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Adiós
di Riccardo Fontana

Apprendere della scomparsa di Fidel Castro è una notizia che ci lascia non sorpresi ma commossi in termini umani, e attoniti e perplessi con tutte le implicazioni storiche e politiche sia a Cuba, sia nel resto del mondo. Non proprio attoniti come lo fu Manzoni col suo poema “Il cinque maggio” nel voler annunciare la morte di Napoleone. Né con il discorso funebre di Marc’Antonio davanti al corpo esanime di Giulio Cesare. Né dopo l’annuncio della fine di Lenin e di Stalin, né dopo quelle di Mussolini e Hitler. Dopo il glorioso periodo della sua Revolución nazionalista, comunista, anticapitalista, antiamericana, antioccidentale e terzomondista, lascia un’impronta indelebile nella storia della sua isola dove solo li avrebbe potuto realizzare le sue idee e le sue azioni ed anche nella storia della politica internazionale. Emerse come fenomeno latino americano retaggio culturale della reazione allo sfruttamento coloniale ispanico e del desiderio legittimo di riscatto e lotta contro le potenze egemoniche degli anni ’60 del secolo passato. Ossia, Stati Uniti e Europa mentre apriva le porte all’Unione Sovietica. Ma ai 20mila morti causati dal dittatore Batista contro cui lottò, Fidel Castro ne vanta 150mila tra i suoi stessi rivali rivoluzionari cui si uniscono i numerosi dissidenti di allora mentre molti di essi sono ancora torturati e segregati nelle carceri cubane. Senza parlare dei due milioni di profughi espatriati sessant’anni fa a Miami, fuggiti su precari galleggianti a remi alla ricerca della libertà che egli negava ai suoi connazionali e che oggi hanno festeggiato a squarciagola la sua fine a 90 anni di età. Con lui se ne va un simbolo di rivoluzione militarmente conquistata e poi imposta a Cuba ed esportata nel resto del mondo, sia nei Caraibi, sia in Sud America, sia in Africa, specialmente in Angola, cui si unisce l’intramontabile mito del Che Guevara immortalato dalla Rizzoli di Milano. Ma cosa resta di lui, del suo pensiero e delle sue azioni? Solo un mito da archiviare per affrontare la realtà moderna di una Cuba trasformata da lui stesso in una specie di monarchia comunista ereditaria ora personificata dal fratello Raul che domina l’isola ancora con una rigida propaganda politica, tenendo al laccio una popolazione ridotta allo stremo in termini economici. con grande miseria e arretratezza nonostante i miti della eccellenza del sistema scolastico e sanitario. Se vale il suo motto “Revolución hasta la victoria, siempre” esso deve ora essere rivolto alla vera giustizia sociale e al necessario sviluppo che si raggiungono con una moderna democrazia politica ed una efficiente apertura economica interna ed internazionale. Il suo modello si è esaurito e i suoi proseliti in Nicaragua, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Angola etc. sono rimasti isolati e i loro paesi versano in gravi difficoltà economiche. Come è successo in Brasile dopo 13 anni di regime populista-laburista di ispirazione cubana e venezuelana degli ex presidenti Lula e Dilma che ora lo rimpiangono per solidarietà ideologica ma senza avere l’onestà di riconoscere che quel modello poteva forse prosperare in una grande isola caraibica ma non nel resto del continente latino americano, soprattutto nel suo maggior paese, tanto che, una volta introdotto, pur legalmente, ma poi imposto contro la maggioranza della popolazione, ha mostrato tutte le sue incongruenze e rigidezze distruttive. Resta quindi il mito col fascino dell’uomo forte e coraggioso nel pensiero e nell’azione, mentre si fanno pesanti i ricordi della sua spietata dittatura. Non ci resta che affermare: “Adiós Fidel y Arriba Cuba”.

articolo pubblicato il: 27/11/2016 ultima modifica: 03/12/2016

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