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"Pasta e cinema"

Gordiano Lupi e Patrizio Avella


« La vera storia dei mitici film italiani e della pastasciutta !» Il libro Pasta e cinema di Gordiano Lupi e Patrizio Avella Edizioni Il Foglio letterario – Piombino

"Maccarone, m'hai provocato e io ti distruggo adesso, maccarone! Io me te magno, ahmm!"

Quante volte abbiamo sentito questa battuta, immortalata in tutta Italia da magliette e poster, con l'immagine di Alberto Sordi che si abbuffava di fettuccine nel mitico film Un americano a Roma? Impossibile dirlo. Eh sì, la pasta, lunga o corta, fresca o al sugo, persino in bianco, non è importante, è ormai entrata nella cultura nazionale diventando sinonimo di tradizione e italianità. Gli italiani nel mondo sono sempre stati conosciuti e definiti mangiamaccheroni. Pasta e Cinema ! Non solo, possiamo dire che un piatto di pasta è entrato prima nella letteratura e poi nel cinema offrendo il tema per molti capolavori…

Critica di Giuseppe IANNOZZI : « A cena sto leggendo il libro di Gordiano Lupi e Patrice Avella, Pasta e Cinema, Ah ! finalmente se magna e se legge ! Chissà che tipo di pasta saro’ mai io… Maahh ! Non mi resta di finire di leggere questo libro guardando un bel film di Toto’ e mangiando la mia pasta preferita per saperlo ! »

Prefazione del libro All'osteria del cinema di Fabio Canessa

Da "Un americano a Roma" agli "spaghetti western", quando il piatto preferito dagli italiani è andato sul grande schermo.

Un pranzo di gala servito da due chef stellati: l'uno dirige da gran regista una sceneggiatura ricca e ben oliata della storia della pasta, accompagnandola con piatti succulenti, l’altro prepara ricette genuine di cinefilia militante, guidandoci alla scoperta di leccornie più o meno conosciute del cinema nostrano. Entrambi, alternandosi e integrandosi a vicenda, con reciproche e illuminanti incursioni nel campo del partner, contribuiscono a comporre un profilo dell'identità italiana, nutrita parimenti dalle ghiottonerie materiali del cibo e dai sogni dell’immaginario filmico (già coniugati nell’etichetta degli spaghetti western e nel titolo di uno dei maggiori film di Scola: Maccheroni). Il corto circuito tra i due percorsi è efficacemente rappresentato dalla rievocazione di Patrizio Avella dell’entusiasmo provato da due star di Hollywood come Douglas Fairbanks e Mary Pickford per il piatto di fettuccine che mangiarono al ristorante da Alfredo in via della Scrofa (potenza della toponomastica!) a Roma durante il loro viaggio di nozze, al punto da voler regalare all'oste due posate d'oro con dedica. A questo episodio Gordiano Lupi risponde innalzando a vessillo dell'italianità i celeberrimi maccheroni di Alberto Sordi, le cui smanie di americanofilo sfegatato svaniscono però alla comparsa della pasta di mamma. Segue una carrellata vertiginosa di paste su pellicola made in Italy: dalla cena sexy dell'ingiustamente dimenticato Un bellissimo novembre di Bolognini all'aristocratico pasticcio di pasta tagliato con cura dal Principe di Salina Burt Lancaster nel Gattopardo di Visconti, mentre ai maccheroni tentatori di Un americano a Roma di Steno si contrappongono quelli avvelenati, vomitati dal sottoproletario Nino Manfredi in Brutti, sporchi e cattivi di Scola (e Manfredi inghiottirà anche gli spaghetti al nero di seppia in La mazzetta di Corbucci, indigesti piatti svizzeri in Pane e cioccolata di Brusati e gli Spaghetti house di Paradisi). Se Avella non dimentica le serie tv, abbinando gli ziti a I Soprano, Lupi celebra il neorealismo delle mondine nelle risaie di Riso amaro di De Santis, per innestare il mito della pasta nella fatica del lavoro che ha caratterizzato l’Italia del dopoguerra. Perché il cinema ha saputo trasfigurare i morsi della fame in salsa agrodolce e immortalarli in sequenze emblematiche come quella di Miseria e nobiltà di Mattoli, dove l’ingordo Totò si riempie le tasche di spaghetti. Pasta e cinema vanno a braccetto per tutte le pagine di questo libro, tra gustose illustrazioni e locandine d’epoca, a garantire un menu abbondante e sopraffino, che sfaccetta le varie intersezioni dei due mondi: così per la pasta l’abbinamento con il film risulta felice quanto quello con il parmigiano, connubio di cui Avella rintraccia l’origine nel Decameron di Boccaccio. Se Avella fa sfilare Dante e Garibaldi, Federico II e Lucrezia Borgia, Prezzolini e Flaiano, Marconi e Bellini (gli spaghetti alla Norma), Lupi contrattacca con Marco Polo, Giuseppe Berto e Pier Paolo Pasolini, Ercole Patti e Tomasi di Lampedusa. Mentre il gastronomo snocciola con un’affabulazione accattivante il percorso diacronico della pasta, scovando le etimologie e inanellando la cronologia storica, il cinefilo mette in evidenza la sincronia dell’associazione con il sesso, sottolineando quante volte il cinema abbia condito il cibo di erotismo. Tra le righe, Lupi regola i conti anche con la miopia dei critici (troppo spesso approssimativi e disinformati, talvolta in mala fede, di frequente cialtroni), rivalutando giustamente lo struggente Anonimo veneziano, cogliendo finemente le tracce di Pascoli e De Amicis nel melò pasoliniano Mamma Roma e scovando nel Sordi crepuscolare di Incontri proibiti la citazione del piatto di maccheroni del giovanile Nando Moriconi. L'abilità dei due cuochi si misura nel cucinare i loro manicaretti evitando gli stucchevoli accademismi da nouvelle cuisine, i sughi pesanti delle metafore (magari potevano fare un’eccezione per La grande abbuffata di Ferreri e per Lunga vita alla signora di Olmi) e i grassi saturi del fast food. Avella ricorda che le famiglie nobili del Rinascimento “ordinavano ai loro cuochi di realizzare un tipo di pasta che riportasse il loro stemma, con lo scopo di rammentare ai commensali l'importanza della loro famiglia e per riaffermare il proprio dominio sul territorio”. Sul disegno dello stampino di Avella e Lupi, il commensale lettore troverà, su una tavola apparecchiata con gusto e sobrietà, le insegne della passione, della curiosità e della competenza. Buon appetito e buona visione.
Fabio Canessa

Un segno distintivo del Belpaese, e per questa ragione anche un segno che divide. Dal modo con il quale si mangiano gli spaghetti, osserva Prezzolini, si intuisce subito se hai familiarità con la portata e con il paese di cui è espressione: Ci sono molti modi, infatti, di risolvere il problema d’un piatto di spaghetti, quello di aggredirli a forchettate, quello di giocherellarci colla punta della forchetta, quello di iniziarli dalla parte destra, o dalla sinistra, oppure dalla cima, quello di lasciarli raffreddare (una colpa gravissima agli occhi di un buongustaio). E son sicuro che un giorno o l’altro i dottori della psicoanalisi non si contenteranno di interrogare il paziente disteso su un sofà, ma vorran vederlo a tavola colla forchetta in mano. Per fare conoscere il libro abbiamo voluto creare qualche polemiche come uno giornalista e scrittore francese che pretende che : - L’origine delle orecchiette che non sono pugliese ma vengono da…. Avignone in Francia - Che Marco Polo non ha mai portato la pasta in Italia dove esisteva da secoli prima sopratutto nell’Antichità romana Ma sopratutto le bellissime recenzioni dei films mitici del cinema italiano dove si mangia la pasta descriti con passione da un grande specialista del cinema nostrano che ha scritto tanti libri sul cinema. - Un americano a Roma, - - Miseria e Nobiltà o ancora - - il Gattopardo E tante buone ricette di pasta da cucinare facilmente e da degustare con passione e l’abbinamento col vino da un sommelier : - Ciambella pasticciata alla Corte Re Federico II - - Corzetti liguri in salsa di noci - - Zitu spaghettu con pesto siciliano - Ecc…

La paternità delle orecchiette.

Ma siamo sicuri che questa specialità tanto apprezzata sia nata nel Bel Paese? Pugliesi o francesi? La paternità delle orecchiette, per noi simbolo della cucina di Puglia e Basilicata, è contesa da molti. Ecco le controverse origini di una delle paste più amate dagli italiani. Anche se assomigliano a una forma di pasta che nell’antica Roma, il grande storico Varrone ricorda come rotonda con il centro concavo, ottenuta con farina, acqua e formaggio, che lui chiamava lixulae. Le origini delle orecchiette non vanno ricercate in Puglia, ma molto probabilmente nella zona provenzale francese, dove fin dal lontano Medioevo si produceva una pasta simile utilizzando il grano duro del sud della Francia. Si trattava di una pasta molto spessa, a forma di dischi, incavata al centro mediante la pressione del dito pollice: questa forma particolare ne facilitava l’essiccazione, e quindi la conservazione per fronteggiare i periodi di carestia. Sembra anche che ne venissero imbarcate grandi quantità sulle navi che si accingevano ad affrontare lunghi viaggi. La storia ci dice che questa pasta provenga dal matrimonio dell’ambizioso Carlo d’Angiò, fratello minore del Re di Francia Luigi IX il Santo, con la contessa di Provenza Beatrice.

Un rumor persistente in Francia come in Italia ; Marco Polo

Anche nella storia della pasta, dove non si può più permettere l’arroganza americana che ha portato nella mente della gente un rumor persistente in Francia come in Italia. Sto parlando della leggenda secondo la quale Marco Polo avrebbe portato la pasta in Italia dai suoi viaggi in Cina, tanto famosa quanto infondata perchè la pasta era già conosciuta da secoli in Italia come in tutti i paesi del Mediterraneo. Altrettanto vero è che la Cina possedeva una lunga tradizione della pasta, ma gli storici non hanno trovato prove di un’origine prima del terzo secolo dopo Cristo, periodo nel quale si possono datare le prime fettuccine prodotte con farina di miglio. In primis dobbiamo discolpare il globtrotter Marco Polo, per niente responsabile di questa falsa leggenda. Il viaggiatore ha scritto Il Milione in prigione a Genova dove si conosceva già la pasta da tanti anni. Il nome originale del suo scritto era Il Libro delle Meraviglie e l’unica allusione alla pasta prodotta con farina di grano appare stranamente tanti secoli dopo in una copia del libro, solo nel XVI secolo. Si legge : …i cinesi non mangiano pane, e dunque usano il grano solamente in lasagne e altre vivande di pasta….

Il rumor della falsa testimonianza di Marco Polo sarebbe stato prodotto da un articolo americano della Macaroni National Manufacters Association, nel 1929, dove si raccontava una fiaba rocambolesca di un membro dell’equipaggio del navigatore veneziano che avrebbe incontrato alcune donne cinesi che producevano fettuccine di pasta e ne avrebbe comprate per portarle in Italia.

Mario Mattòli (1898 - 1980), avvocato mancato e regista diligente, confeziona ottantacinque pellicole, da Tempo massimo (1934) a Per qualche dollaro in meno (1966). Si tratta di uno dei nostri più validi artigiani, vituperato da una critica barbara e incolta ma padrone di una tecnica sopraffina. Gira sedici film di Totò, come dirige molti di Franco & Ciccio movie, ma ha sempre affermato con umiltà: “Io non ho inventato mai nessuno, ho solo lavorato tanto”. Callisto Cosulich afferma: “Mattòli era un campione del lasciar fare, non pretendeva di modificare la recitazione degli attori. Per questo è stato uno dei migliori registi di Totò. Si limitava a sfruttare il talento naturale”. Non condivido in toto l’impostazione teorica dell’illustre critico, perché Mattòli in diverse occasioni si dimostra ottimo direttore di attori realizzando commedie corali complesse. Miseria e nobiltà vede Totò vestire i panni di un azzeccato Felice Sciosciammocca, che fa lo scrivano e campa di espedienti nella Napoli di fine Ottocento, dimostrando una volta di più la sua bravura quando è sostenuto da un valido soggetto. Edoardo Scarpetta sta alla base di Miseria e nobiltà, un autore minore che Totò ama molto, come lo ameranno Edoardo e Luca De Filippo, ma pure Raffaele Viviani, al contrario di Totò registi di loro stessi. Scarpetta è autore di teatro che proviene da Petito (altro minore napoletano), dalla commedia dell’arte e da Pulcinela, correggendo il tutto con la pochade francese alla Labiche. Scarpetta non scrive farsa borghese ma sottoproletaria, di lui Totò porterà al cinema anche Un turco napoletano, Sette ore di guai e Il medico dei pazzi.

Miseria e nobiltà è uno straordinario e felice esperimento di teatro al cinema, in parte puro metateatro perché abbiamo il pubblico che assiste alla commedia e in alcune sequenze i personaggi interpretano balletti e momenti di teatro sul palcoscenico. Tutto girato in teatri di posa con splendide ricostruzioni di esterni napoletani di fine secolo, si ricorda per un tragicomico primo atto dove ogni battuta evoca la fame atavica dei protagonisti, fino alla straordinaria sequenza dell’abbuffata di spaghetti.

Il gattopardo è il film più popolare di Luchino Visconti (1906 - 1976), specialista di lavori storici, intellettuale irrinunciabile del XX secolo, memorabile per il suo cinema a metà strada tra il neorealista e il decadente, che a tratti abbandona per dedicarsi a pregevoli regie teatrali. Il gattopardo è un lavoro che non convince tutta la critica ma viene ben accolto dal pubblico, nonostante la lunghezza del racconto. Visconti opera una sfarzosa ricostruzione di un mondo che sta scomparendo, seguendo la vita quotidiana del Principe don Fabrizio di Salina (Lancaster doppiato da Corrado Gaipa) che cerca di adeguarsi al cambiamento dei tempi e ai nuovi dominatori della sua Sicilia. In breve la trama, sceneggiata a dovere da Cecchi D’Amico, Festa Campanile, Medioli, Franciosa e Visconti, tratta dal romanzo postumo di Giuseppe Tomasi Di Lampedusa (1958), per niente tradito, anzi, quasi valorizzato nel suo spirito scettico e senza speranza, portato alle estreme conseguenze da un lavoro certosino e prezioso. Siamo in Sicilia, nel 1860, stanno arrivando i garibaldini, il Principe di Salina comprende che i tempi stanno cambiando e lascia che il nipote Tancredi (Delon) si arruoli nell’esercito conquistatore e successivamente che si fidanzi con Angelica (Cardinale), non certo nobile ma figlia del sindaco Don Calogero (Stoppa), un arricchito che occupa un posto di primo piano nel nuovo mondo. La critica non è concorde, alcuni parlano di falso capolavoro, di cinema decorativo, di mosaico senza cuore. In realtà siamo in presenza di uno straordinario affresco dei tempi che cambiano, sostenuto da una profonda pietà per il passato, caratterizzato da un senso immanente di morte e decadenza, segnato da un dolore sordo e atroce per qualcosa che non potrà tornare. Pranzi di corte e balli, convenzioni nobiliari e un nuovo mondo che non ha pudore, un principe legato al vecchio regime che accetta il nuovo padrone con pacata rassegnazione. Perfette le sequenze a tavola con piatti d’epoca serviti con eleganza, tra questi il famoso pasticcio di pasta - di origine francese - che il Principe assaggia e taglia con cura
per verificarne la cottura.

Gordiano Lupi Editore e autore, critico di cinema, vive oggi a Piombino . Tra i suoi molti lavori, ricordiamo ; Almeno il pane Fidel, Fidel Castro biografia non autorizzata, Cubana quotidiana, Fernando di Leo, Fellini a cinema greatmaster, una Storia del cinema horror italiano in cinque volumi, Soprassediamo !, Franco e Ciccio Story, Gloria Guida ecc… Ha tradotto per Minimum Fax La ninfa inscostanto di Guillemo Cabrera Infante. I suoi romanzi Calcio e acciaio, Dimenticare Piombino e Miracolo a Piombino, storia di Marco e di un gabbiano, che sono stati presentati al Premio Strega. Blog del cinema : La Cineteca di Caino Cinetecadicaino.blogspot.it

Patrizio Avella
Francese di origine italiana, vive oggi in Maremma Journalist-food per la rivista di Parigi LA VOCE le magazine degli Italiani in Francia - Rubrica Gastronomia. Dal 2013 lavora con la radio francese France BLEU Trasmissione gastronomica con il test con gli ascoltatori: Dimmi che pasta mangi ti dirò chi sei!» Autore con Gordiano Lupi del libro PASTA & CINEMA Edizioni Il Foglio di Piombino. Autore del romanzo PIAZZA FONTANA Edizioni Il Foglio - Prix Européen et Méditerranéen de la Fondation Jean Monnet de l’Europe à Paris (2012)

articolo pubblicato il: 07/03/2017

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