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cultura
"La cena"

un inedito di Virgilio Piñera


La cena
di Virgilio Piñera
da Cuentos fríos (1956) Come sempre accade, la miseria ci aveva riuniti e gettati nel ridotto spazio dei nostri consueti due metri quadrati. Vivevamo lì. Sapevo che quella sera non avrei mangiato, ma il lieto ricordo del copioso pranzo di mezzogiorno bastava a impedire ogni angoscia intestinale. Dovevo compiere un lungo tragitto, perché l’Asilo Notturno - dove alle sette in punto ero andato a chiedere invano la mia cena - distava dal nostro appartamento oltre cinque chilometri. Confesso di averli percorsi allegramente. Anche se nel mio stomaco del famoso pranzo ormai non restava più niente, di tanto in tanto venivo sorpreso da deliziose quanto inimmaginabili eruttazioni. Certo, si facevano ogni volta meno intense, ma erano comunque di aiuto per compiere quel tremendo tragitto…

Fu così che giunsi a destinazione, entrai in casa a tentoni per via dell’oscurità. Credevo di essere solo, ma un rumore, una via di mezzo tra la musica e l’arida discarica, mi fece indietreggiare. Mi allarmai, visto che non potevo identificare quel rumore, ma non ebbi tempo di preparare il mio udito che dai tre pagliericci allineati accanto alla finestra sorsero altri tre rumori spaventosi. Uno ricordava l’aria che esce dai tubi di un organo quando il suonatore apre tutte le chiavi dello strumento; l’altro sembrava quel grido secco e prolungato che emette una donna davanti a un topo, il terzo era simile alla tromba che suona la sveglia negli accampamenti. Feci una pausa, e subito dopo, nella stanza si levò un brusio. In un primo tempo non compresi bene, ma poi udii in maniera distinta queste espressioni: “Carne con patate!”, “riso con gamberi!”, “ravanelli!”, mentre percepivo quel palpitare caratteristico delle narici che catturavano un aroma sul punto di svanire.

Erano proprio le narici dei miei compagni di stanza, stesi in posizione supina nei loro rispettivi pagliericci, che catturavano il delizioso aroma di quei piatti nazionali. I miei occhi, ormai abituati all’oscurità, potevano distinguere in modo nitido i loro volti ovali, nei quali spiccavano le narici protese in avanti, come il generale che marcia alla guida delle sue truppe. In verità quell’aroma stimolava l’appetito e mi spingeva a stendermi nel mio giaciglio, ma mi fermai ancora un istante a osservare quei volti che mostravano una beatitudine da tempo scomparsa.

Un nuovo rumore mi distolse dalla contemplazione e corsi al mio pagliericcio per non perdere il “piatto” di turno. Questa volta non udimmo alcun suono ma fu annunciato da qualcosa che fluttuava nell’ambiente. Non potei contenere la mia allegria e gridai, a squarciagola: “Polpette, polpette!...”. Era proprio un festino romano: le bocche serrate fortemente, sembravano ostriche che avevano piegato le loro valve mentre ogni narice, dilatata fino all’incredibile, divorava avidamente polpetta dopo polpetta. Pensai che non eravamo stati abbandonati, come si dice, dalla mano di Dio, vedendo come il corno dell’abbondanza si svuotava sopra di noi. Ma non avevo tempo da perdere in riflessioni, perché mentre l’entusiasmo cresceva i piatti si andavano moltiplicando. Erano così tanti, che quasi era impossibile divorarli tutti completamente. Non avevamo ancora terminato di assaporare l’aroma di una cotoletta ben rosolata quando appariva un involtino di carne e mais in casseruola e pretendeva d’essere assaggiato. Quel banchetto invisibile aveva i suoi diritti. E, inoltre, era così tanto tempo che l’abbondanza non veniva a farci visita… Ma le nostre narici, sapientemente guidate, si occupavano dettagliatamente di ogni visitatore. E il banchetto non accennava a concludersi. Al contrario, adesso erano così tanti i rumori che si udivano nella nostra umile dimora da coprire quelli di un’orchestra, con tutti i suoi professori. D’altra parte, ogni narice, crescendo gradualmente prometteva di arrivare fino al tetto. Ma non si faceva caso a simili inezie, e i piatti venivano divorati senza che nessuno manifestasse segni di sazietà. Presto l’appartamento fu soltanto un rumore e un aroma che dieci patetiche narici catturavano a ritmo compassato. Non avevano importanza tali eccessi; quella notte, almeno, non saremmo morti di fame.
Traduzione di Gordiano Lupi

articolo pubblicato il: 20/12/2016 ultima modifica: 31/12/2016

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