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arte e mostre
"Foulard delle montagne"

al Museo Nazionale della Montagna di Torino fino al 28 maggio

di Michele De Luca

Al Museo Nazionale della Montagna di Torino è di scena, fino al 28 maggio, il foulard, l’accessorio principe dell’haute couture che Christian Dior ha definito “il tocco finale di una mise”, raccomandando alle sue clienti di sperimentarne i vari modi di indossarlo, per trovare quello più adatto ad ognuna.

La proposta del Museomontagna, apparentemente inusuale, s'inserisce in un ampio programma di valorizzazione delle raccolte iconografiche, conservate nel suo Centro Documentazione, legate alla montagna indagata sotto tutte le angolazioni, anche le meno scontate. Il foulard, accessorio nato per un uso quotidiano e principalmente per scopi pratici presso tutte le culture del mondo, nel corso del Novecento diventa simbolo di eleganza e femminilità.

Le signore più chic del secolo scorso dall’americana Elsie de Wolfe, attrice e arredatrice, a Jackie Kennedy, fino a Margaret Thatcher e a Christine Lagarde, lo hanno trasformato in un vero e proprio oggetto di culto. A partire dagli anni Cinquanta, dive del cinema, come Audrey Hepburn, Grace Kelly e Gloria Swanson in “Il viale del tramonto”, poi Sarah Jessica Parker in “Sex and the City” o Susan Sarandon in “Thelma & Louise”, ne hanno favorito la diffusione presso un pubblico di fruitori molto più ampio.

L’esposizione (“Foulard delle montagne”) è incentrata su una selezione di settanta pezzi, i più interessanti, selezionati dai curatori Aldo Audisio, Laura Gallo e Cristina Natta-Soleri (curatori anche del bellissimo volume intitolato come la mostra, edito da da Priuli & Verlucca), tutti provenienti dalla cospicua raccolta di foulard del Museomontagna che conta oltre centottanta esemplari a tema montano a partire dagli anni Venti e Trenta del Novecento fino ad arrivare alle moderne creazioni degli anni Duemila. In mostra si possono ammirare foulard delle grandi firme della moda: da Chanel a Hermès, Prada, Givenchy, Gucci, Céline, Krizia, Burberrys, Ralph Lauren, Escada, Gabrielli, e Bogner, oltre a marchi più contemporanei, come Lola Paltinger, Milleneufcentquatrevingtquatre, Étoile de Marie, Casali 71 e Charlotte Hudders, solo per citarne alcuni.

In mostra sono presenti anche foulard commemorativi, dedicati agli eventi olimpici invernali, come quello realizzato per le Olimpiadi di Oslo del 1952 o la serie per i Giochi Olimpici di Grenoble del 1968, affidata a noti illustratori e pittori come Constantin e Pierre Ambrogiani. Nella collezione numerosi sono gli esemplari appartenenti a questo filone, così come quelli nati con scopi turistici, veri e propri souvenir talvolta realizzati in tessuti meno pregiati della seta, che non hanno nulla a che vedere con l’accessorio di lusso delle grandi case di moda. Il foulard - che nella sua versione classica è realizzato rigorosamente in seta, materiale nobile e raffinato, sinonimo di leggerezza - lega la propria storia alla Maison Hermès. Thierry Hermès nel 1837 fonda un'azienda che produce selle e finimenti per cavalli, cento anni dopo dal genio creativo di Robert Dumas, genero e socio di Émile-Maurice Hermès, nascono i celebri carré dai fantasiosi e raffinati disegni.

Al marchio francese appartengono alcuni pezzi esposti risalenti agli anni Quaranta e Cinquanta, come “Les Joies de la Montagne”, firmato dallo svizzero Jean-Louis Clerc, o “Chamois” uscito dalla mano di Xavier de Poret. Sono inoltre presenti alcuni esemplari di soggetto polare come “Expéditions Polaires Françaises Missions Paul-Émile Victor” (1952), su disegno di Hugo Grygkar, o “La Vie du Grand Nord” di Aline Honoré (2004). All’ambiente dell’equitazione e della mondanità si lega anche la nascita, nel 1921, di Gucci, i cui carré devono la propria fortuna a Vittorio Accornero, ideatore di “Flora” – realizzato nel 1966 per Grace Kelly – e di molti altri presenti in mostra, appartenenti alla nota serie a soggetto prevalentemente botanico.

Il foulard nel mondo alpinistico è spesso associato a un senso di sfida alle convenzioni a un'idea di libertà, come sembra suggerire la famosa fotografia della scalatrice Mary Varale (1895-1963) ritratta nel 1931 con un foulard in testa, legato come una bandana, in compagnia dell’alpinista Riccardo Cassin. Proprio quel Cassin che si ritrova fra le novantadue firme ricamate sul curioso foulard “Rifugio Regina Elena, 23.24.25. V. 1931”, lasciate dagli alcuni tra i più famosi alpinisti dei primi decenni del Novecento. Pezzi di stoffa più o meno quadrati, d’altra parte sono stati nel tempo protagonisti di numerose storie legate alla conquista delle vette. Nel 1786 un “fazzolettone” rosso, annodato stretto a un bastone piantato nella neve in mezzo al vento forte, viene fatto sventolare sulla vetta del Monte Bianco da Michel Gabriel Paccard, che vi era salito insieme al cercatore di cristalli Jacques Balmat, riuscendo nell’impresa fortemente voluta da Horace-Bénédict de Saussure.

Un altro pezzo di stoffa quadrato, con la sigla G.L.M. ricamata a mano su un angolo è stato ritrovato nel marzo 1999, a 8290 metri di altitudine, sotto il Grand Couloir, sul versante nord dell’Everest. Grazie a questo oggetto e alle lettere che vi erano ripiegate dentro, Conrad Anker ha potuto essere certo che quello che aveva trovato fosse davvero il corpo dell’alpinista inglese George Leigh Mallory (1886-1924), protagonista, nel giugno del 1924, del più straordinario fallimento nell’ascensione al tetto del mondo.

articolo pubblicato il: 17/02/2017

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