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cultura
"San Giuseppe Artigiano"

una storia di Piombino

di Gordiano Lupi

Svegliarsi e passeggiare di buon mattino, mentre l’alba invernale rosseggia in un cielo ormai sgombro di fumi e polvere d’acciaio, direzione Salivoli, centro commerciale in riva al mare, accorgersi d’un tratto che tra i palazzi arroccati della vecchia strada spunta un campanile, evanescente fantasma tra la terra e il cielo. Ancora la luna in cielo stempera in opache incertezze la direttrice della mia vita, ancora la palma divide palazzi e siepi di pitosforo, per tacer dell’olivo cresciuto selvaggio tra condomini di mare, ancora il silenzio accompagna i miei passi verso il mattino che sorge nel rossore infinito. E la piccola chiesa saluta, fa capolino, ritaglia uno spazio tra l’Isola d’Elba lontana, un anfratto di mare e ricordi d’antica campagna. Un lampione, una croce, un campanile, una statua di marmo, una lapide, una via che rammenta Don Vito Latini, bambini che corrono in fretta verso la scuola.

San Giuseppe Artigiano è la chiesa dei miei figli, di me che non sono mai stato credente ma che invecchiando ho maturato dubbi e incertezze, per niente figlio di mio padre, morto leggendo Bertrand Russell. Non vorrei finire i miei giorni, invece, leggendo Silone e l’avventura d’un povero cristiano, o Berto, che cullava tra fede e speranza il suo male oscuro. A San Giuseppe Artigiano c’è un prete perennemente giovane, Don Luca si chiama, deve aver fatto un patto coi santi - perdonami Goethe! - vista l’età indefinibile, sin dai tempi che battezzò mio figlio, pensare che adesso sta per cresimare mia figlia. San Giuseppe Artigiano, piccola chiesa che si ritaglia un fazzoletto di spazio, costretta tra giardino e palazzi, un parco di lecci e olivi che a Pasqua ospita la via Crucis, un tempo a Natale il Presepe. San Giuseppe Artigiano che profuma di mare e vacanze, di Natale e caffè con bocche di leone, di pane appena sfornato, di resina e incenso, di caldo buono d’un focolare che tanto avrebbe amato Ungaretti. E allora lasciatemi osservare la piccola chiesa che mi saluta tra i palazzi, lasciatemi spingere le sguardo oltre le nubi, verso l’Elba, lasciatemi accarezzare la speranza che quel cielo così assurdamente azzurro possa tornare a far brillare di scintille d’acciaio. Sarebbe il più bel regalo di Natale per la nostra terra disperata.
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articolo pubblicato il: 22/12/2016

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