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libri
"Antonietta Raphaël"

catalogo generale curato da Giuseppe Appella

di Michele De Luca

Una donna artista ”misteriosa e affascinante, dura e inflessibile, affettuosa e al tempo stesso lontana e distante. Invincibile”: tale il ricordo delle figlie di Antonietta Raphaël Mafai, il cui “Catalogo generale della scultura” - fortemente voluto dal Centro Studi Mafai Raphaël, a cura di Giuseppe Appella, con la collaborazione di Bruna Fontana, edizioni Umberto Allemandi – è stato presentato a Roma giovedì 2 febbraionella Sala delle Colonne della Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Il volume, in veste editoriale elegantissima e corredato da una magnifica scelta di immagini, è frutto della straordinaria dedizione con cui il curatore e la sua collaboratrice per oltre quattro anni hanno lavorato ala ricostruzione delle vicende della vita, alla bibliografia e alla schedatura delle opere, che nel loro complesso restituiscono alla storia il meraviglioso processo creativo della Raphaël (Kaunas, 1895 – Roma, 1975).

Il libro raccoglie la produzione scultorea dell’artista tra il 1933 e il 1971, ed è il frutto di una lunga ricerca tra fonti sparse ed eterogenee: fotografie, diapositive, cataloghi, lettere, diari a altri documenti. Questi preziosi quanto caotici materiali, rintracciati negli archivi di famiglia e in numerosi musei, istituzioni, gallerie, collezioni e archivi privati, chiariscono definitivamente dubbi e incongruenze relative a datazioni e attribuzioni. Dalla visione totale dell’opera emerge chiaramente come Raphaël sia stata una delle artiste più importanti del Novecento. Appella ha voluto evidenziare la cultura sfaccettata e l’identità ibrida su cui s’innesta l’opera della Raphaël, sensibile ai temi biblici, mitologici, al femminile, segnata in particolare dal motivo della creazione e della maternità. IlCatalogo, risultato di un annoso e meticoloso lavoro e di puntuale schedatura di tutte le opere scultore della Raphaël , finalmente testimonia l’evoluzione del personalissimo percorso creativo di Antonietta Raphaël, restituendo tutta la vitalità di una creazione originale la cui potenza affiora nitida nelle belle tavole fotografiche e nelle duecentodieci schede tecniche ordinate cronologicamente, corredate da immagini e note tratte dai diari dell’Artista.

Un corposo capitolo intreccia, poi, all'analisi dell'opera la ricezione critica e le vicende biografiche documentate da copertine di cataloghi e stralci di lettere e diari. Una dettagliata nota bibliografica copre il lungo arco temporale dal 1929 al 2014, e costituirà un indubbio punto di riferimento per appassionati e studiosi. La schedatura delle circa duecentocinquanta sculture della Raphaël ha richiesto l’applicazione di una filologia strettissima: per la Raphaël, come ha detto il curatore – è stato necessario mettere a posto molte cose: data di nascita, partenza per Londra, legami con Epstein, arrivo a Roma, contributo alla cosiddetta Scuola Romana, anni passati a Genova, viaggi in Cina e in Spagna, ritorni a Parigi e a Londra, presenze in varie parti d’Italia, fusioni coeve e fusioni postume, passaggi di collezioni e così via. Per arrivare a un punto fondamentale: Raphaël è una scultrice nata e non, come vuole la leggenda, una pittrice passata alla scultura perché in casa bastava il pittore Mafai”.

Si legge nella nota editoriale, “Dopo Soutine e Chagall, divulgatori di un multilinguismo proprio delle comunità chassidiche prima dell’avvento del nazismo, ecco la scultura di una donna-artista misteriosa e affascinante, dura e inflessibile, in settantacinque anni di viaggi, di incontri, di precarietà, di clandestinità, di persistenti ricerche sulle necessità creative, di evocazioni nostalgiche e tensione all'inquietudine, all'analisi, all'uso della memoria. Approdata a Roma nel 1925, compagna di Mario Mafai, vi trasferisce gli elementi di una cultura eccentrica e anarcoide, antiaccademica, eccitata e fantastica, colma di energia e di movimento, di ignote emozioni, con un pittoresco bagaglio di interessi musicali, di immagini della terra natale, di temi iconografici, primo fra tutti quello della maternità, coltivato nel corso degli anni senza farsi condizionare dalla tradizione”.

articolo pubblicato il: 08/02/2017

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