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Trump come Orietta
di Carla Santini

In uno degli esilaranti duetti che Lelio Luttazzi creava insieme a Luciano Salce in televisione, quest’ultimo ebbe a paragonare la cantante Orietta Berti alla Democrazia Cristiana. Al classico “Perché?” di Luttazzi, Salce rispose che nessuno ammetteva di aver votato per la Berti in una delle tante manifestazioni canore, però lei vinceva sempre, lasciando ai telespettatori il compito di fare la correlazione con la D.C., della quale pochissimi se ne dichiaravano elettori.

La D. C. era detestata dalla maggioranza degli intellettuali e degli artisti - sia che fossero stati cantanti e attori che musicisti e pittori - nonché da quella che normalmente è definita “la parte più avanzata del paese”, ossia gente comune che interpreta la realtà secondo una visione avanzata, innovativa e politicamente corretta, ma prendeva vagonate di voti.

Donald Trump è come l’Orietta Berti detestata da tutti quei giovani che sentivano la musica rock a “Bandiera Gialla” che al contempo vendeva milioni di dischi. Parlando con cittadini americani in Italia non si sentiva una voce affermare di votare per Trump, ma il risultato è sotto gli occhi di tutto il pianeta.

Sia che il popolaccio parli inglese o francese o italiano sta dimostrando di essere stufo dell’alta finanza che lo ha affamato, dei politici che vivono in un mondo iperuranico, della globalizzazione che non capisce bene che cosa sia. A meno che non si parli di jeans, tutti li indossano forse perché sono comodi e informali, sdoganati anche da stilisti che li tagliuzzano con strappi artistici.

Hillary Clinton ha perso perché rappresentava il vecchio sistema che passa sulla testa delle persone che lavorano, che pagano le tasse, che si fidano. Più che per noi, per gli americani la lealtà e la possibilità di fidarsi sono valori imprescindibili e la candidata non ha dato grandi prove di rassicurare la platea anche dei suoi sostenitori. Aver affidato, poi, a John Podesta il compito di salutare i suoi sostenitori è stata una scelta pessima. Come donna ha dato il fianco a chi non perde occasione per parlar male delle donne e ha giustificato, non volendo, quella ipocrita consuetudine delle quote rosa. Sarebbe stato un momento storico se una donna avesse potuto insediarsi alla Casa Bianca da presidente e non da first lady. La delusione e lo sconcerto che trasparivano dai volti soprattutto delle donne che mestamente lasciavano la sede del sicuro trionfo sarebbero stati meno accentuati se lei fosse stata lì. Ironia delle parole, il responsabile dello staff della Clinton si chiama Podesta e la candidata, alla fin fine, si è rivelata modesta.

articolo pubblicato il: 09/11/2016 ultima modifica: 14/11/2016

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