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finanza
teoria e pratica

bail-in, core tier e derivati

di Domenico Massa

La teoria classica della concorrenza perfetta si basa sull’assunto dei mercati finanziari che tendono all’equilibrio e, in particolare, sulla tesi della conoscenza perfetta, che contraddice l’impalcatura concettuale di Karl Popper secondo cui la conoscenza della realtà è intrinsecamente imperfetta. In pratica i mercati si autoregolano quando sono perfetti, cioè quando il volume e la possibilità di regolazione degli scambi lo permettono: il prezzo tende a rispecchiare l’esatto valore.

Si determina un po’ la situazione in cui nella divisione di un patrimonio tra due aventi diritto ad uno viene assegnato il compito di determinare la composizione delle singole parti ed all’altro viene concessa la facoltà di scelta. Comprensibilmente chi divide avrà la massima cura ad evitare la benché minima sperequazione, perché questa sarebbe a sicuro vantaggio dell’altro che ha diritto di scelta. Così come questo sistema di divisione non può essere perfetto perché l’attribuzione di un valore in molti casi non tiene conto o esaspera il valore affettivo di un bene, anche la teoria dei mercati perfetti incontra critiche. Soros ha elaborato una sua teoria che chiama “della riflessività” e che serve semplicemente a capire e interpretare quelle situazioni che vedono una partecipazione umana agli eventi. Il tratto distintivo della riflessività è che introduce un elemento di incertezza nel pensiero dei partecipanti ed uno di indeterminatezza nella situazione a cui partecipano. L’incertezza garantisce che i mercati finanziari non siano determinati da generalizzazioni universalmente valide, ma seguano un percorso unico e irreversibile.

Per meglio intendere tali concetti è necessario ricorrere ad un caso di scuola e la vicenda del fallimento della Lehman ci restituisce un’occasione adatta. Come molti ricorderanno l’evento che ha coinvolto la Lehman è rimasto il simbolo dell’inizio della crisi finanziaria denominata “dei sub-prime”, cioè dei mutui concessi a chi avrebbe avuto difficoltà a rimborsarli. Più la crisi mordeva più aumentava la platea di coloro che non riuscivano a rimborsare il debito. Le banche si erano cautelate ed avevano sottoscritto strumenti finanziari che avrebbero dovuto funzionare come assicurazione contro il rischio di insolvenza della controparte. Il numero delle operazioni di garanzia (denominati CDS) era talmente alto e l’incrocio delle controparti talmente elevato da avere un effetto dirompente sui mercati finanziari, quando questi presero in considerazione che con il fallimento della Lehman, importantissimo player del settore, si sarebbe potuta creare una voragine nell’equilibrio tra garanzie prestate e rischi coperti. Soltanto quando furono aperte tutte le buste dei contratti si appurò che sotto il profilo dei CDS la situazione post fallimento Lehman era sostenibile ed il sistema non ebbe ripercussioni irreversibili. Contrariamente alla crisi del ’29, in occasione della recente crisi le Autorità non hanno fatto mancare la liquidità necessaria al funzionamento del Sistema ed oggi abbiamo la speranza di un possibile ritorno alla normalità.

Purtroppo quotidianamente assurgono agli onori della cronaca nuovi “temi”; ad esempio il “bail-in” ha acceso i riflettori sul grado di solvibilità delle banche ed in alcuni casi è necessario superare il mero controllo sui requisiti patrimoniali oggi tanto discussi in Italia, perché i così detti “strumenti finanziari derivati” non fanno parte del bilancio.

Questi “Rischi” (strumenti derivati) vanno valutati in ben altro modo, perché oltre alla possibilità di determinarne un valore ( il così detto “valore nozionale”) è necessario approfondire il rischio derivante dall’incrocio dei contratti e degli attori con il rispettivo grado di solvibilità. L’argomento è stato sollevato a proposito della Deutsche Bank che si legge abbia in pancia derivati per un valore nozionale di 50 miliardi di euro (per darne una dimensione reale si potrebbe dire 4 o 5 volte il pil degli USA). Appare chiaro che, anche in questo caso, un errore di valutazione e la partecipazione umana agli eventi potrebbero fare la differenza tra l’effetto dello scoppio di una bolla di sapone e quello di un ordigno nucleare.

articolo pubblicato il: 17/07/2016 ultima modifica: 27/07/2016

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