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editoriale
la placca e la faglia
di Teddy Martinazzi

Con la conta dei morti ancora in corso è difficile uscire dalla commozione in base alla quale si dovrebbero utilizzare “colonne e colonne di piombo”, come si diceva ancora nell’era preinternettiana, per parlare delle tante vite distrutte, ognuna delle quali un unicum irripetibile.

Si vorrebbe evitare, dunque, di entrare nelle solite polemiche sul perché scosse telluriche che altrove fanno pochi danni, da noi invece provochino tante distruzioni.

Le ragioni sono molteplici. In primo luogo c’è l’attaccamento degli italiani, soprattutto del Centro, ai propri borghi medievali, per cui dopo ogni terremoto si spendono cifre enormi per ricostruire i borghi esattamente come erano, mentre si impiegherebbero risorse molto meno consistenti per ricostruire le case distrutte in una collina vicina, magari usando materiali, e ce ne sono, sicuramente più adatti ai territori sismici.

Sembra che il sindaco di Arquata del Tronto abbia dichiarato che i suoi compaesani vogliono che le case vengano ricostruite proprio dove erano quelle crollate, presumibilmente in falso stile medievale, perché tutto torni come prima. Ma proprio il voler sempre ricostruire secondo certi criteri porta a far sì che a distanza di anni i terremoti tornino a fare danni, mentre utilizzando altri materiali le case resisterebbero, così come accade in Giappone.

Berlusconi l’idea di spostare il centro abitato l’aveva avuta ai tempi del terremoto de L’Aquila, ma trovò subito la più ferma opposizione da parte degli abitanti e da parte dell’opposizione in Parlamento. Che poi qualcuna delle case nuove sia caduta a pezzi poco tempo dopo – emblematica l’immagine di un terrazzino pericolante - questo è un altro discorso. Delle cose mal fatte da Berlusconi ne dibatteranno gli storici, del fatto che i furbetti in Italia non vadano mai in galera ne possiamo parlare anche noi, anche senza speranze oggettive che le cose possano cambiare.

Perché qui casca l’asino. A Messina, immediatamente dopo il terribile terremoto che la distrusse, da una nave russa ancorata al porto scesero plotoni di marinai che provvidero a fucilare sul posto gli sciacalli che incontravano. Oggi tutto ciò sarebbe impossibile, anche se gli sciacalli che ad Amatrice e negli altri paesi si sono messi all’opera addirittura prima dell’arrivo dei soccorritori fanno schifo proprio come allora, così come fece schifo a milioni di italiani sapere che uno dei ricostruttori, chiamiamolo così, de L’Aquila, aveva riso a crepapelle la notte del terremoto.

La gente, di norma, non ha le fette di salame davanti agli occhi, per cui per tutti sarà facile immaginare che, come in occasione dei tanti terremoti precedenti, ci saranno anche stavolta furbetti del quartierino pronti ad avventarsi sui finanziamenti pubblici, così come ci saranno soldi dati a pioggia, senza criterio. Ci sono reduci di altri terremoti che si sono fatti la macchina nuova, così solo perché le disposizioni lo prevedevano e che hanno goduto di benefici del tutto scollegati dagli effetti del sisma.

Nessuno può fermare la placca africana che avanza inesorabilmente verso l’Italia, né dare una robusta mano di stucco alla faglia che da Anzio arriva ad Ancona, per cui presto o tardi nuove scosse arriveranno. Anche in California c’è una faglia, quella di Sant’Andrea, ma lì un terremoto del sesto grado della scala Richter è perfettamente gestibile; le case sono costruite di solito in legno e nessuno si sente così avvinghiato al cucuzzolo natio da non volersi spostare nemmeno di un chilometro.

articolo pubblicato il: 25/08/2016

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