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finanza
il cuore nella storia, la mente nel presente
di Domenico Massa

L’ultima tradizione europeistica è densa di simboli: non a caso uno dei più importanti trattati fa riferimento a Basilea che già il 5 aprile del 1795 fu la sede scelta per firmare il trattato di pace tra la Francia e la Prussia; nello stesso anno il 22 giugno fu firmata la pace tra la Francia e la Spagna ed in precedenza nel 1499 tra l’imperatore Massimiliano ed i dieci cantoni svizzeri. La natura dei più moderni trattati di Basilea è apparentemente più economica che politica. Oggi siamo giunti al terzo perfezionamento del primo trattato di Basilea ed in fatti si parla di Basilea III. E’ difficile capire il dibattito su gli stress test se non si conosce perfettamente lo spirito del trattato di Basilea, giunto per esigenze contingenti alla terza revisione.

Il primo accordo fu perfezionato dal comitato di Basilea, organismo rappresentativo delle principali banche centrali e sottoscritto da più di cento Paesi nel 1988: riguarda i requisiti di capitalizzazione delle banche. Le varie crisi finanziarie hanno costretto ad affinare i termini degli accordi fino a quella che, attualmente, è considerata l’ultima possibile stretta e nelle intenzioni dovrebbe essere la risposta alla crisi finanziaria (dei sub-prime) e si sintetizza in un insieme di nuove regole relative alla vigilanza sulle banche. Lo scopo che si prefigge Basilea III è quello di “prevenire l’eccessiva assunzione di rischi da parte degli operatori, rendere il sistema finanziario più solido, stabilire un terreno di gioco davvero uniforme.

Le misure riguardano unicamente gli intermediari finanziari ed introdurranno: standard minimi di liquidità, la definizione di capitale regolamentare, migliore copertura dei rischi di mercato e di controparte, contenimento della leva finanziaria e misure anticicliche per ridurre la “prociclicità” delle regole prudenziali.

Per capire quello che sta succedendo sui mercati, non potendo contare sull’aiuto dei media e dei soliti commentatori gonfi di autorevolezza, ma vuoti di competenza, è necessario focalizzarsi sugli attuali stress test, i quali sono strumenti utilizzati per verificare che il “capitale regolamentare” sia adeguato ed offra un’efficiente copertura dei rischi di mercato e rischi di controparte. I rischi di controparte assumono grande rilevanza nel caso dei derivati poiché potrebbe verificarsi il caso che nello scambio di reciproche assicurazioni per minimizzare alcuni rischi legati a possibili aumenti o diminuzione di tassi, flessione del merito di credito, oscillazione dei cambi delle valute o dei prezzi di determinate materie, qualcuno commetta degli errori di valutazione ed assuma impegni ai quali non potrebbe, in futuro, poter tenere fede o ai quali il sistema non sia più in grado di garantire la reciprocità degli impegni per la scomparsa improvvisa dal mercato di un importantissimo player come avvenne nel caso della statunitense Lehman (all’epoca il rischio fu immane, ma per nostra fortuna alla fine tutto si risolse per il meglio).

La valutazione del possibile impatto dei derivati è argomento estremamente complesso e per questo non può essere trattato con superficialità. Tuttavia gli stress test sono un discreto segnale nella valutazione della stabilità del sistema nel suo complesso, che non può essere scambiato per l’attribuzione di una pagella o attestato di solidità ad un singolo intermediario finanziario. Particolare attenzione deve essere riservata agli standard minimi di liquidità che sicuramente balzeranno agli onori della cronaca nel prossimo autunno, quando anche i media e gli autorevoli commentatori scopriranno che già dal 2013 le regole sono in vigore (salvo un periodo transitorio fino al 1/1/2019).

Il rispetto dello “standard di liquidità” richiede il soddisfacimento di due regole: la Liquidity Coverage Ratio “richiede che le banche mantengano uno stock di risorse liquide che consenta di superare una fase di accentuato deflusso di fondi della durata di 30 gg senza dover ricorrere al mercato o al rifinanziamento presso la banca centrale” e la Net stable Funding Ratio prevede che fonti di funding stabile dovranno finanziare le attività con un indice di liquidabilità più basso incrementando il presidio sia di medio termine, sia di lungo termine, per evitare c.d. “effetto precipizio” che si sarebbe venuto a creare mantenendo la sola regola del breve termine.

Consiglio di incrociare le dita e sperare che in autunno non salti fuori qualcosa sul quale la speculazione possa puntare per creare quella volatilità che tanto è funzionale alle rapine, così come si è verificato negli ultimi anni cambiando progressivamente il bersaglio, senza curarsi dei danni permanenti all’economia che crea un clima di incertezza prolungato e stabilizzato.

articolo pubblicato il: 02/08/2016 ultima modifica: 15/08/2016

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