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il cinema di caino
"Il testimone dello sposo" (1997)

Pupi Avati

di Gordiano Lupi

Soggetto e Sceneggiatura: Pupi Avati. Adattamento Dialoghi: Elisa Galletta. Fotografia: Pasquale Rachini. Montaggio: Amedeo Salfa. Musiche: Riz Ortolani. Edizioni Musicali: Radiofilmusica. Direttore di Produzione: Guido Geuna. Costumi: Vittoria Guaita. Scenografia: Steno Tonelli, Alberto Cottignoli. Suono: Raffaele De Luca. Aiuto Regista: Cesare Bastelli, Gianni Amadei. Operatore: Antonio Schiavo - Lena. Fotografo di Scena: Gianfranco Salis. Consulenza Storica: Mario Canetti, Luigi Boneschi. Consulenti Scenografici: Lorenzo Stanzani, Gino Ghini. Produttori: Luigi e Aurelio De Laurentiis, Antonio Avati. Case di Produzione: Filmauro, Duea Film. Contributo della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Distribuzione: Filmauro. Girato Esterni: Sasso Marconi (BO). Negativi: Kodak. Colore: Cinecittà. Edizione: Fonoroma. Mixage: Alberto Doni. Durata: 99’. Genere: Commedia. Interpreti: Diego Abatantuono, Inés Sastre, Dario Cantarelli, Cinzia Mascoli, Valeria D’Obici, Mario Erpichini, Ada Maria Serra Zanetti, Ugo Conti, Ninì Salerno, Alessandra Chiti, Carmela Vincenti, Serena Bennato, Marcello Foschini, Barbara Orsani, Umberto Borsolani, Teresa Ronchi, Saverio Laganà, Valentina Lainati, Andrea Porti, Carla Fioravanti, Luca Cassol, Giancarlo Costa, Toni Santagata.

Il testimone dello sposo spiega tutta la sua filosofia nella didascalia che introduce le immagini. “Senza sapere che cos’è l’amore. Questa la condizione nella quale molte ragazze si sposavano un tempo dalle nostre parti, trascorrendo l’intera vita senza conoscere questo moto dell’animo, confondendolo con il rispetto, la rassegnazione, il dovere, l’abitudine. Morirono insomma senza intuirne neppure l’esistenza. La storia che narriamo testimonia come la scoperta improvvisa di questo sentimento, fosse dirompente, destinata a tutto travolgere”. Pupi Avati mette in scena l’attesa per la fine di un secolo, il ritorno dall’America di un emigrante che ha fatto fortuna e la straordinaria storia d’amore vissuta da una donna che non ha mai conosciuto l’amore, realizzando una piccola epopea dei sentimenti, un romanzo storico di ampio e potente respiro. In breve la trama. Siamo nel 1899, Angelo (Abatantuono) torna al paese dopo 15 anni di Stati Uniti, dove ha fatto fortuna per meriti del fratello deceduto, ereditando un’attività ben avviata. Edgardo (Cantarelli) lo sceglie come testimone per le sue prossime nozze con la bellissima Francesca (Sastre), sposa per niente convinta del passo che sta compiendo. Angelo è malinconico e introverso, nonostante sia corteggiato da tutte le donne del paese, sogna soltanto di rivedere la vecchia fidanzata, che nel frattempo - dopo un matrimonio fallito - si è messa a fare la prostituta a Firenze. Pupi Avati descrive con dovizia di particolari la festa di nozze, un vero e proprio matrimonio combinato da padre (Erpichini) e madre (D’Obici) della sposa per salvare la famiglia dal dissesto economico. La famiglia della sposa è completata dalla zia Peppina (Mascolo), considerata matta perché è spontanea ed esprime i suoi sentimenti senza finzioni. Francesca non prova non solo amore ma neppure affetto per il futuro sposo, vorrebbe fuggire da un uomo che considera gretto e volgare, nonostante la costrizione dei genitori. Quando la ritrosia della ragazza sembra vinta, compare Angelo, fuoco rivelatore di un sentimento mai provato, apparizione che scopre un territorio vergine. Francesca s’innamora di lui al punto di convincersi che il sì pronunciato davanti all’altare non sia rivolto al marito ma al testimone. Rivela il suo amore ad Angelo e gli confessa che si sentirà legata a lui per tutta la vita, rifiutando di concedersi a Edgardo. La festa finisce male, tra pettegolezzi, sposo che abbandona la casa e regali restituiti, dopo sterili tentativi materni di rimediare al disastro. Angelo parte in carrozza con la vecchia fidanzata, abbandona quel giovane amore, prendendosi la responsabilità di una festa finita male. Il lieto fine giunge inatteso, dopo un breve salto temporale, quando Francesca è diventata maestra elementare e riappare Angelo che - davanti alla scolaresca - si presenta come il marito. Un abbraccio e un bacio - finalmente non galeotto - sancisce un vero matrimonio fondato sull’amore. Il film termina con una poetica voce fuori campo: “Riusciremo ad andare tutti sulla Luna?”. Le speranze per il nuovo secolo si fondono con una consacrata storia d’amore. Tutto molto fiabesco e avatiano.

Il testimone dello sposo guadagna la nomination ai Golden Globe 1998 come Miglior Film Straniero, pur non vincendo alcun premio. Pupi Avati realizza un grande affresco di fine Ottocento, concentrando l’azione tutta in una notte, quella di passaggio da un secolo all’altro, tra speranze e sogni di vita migliore, di un mondo senza guerre dove la scienza farà passi da gigante. Scenografie straordinarie, costumi perfetti, arredamenti e ricostruzione di un matrimonio sfarzoso, celebrato da quattro preti, con relativa festa talmente perfetta da ricordare la lunga sequenza danzante de Il gattopardo di Visconti. Sceneggiatura che non fa una grinza, non risente di tempi morti, con abile caratterizzazione dei personaggi, interpretati da attori ben diretti e ben calati nelle parti. Abatantuono è un perfetto emigrante che fa ritorno a casa e sente di aver fatto fortuna senza meriti, triste e ombroso, meditabondo e innamorato, recita con mezzi toni e senza enfasi, come richiede il ruolo. Inés Sastre è una bellissima spagnola che in Italia non ha recitato grandi ruoli, scoperta da Carlos Saura (A peso d’oro, 1988) quando aveva solo quindici anni, vista nel film di Antonioni e Wenders (Al di là delle nuvole, 1995), ma lanciata da Avati con questa pellicola e riutilizzata con successo ne La cena per farli conoscere (2006). Non solo bella ma anche brava e intensa nella caratterizzazione di un ruolo per niente semplice di donna innamorata che rifiuta il matrimonio d’interesse. Tra gli attori ricordiamo le presenze interessanti di Toni Santagata e Ninì Salerno, oltre a Valeria D’Obici come ispirata madre della sposa. Fotografia anticata, color giallo ocra, dai toni pastello, che Rachini confeziona con la consueta abilità, così come De Luca si occupa del suono in presa diretta e Riz Ortolani celebra le nozze con toni da sinfonia malinconica. Due i temi di fondo di una pellicola struggente che racconta un’insolita storia d’amore: il matrimonio di convenienza e la fine di un’epoca, celebrati entrambi in una cornice decadente che festeggia il nuovo che avanza ma non riesce a dimenticare i fantasmi del passato. Avati mette in scena tutte le tradizioni e le usanze tipiche della vecchia società ottocentesca, dai confetti distribuiti con il ramaiolo, ai paggi che reggono lo strascico, passando per il valzer tra coniugi e il letto nuziale preparato da ragazze vergini. Tono lento, malinconico, tra ricordi e ritorni, sogni d’amore e tristezza per un sentimento da reprimere.

Un film molto teatrale, girato quasi tutti in interni, che gioca molte delle sue carte sulla recitazione, ma che nella parte finale presenta notevoli spaccati fotografici delle colline bolognesi e di una Romagna contesa tra paludi e mare. Si sfiora il capolavoro.
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articolo pubblicato il: 07/02/2017

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