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teatro
"Il funambolo"

al Teatro Vascello di Roma


4-5-6-7 ottobre Teatro Vascello Marioletta Bideri per Bis Tremila

“Il funambolo”

di Jean Genet Traduzione di Giorgio Pinotti

con Andrea Giordana Jean Genet Giuseppe Zeno Abdallah Melania Giglio canti dal vivo Yari Molinari e Giovanni Scura Danzatori

Musiche Originali del M°Marco Podda Scene Fabiana Di Marco Costumi Daniele Gelsi Luci Beppe Filipponio Videoproiezioni Acqua Micans Regia Daniele Salvo

“Verso la fine del 1956 Jean Genet conobbe un giovane artista del circo, Abdallah Bentaga, figlio di un acrobata algerino e di una tedesca. Lo scrittore francese si legò a lui in un rapporto che lo indusse a peregrinare per l'Europa. Nel corso dei loro spostamenti Genet cercò di convincere Abdallah, che lavorava come giocoliere e acrobata al suolo, a salire sul filo da funambolo. Lo plagiò sino a indurlo a sottoporsi a un estenuante allenamento. Su un foglio di carta disegnò anche un numero segnandone i passi. Il giovane algerino cadde dal filo una prima volta nel 1959, ma vi risalì. Si unì alla compagnia del Circo Orfei per una tournée in Kuwait. Ma ricadde una seconda volta e fu la fine della sua carriera. Genet era convinto di aver realizzato con Abdallah, suo doppio narcisistico, una sorta di capolavoro che l'imperizia e la debolezza del ragazzo mandò in malora, come scrisse a un amico. Nel febbraio del 1964 Abdallah inghiottì un barbiturico e si tagliò le vene. Sette anni prima Genet aveva scritto per lui e su di lui un piccolo poema in prosa, “Il funambolo”.

E' uno dei testi più belli dello scrittore, uno dei suoi più sfavillanti, dove mette allo scoperto la sua estetica ma anche la sua erotica. Si tratta di un grande inno alla Morte, compagna ma anche madre del funambolo: «La Morte - la Morte di cui ti parlo - non è quella che seguirà la tua caduta, ma quella che precede la tua apparizione sul filo. E' prima di scalarlo che muori. Colui che danzerà sarà morto - deciso a tutte le bellezze, capace di tutte».

Il funambolo gioca sul filo dell’orizzonte, gioca la sua e la nostra vita per misurarsi con se stesso e con i limiti di tutti noi. Un attore interpreterà il ruolo di Jean Genet, un secondo attore (Giuseppe Zeno) il ruolo del funambolo, due danzatori voleranno sulle note della meravigliosa musica di Marco Podda, accompagnata dalla sublime voce di Melania Giglio, un funambolo. Questo progetto prevede l’incontro di diverse discipline artistiche, (teatro di parola, danza, circo, musica) tese alla realizzazione di uno spettacolo di emozione pura, di levità mozartiana, di luce abbagliante. Il teatro qui diviene sfida metafisica , atto poetico attivo, forza dirompente tesa ad “infrangere la barriera che ci separa dai morti”. Cosa significa oggi salire sul filo ? Qual è la funzione dell’artista oggi? Cosa significa parlare di Poesia oggi?

Il mondo di Genet è un universo fatto di cristallo, sospeso sul filo dell’orizzonte. La leggerezza del funambolo è incredibile, la sua forza incontenibile, l’amore dello scrittore è incommensurabile. Lui vuole infiammare, non istruire. Il funambolo sul filo possiede la conoscenza e brilla di luce propria. Egli, infatti, conosce tutto, sente tutto, vede tutto. Questo mondo di versi scritti da Jean Genet è distillato prezioso di poesia e altissima letteratura. La scrittura di Genet non è scrittura mediata ed educata dallo stile. Il tentativo è quello di entrare direttamente nella mente e nel cuore di un artista che rischia la vita, nei suoi desideri, nei suoi affanni, nelle sue ansie e speranze disattese o soddisfatte. L’equilibrio delicatissimo in cui si muove il funambolo compone un affresco di una potenza espressiva straordinaria. L’uomo che vive sulla terra e non sa volare e sfidare la gravità, ha razionalizzato irrimediabilmente le pulsioni dell’animo umano, le ha ingabbiate, catalogate ed educate. Genet riesce ancora a comunicare in modo diretto, ”puro”; ci fa entrare nel vivo della disperazione, della rabbia, dell’amore, della dolcezza, della sensualità. Non descrive, non applica filtri letterari. Semplicemente “è”.

Il lavoro è ambientato nella povera stanza del poeta, la “stanza dell’immaginario”, la “scatola nera” della sua mente nel momento dell’elaborazione della scrittura. Nel buio assoluto appaiono queste figure cristalline, creature di altri mondi, ossessioni che visitano brevemente il nostro tempo. Danzatori, funamboli, violinisti con i piedi immersi nel latte. Parliamo qui di un mondo scarno, essenziale, sospeso nell’aria. E’ la fantasia di un poeta, l’ossessione di purezza di uno strano incantatore. La morte qui, si tocca con mano. Soffia sul collo dell’artista, lo mette alle strette, lo fa sentire solo, lo fa cadere e lo fa risorgere. Ma dalla morte si creano universi, si crea la luce e la vita. Solo così si può tornare sul filo e combattere ancora. Il filo farà di te il più meraviglioso danzatore. E se cadi ancora dal filo? “I barellieri ti portano via. L’orchestra suonerà. Faranno entrare le tigri o la cavallerizza. Ma tu bada di morire prima di apparire, e che sia un morto a danzare sul filo”. Ciò che più interessa riaffermare con vigore e forza, attraverso la dolce danza sul filo dell’ultimo sognatore, è la necessità vitale dell’essere poeti. La casa dell’ultimo sognatore è sospesa sul filo dell’orizzonte e, ad ogni menzogna, ad ogni vigliaccheria, rischia di svanire nel nulla. Questo viaggiatore dell’illusione e del sogno parla una lingua di cristallo, si confronta con la morte ogni giorno e,come dal fondo di un pozzo o dalla superficie della luna, si affanna a parlare a tutti gli uomini ancora“vivi”, attraverso le parole di un poeta ormai vecchio, gli incubi notturni di un uomo lasciato solo, le notti d’amore di un ragazzo, la morte di un mendicante senza identità... E’ lui che ci fa risvegliare ansimanti nei nostri letti, è l’ultimo sognatore che ci fa alzare la testa dal libro in un attimo di trasalimento, solo un attimo... Come un capogiro.
Daniele Salvo

articolo pubblicato il: 26/09/2016

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