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arte e mostre
"I rotocalchi e l'arte contemporanea"

al Museo del Novecento a Milano

di Michele De Luca

E fu la “svolta” per la divulgazione verso il grande pubblico I rotocalchi scoprirono l’arte contemporanea Una interessante mostra, fino al 12 marzo, al Museo del Novecento a Milano “Boom 60! Era arte moderna” è la rassegna a cura di Mariella Milan, Desdemona Ventroni, Maria Grazia Messina e Antonello Negri, presentata dal Museo del Novecento e da Electa e aperta al pubblico il 18 ottobre nei nuovi spazi espositivi del Museo a Milano. Il percorso espositivo, nell’allestimento firmato dall’Atelier Mendini, si articola tra Arengario e Piazzetta Reale e si compone di opere provenienti da Musei e raccolte pubbliche e private, ma anche dalla ricca collezione del Museo del Novecento (Via Marconi, 1). Si articola in quattro sezioni: “Grandi mostre e polemiche”, “Artisti in rotocalco”, “Artisti e divi”, “Mercato e collezionismo”, con un poderoso ed avvincente corredo di materiale illustrativo.

La mostra esplora l’arte moderna com’era raccontata dai rotocalchi negli anni del “boom”. Riviste come “Oggi” fondata da Angelo Rizzoli, “Epoca” di Arnoldo Mondadori, negli anni ’60 diretta da Nando Sampietro, “Le Ore” (fondata nel 1953 da Salvato Cappelli, Giuseppe Trevisan e Pasquale Prunas), “L’Europeo” di Arrigo Benedetti, “Il Mondo” di Mario Pannunzio, “Gente” fondata nel 1957 da Edilio Rusconi, in quegli anni raggiungono le loro massime tirature, diventando non solo un importante strumento di intrattenimento, ma anche lo specchio fedele della mentalità e delle aspirazioni collettive.

I rotocalchi, nell’Italia del boom, contribuirono ad una grande divulgazione su tutti i fronti, politici, sociali e culturali; in presa diretta con la realtà e allargando lo sguardo, con un uso sempre più significativo ed efficace dell’immagine fotografica, essi assolsero al compito di rispecchiare il “volto” del nostro paese, uscito da pochi anni dal disastro e dalle profonde ferite della guerra, ma nel pieno dello sforzo della “ricostruzione”. Per rotocalco si intende oggi una rivista a larga diffusione che tratta principalmente attualità, costume e cronaca, mentre originariamente il rotocalco era semplicemente una tecnica di stampa. La stampa a rotocalco, ovvero la rotocalcografia, venne introdotta negli anni trenta del XX secolo, ma ebbe una rapidissima diffusione negli anni ‘50, consentendo di ottenere migliori risultati nella stampa delle immagini a colori. Nel giro di pochi anni l’editoria a larga diffusione se ne impossessò e tutte le riviste popolari (romanzi, fotoromanzi, cinema) vennero stampate a rotocalco. Dagli anni Cinquanta il termine “rotocalco” è diventato sinonimo di rivista popolare a larga diffusione.

Uno dei primi settimanali di attualità stampati a rotocalco fu “Omnibus”, fondato da Leo Longanesi nel 1937. Fu il primo giornale a dare grande risalto al corredo fotografico, attribuendo alle immagini la stessa importanza del testo. Da noi i settimanali stampati a rotocalco ebbero un ampio successo, tanto che già negli anni Cinquanta gli italiani divennero i primi lettori di rotocalchi in Europa. I temi dell’arte non vi rimasero estranei – dalle polemiche sull’astrattismo e sui nuovi materiali, al genere sempre amato del ritratto fino alla rappresentazione degli artisti di successo – anzi vi vennero trattati e rispecchiati in forme diverse e nuove dai periodici “di categoria” o specializzati nel settore, ma vi si intrecciano con la cronaca e con il biografismo, con la “curiosità” per il privato e la mondanità, contribuendo fortemente a creare il mito della “celebrità” e della “popolarità”, in una sorta di livellamento con altre forme di espressione artistica e con figure di successo provenienti dal mondo del cinema, della canzone e della televisione.

E’ anche il periodo in cui, su questa stampa di grande diffusione si affacciano da protagonisti il mercato e il collezionismo, in linea con lo spirito del “miracolo”, in nome del quale l’arte sembra destinata a entrare, come il frigorifero e la lavatrice, nelle case di tutti. E’ un altro aspetto che, tra gli altri, viene particolarmente evocato e rappresentato dalla mostra milanese (veramente molto godibile), che si preoccupa di restituire i diversi aspetti della cultura visiva italiana in un momento particolare, in cui le novità artistiche si confrontano con le attese e le aspirazioni di un nuovo, inedito ed enorme pubblico, ritenuto “difficile”, i cui gusti chiedono ancora di essere letti e interpretati, molto diffidente nei confronti della creatività contemporanea. Le riviste giocano un ruolo fondamentale, poiché a volte assecondano il pubblico nei suoi pregiudizi, altre volte invece cercano di calare il mondo dell’arte nelle forme della cultura di massa. Come ci dice l’assessore alla Cultura di Milano, Filippo Del Corno, “questa mostra segna un punto importante di analisi sull’arte del Novecento da una prospettiva inusuale e inaspettata, che porta al recupero di una parte dell’identità della nostra città in un momento di grande ascesa economica e di immagine: gli anni del boom, appunto”. Una mostra interessante – dunque - non solo per la storia dell’arte ma anche – forse soprattutto - per la storia del nostro giornalismo e della nostra editoria, che ebbe nella imprenditorialità meneghina la sua più forte e significativa spinta propulsiva.
Fino al 12 marzo, al Museo del Novecento a Milano.

articolo pubblicato il: 07/11/2016

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