Carpaccio, le fantasie su rame di Poul Bril. E poi le visioni del “doganiera” Rousseau, i colori dell’emozione di Matisse, il “ritmo” dei paesaggi all’Estaque di Cezanne e Braque… Maggiore può essere annoverato tra i visionari del paesaggio, tra i pittori degli Eden perduti. La sua è una “visione da lontano” che fissa il flusso inarrestabile del tempo in una visione di eternità e di assoluta bellezza. Il paesaggio è come trasfigurato, e da “genere” illustrativo passa alla profondità dell’evocazione. A modo suo Maggiore, come i pittori metafisici, concepisce una natura silente, anche se solare, emblema del tempo salificato. E come i Surrealisti gioca all’ambiguità del “vero-falso”. Si avverte in questi paesaggi coloratissimi ma raggelati, chiari e armonici, il peso dell’illusione, poiché non nascono da uno sguardo diretto dal vero. Sono “composizioni” di alberi, prati, cielo, mare, fiori: comunicano una sorta di beatitudine visiva, improvvisa e misteriosa, nonostante la riconducibilità iconografica. Il valore timbrico del colore – emotivo, evocativo – si coniuga con il forte senso della composizione, della modulazione di zone cromatiche, nei rapporti lineari, proporzioni, disposizione di pieni e vuoti. Il quadro nasce dall’emozione o dalla memoria di uno spettacolo della natura, ma diventa sistema e struttura di “segni”, ciascuno dei quali è “necessario” nell’ambito di questo sistema. La tela è il campo entro cui si stabiliscono relazioni, si attiva una struttura della visione: si realizza così un’armonia analoga a quella di una composizione musicale. L’assoluta bidimensionalità dell’opera (che ignora, perciò, qualsiasi “realismo” dell’immagine) ne è coerente conseguenza. Non è estranea a questi esiti pittorici la pratica di Maggiore con il linguaggio della grafica pubblicitaria, in cui i valori lineari e cromatici, assenza di chiaroscuro e nettezza dei contorni determinano una riduzione alla superficie dell’immagine. Il quadro diventa struttura, costruzione autonoma, che assume la natura come pretesto di ispirazione. Anzi, la natura stessa è intesa come architettura perfetta: l’artista opera su di essa una sorta di “contemplazione strutturale” che tuttavia non l’ha portato né mai lo porterà agli esiti cui, partendo dalle stesse premesse, è giunto Mondrian. L’effetto è di smaterializzazione, di trasparenza, le cose sono sottratte alla concretezza per essere bloccate in una sorta di metafisica fissità e stupore. Da qui deriva quel senso di astrazione o di “iperrealismo irreale” della pittura di Filippo Maggiore. Il Grande Astratto e il Grande Reale, le due strade dell’arte contemporanea teorizzata da Kandiskij, sono qui coincidenti. Nostalgia di un mondo non più reale, utopia di un’armonia uomo-natura, allarme ecologico: questo e altro nella pittura di questo artista. Una sorta di archeologia dello sguardo, di memoria incantata affida all’immagine dipinta un valore effimero di paesaggio, ma duraturo, eterno. Quello di Maggiore è un autentico atto di fede nella pittura, come possibilità di esprimere la nostalgia di una Bellezza che, forse, può essere recuperata.
Marina Pizzarelli

Filippo Maggiore nasce a Catania il 12 ottobre 1929. Già da bambino dimostra attitudine per il disegno ed a 9 anni affascinato dal fare pittura frequenta la bottega di un pittore copista. Le ristrettezze post-belliche lo inducono già a 16 anni a dipingere per aiutare la famiglia. Ben presto sente la necessità di esplorare il mondo dell’arte visitando musei e mostre. Nel ’57 il suo incontro con l’avanguardia in una grande mostra a Roma, sente il fascino dell’astratto ed esplora nuovi linguaggi espressivi riscuotendo consensi di critica. Matura l’idea di lasciare Catania dagli angusti orizzonti culturali e nel ’59 si trasferisce a Milano ricca di fermenti e di nuove idee. Lavora in una impresa pubblicitaria e di notte dipinge. Gli stimoli milanesi e i contatti con le nuove tendenze lo portano ad aggiornare la sua pittura. Dal cromatismo formale passa al monocromo materico dell’informale che approfondisce con grande successo e riscontro di mercato. Ma il suo mondo interiore è fatto di luce e di colori ed il soggiorno in Sicilia del ’66 risveglia in lui il fascino della natura a lungo sopito nel grigiore metropolitano. Lavora ad una lunga serie di dipinti, i pic nic ed i week-end accostando al paesaggio esuberante ed idealizzato una nuova ed originale figurazione i colori ed i ricordi della Sicilia seguiranno per sempre le sue opere sino ad oggi. È presente in permanenza nelle Gallerie “II Prisma” ed il “Cannocchiale” dove conosce critici e collezionisti tra cui Antonio Mazzotta ed i suoi fratelli che collezionano numerose sue opere. Il Comune di Milano gli dedica una grande mostra all’Arengario; intesse rapporti con numerose gallerie in tutta Italia tra cui la Galleria L’Osanna di Nardò con cui tuttora coltiva un intenso rapporto. La sua opera è un costante inno alla Natura tanto amata ed idealizzata quanto surreale ed improbabile: un messaggio all’umanità per la sua conservazione. L’artista ha allestito numerose mostre personali in Italia e all’estero, dal 1947 al 2011, ha partecipato a molti premi di pittura e mostre collettive dal 1946 al 2009.

Nome della Galleria: Galleria "Arianna Sartori" Indirizzo: Mantova - via Ippolito Nievo 10 - tel. 0376.324260 Titolo della mostra: Filippo Maggiore. “Il Paesaggio” Immaginario Date: dal 25 marzo al 6 aprile 2017 Inaugurazione: Sabato 25 marzo, ore 17.30. Sarà presente l’artista Patrocinio: Comune di Mantova Mostra e Catalogo a cura di: Arianna Sartori Catalogo con testi di: Francesca Lucioni e Susanne Capolongo Orario di apertura: dal Lunedì al Sabato 10.00-12.30 / 15.30-19.30. Chiuso Domenica e festivi

articolo pubblicato il: 23/03/2017

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