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arte e mostre
"Titina Maselli"

alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia

di Michele De Luca

Nelle sue opere, nelle sue ardite invenzioni cromatiche, pulsa la modernità, caotica e affascinante dell’universo urbano: Titina Maselli (Roma, 1924 - 2005) è tra le pittrici italiane più originali del Novecento. La sua è un’arte decisamente controcorrente. Rifiuta scelte di comodo, non asseconda la moda del momento e i dettami del mercato: tra l’altro, non ha mai avuto una “galleria di riferimento”. Esprime una personalità fuori dal comune, tanto che il suo “personaggio” oscura la sua raffinata produzione, rimasta sconosciuta per molto tempo al grande pubblico e quasi ignorata dalla critica. Spirito libero e indipendente, elegante e cosmopolita, la Maselli è un’artista che non si lascia imbrigliare in comode catalogazioni. A chi le chiedeva che cosa fosse l'arte, rispondeva: “L’arte è l’unica giustificazione”. All’artista romana, scomparsa poco più di dieci anni fa’, la Fondazione Querini Stampalia, che si affaccia sul magnifico campo veneziano di Santa Maria Formosa, dedica l‘antologica: “Titina Maselli”, a cura di Chiara Bertola, con il supporto della Galleria Massimo Minini di Brescia. La mostra ne ricostruisce la poetica attraverso un’accurata selezione di una trentina di opere, che ripercorrono temi e modi del suo personalissimo linguaggio. Così ancora diceva Titina: “Un quadro non è un libro, un quadro appare in un istante, si vede in un attimo…Vorrei che i miei quadri fossero chiari come quelle scene che Chaplin ripete decine di volte, per accertarsi di essere capito. Cerco sempre di rendere le cose nel modo più chiaro e più iperbolico possibile. di cogliere la realtà, tanta realtà in una cosa sola. In un solo momento”.

Figlia del critico d’arte Enrico, iniziò precocemente a dipingere, sollecitata anche dall’ambiente intellettuale riunito intorno alla famiglia. Dopo la prima personale (1948, Galleria l’Obelisco di Roma) avviò la sua partecipazione alle maggiori rassegne, come la Biennale di Venezia (varie edizioni, dal 1950 al 1995) e la Quadriennale di Roma (varie edizioni, dal 1951 al 2000). La scelta figurativa, perseguita fin dalle sue prime opere, la condusse a rappresentare oggetti della quotidianità (Bottiglia, 1947; Sull'asfalto, 1948), seppure si manifestasse ben presto l'interesse per la raffigurazione di immagini tipiche e ossessive della metropoli e della vita contemporanea. Decisiva in tal senso la permanenza a New York (1952-55), dove trattò motivi come il panorama urbano, soprattutto notturno, e rappresentazioni di pugili o di calciatori (Bar a New York, 1954; Da un subway all'altro, 1955; Boxeurs, 1959; Calciatori in azione, 1959). A questa parte iniziale della produzione, segnata anche da un riferimento alla concezione del dinamismo futurista, seguì una figurazione caratterizzata da soggetti fissati dalla folgorazione di un fotogramma cinematografico (Macchine al tramonto, 1960). Dopo un soggiorno in Austria ritornò definitivamente a Roma, alternando frequenti soggiorni a Parigi. Dagli anni Sessanta, pur riprendendo i medesimi soggetti, tese a una rappresentazione più fredda e piatta, attraverso l'uso di piani bidimensionali e colori antinaturalistici, costituendo così effetti che l'hanno fatta considerare prossima agli esiti della pop art. Tra le maggiori esposizioni si segnalano le personali di Parigi (Grand Palais, 1981), Macerata (Pinacoteca e Musei Comunali, 1985), Mantova (Casa del Mantegna, 1991), Roma (Galleria Giulia, 1998) e Strasburgo (Istituto italiano di cultura, 1998). Ebbe inoltre un'intensa attività come scenografa, lavorando soprattutto per i teatri francesi (Maria Stuart, Festival di Avignone, 1983) e tedeschi (Sei personaggi in cerca di autore, Berlino, Freie Volksbühne, 1981).

Le città di Titina, con le auto, i tram, i camion, i cavi elettrici, i neon, il bar e lo stadio, come i suoi calciatori e pugili, trasfigurati e snaturati dall’azione e dallo sforzo fisico del gesto atletico, sono immersi nel tempo della coscienza e non della percezione. Le facciate di palazzi e grattacieli sembrano scheletri, mangiati dall‘alone dei fari, delle insegne, dei lampioni. Architetture costruite per assorbire ed irradiare di nuovo il flusso d’energia che scorre loro intorno. Verticalità evanescenti, ma anche presenze potenti e reali, che gli occhi percepiscono, attraversandole: frammenti riflessi. Gli elementi iconografici si sovrappongono e si incastrano, si contraddicono, interferiscono e si esaltano a vicenda. Questo è ciò che vuole l’artista: portarci dentro la città, farci abitare quella tensione e insieme camminare quello spazio: “La modernità mozza il fiato. Essa è la vita, ma anche ciò che non può essere vissuto. Tutto è energia e tutto è coscienza. Tutto è materia e tutto è spirito”.

Anticonvenzionale nella scelta dei soggetti quanto in quella dei materiali: spesso per il nero usa la pece presa in carrozzeria, costruisce un linguaggio che racconta il dinamismo, l’emozione della modernità e contemporaneamente tutta la solitudine e l’alienazione insite in essa, e lo fa attraverso un “un segno fitto di vita”. Un “segno-colore” che non è mai espressivo ma piuttosto performativo nell’indicare le direzioni dell’energia all’interno del quadro. Un segno che si sposta mosso da un campo magnetico, in cui masse di tratti si addensano e si assottigliano lasciando trapelare una sagoma sostanziata più dal vento e dalla luce, che dalla materia stessa.

articolo pubblicato il: 15/12/2016

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