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arte e mostre
"Dialoghi" di Paolo Staccioli

a Mantova

di Michele De Luca

Una nuova mostra a Mantova dello scultore Paolo Staccioli intitolata “Dialoghi” si può ammirare, fino al 9 febbraio, alla Galleria Arianna Sartori di Mantova nella Sala di Via Cappello 17; la personale si è appena inaugurata, alla presenza dell’artista, tra i più conosciuti e apprezzati ceramisti italiani. Nato a Scandicci nel 1943, Paolo Staccioli inizia la sua esperienza di artista negli anni Settanta del Novecento, esordendo come pittore e facendosi presto notare in ambito locale. Al principio degli anni Novanta la necessità di sperimentare nuovi linguaggi espressivi lo spinge a Faenza, nella bottega di un ceramista locale, Umberto Santandrea, dove apprende le tecniche di quest’arte. È qui che Staccioli realizza i suoi primi vasi, dapprima con la tecnica della ceramica invetriata, poi sperimentando la cottura a “riduzione”, che gli consente di ottenere straordinari effetti d’iridescenza e lucentezza. Ottenuta assoluta padronanza del mestiere, Staccioli allestisce nel suo studio di Scandicci, nei pressi di Firenze, un laboratorio, dove continua autonomamente e quotidianamente a misurarsi con l’uso del fuoco e degli ossidi di rame, dando vita a una miriade di vasi che riveste con fantastici racconti pittorici, fissati definitivamente dalla smaltatura a lustro.

È con queste opere che ottiene i primi successi, facendosi notare in mostre personali e collettive, nonché in occasione di importanti manifestazioni culturali: le sue ceramiche, dal forte effetto metallizzato e dallo smalto scintillante si impongono presto, per eleganza e originalità, nel panorama artistico non più solamente fiorentino, ma nazionale.
I personaggi che in questa fase popolano la superficie delle sue ceramiche (giostre di cavalli giocattolo sospesi nell’aria e accompagnati da putti alati, suonatori di trombe, bambole e Pulcinella) presto si guadagnano la terza dimensione, divenendo sculture che tuttavia non perdono l’accento di accadimento fiabesco, estranee come sono ad ogni nozione di tempo e luogo: forme idealizzate memori della statuaria preromana, etrusca in particolare, sulle quali interviene la policromia della ceramica, a rendere un vigoroso effetto di masse in contrasto. Guerrieri, viaggiatori, cardinali e cavalli si aggiungono ben presto alla folla già nutrita dei fantastici personaggi ed iniziano, dalla seconda metà degli anni Novanta, ad animare importanti collezioni pubbliche e private, italiane ed estere.

Nei primi anni del Duemila, nella volontà di sperimentare nuovi materiali e, con questi, altre dimensioni espressive, Staccioli inizia a trasferire – senza comunque mai abbandonare l’amore per la lavorazione delle terre – le sue forme nel più duraturo bronzo, passando dalle ricerche con gli ossidi di rame a quelle con le patine metalliche. È in questa più recente fase che le sue figure acquistano una monumentalità prima ignota, che ancor più tende a fissare in una dimensione al di fuori del tempo i suoi cavalli e i suoi guerrieri.
Molti i riconoscimenti tributati all’artista, in particolare nell’ultimo decennio, da pubblico e critica, e molte le partecipazioni a premi ed esposizioni che hanno consentito a Paolo Staccioli di conquistare un posto di assoluto prestigio nell’attuale panorama artistico nazionale.

In un testo molto denso e suggestivo (tratto dal catalogo della mostra “Paolo Staccioli. Opere / Sculptures 1991-2011” che si tenne al Museo Horne di Firenze) Ornella Casazza, già direttrice del Museo degli Argenti e delle Porcellane di Palazzo Pitti a Firenze, ebbbe a scrivere, tra l’altro, di quello che lei ha definito “scultore del silenzio e dell’attesa”: “Chiuso nel suo laboratorio, può ricordare, plasmando memorie lontane, i piaceri provati sui testi antichi. Riscoperti e ricreati con libertà e candore, modella la sua identità e la sua partita si gioca in una contraddizione fra il bisogno di essere moderno e insieme antico, conservatore di forme e di cangianti superfici. Sin dalle decorazioni delle prime forme vascolari, rielabora soggetti e temi già ampiamente indagati dagli esordi nella pittura su tela; sembra anzi, condividendo le parole di Nicola Micieli (1997), che Staccioli abbia sempre dipinto in funzione della ceramica, delle sue accattivanti e traslucide superfici favorite dalla complicità a volte imprevedibile del fuoco. È capace di scherzare con Eros e ce lo mostra come un bambino alato che gioca da solo o assieme ad altri fanciulli divini modellati a tutto tondo intorno al collo di un vaso che assurge spesso a oggetto del loro divertimento, a rievocare, per esempio, i vasi prodotti in antico a Canosa di Puglia, come ha ben detto Maria Anna Di Pede scrivendo dello splendido vaso con figure plasmate a rilievo, realizzato nel ’98 in faenza ingobbiata dipinta con ossidi e sali sotto vernice e lustrata di “uno splendido rosso-bronzo che lo fa rifulgere di una luce infuocata, propria dei più suggestivi tramonti” (Tommaso Paloscia 1999), presentato alla mostra: Memorie dell’Antico nell’arte del Novecento al Museo degli Argenti a Palazzo Pitti, nel 2009. Ma un puttino sa cavalcare, dall’aprile 2000, nella bellissima natura del Parco di Poggio Valicaia, sopra Scandicci, abbracciato al collo di un possente cavallo in bronzo, alto due metri, verde come il cavallo dipinto in verde terra da Paolo Uccello nel duomo di Firenze, e sa guidarlo a esplorare le vie degli uomini”.

“In una visione fantastica e visionaria del reale” continua la Casazza, “ Staccioli indaga il suo personalissimo rapporto con il ‘paesaggio’, un paesaggio che è sempre lo stesso, quello carico di racconti incastonati in altri racconti di cavalli alati, di leggeri cavalieri sospesi nel vuoto anche se fissati in un telaio con le ruote come nel giocattolo della nostra infanzia o in movenze da giostra o sospesi in improbabili dondoli, dove saliranno anche gli uomini per raccontare il mondo dei desideri e delle speranze. Utilizzando con illimitata fantasia quei temi a lungo meditati in questi ultimi anni e divenuti ormai significativi nel suo repertorio, è riconoscibile senza ripetersi, ma dando l’impressione di restare sempre sullo stesso tema, quello del cavallo che sperimenta ancora in forme che riempiono fittamente lo spazio, saturandolo completamente, uno spazio anch’esso senza gerarchie, nel quale non esistono vicinanza e lontananza, sopra e sotto, prima e dopo”. Le sue “gioiose ceramiche”, come le ha definite Antonio Paolucci, sono percorse da un senso di mistero, che sembra allontanarli dalla re realtà, proiettati in una dimensione mitica e fantastica; ma cosa vi è di più “reale” che la fantasia, il pensiero, l’invenzione surreale e metafisica? In essa è riposta la verità, l’identità più vera e intima dell’artista; che si manifesta e si materializza nella realizzazione delle sue creature.

articolo pubblicato il: 23/01/2017

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