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finanza
il piatto piange
di Vittorio Sordini

Sui giornali rimbalzano le interpretazioni delle dichiarazioni rilasciate da alcuni dei rappresentanti delle sette maggiori economie mondiali (G7) e dalle principali Organizzazioni Mondiali e Continentali (FMI, Istituzioni EU.) riunitisi a Sendai nella prefettura di Miyagi in Giappone. I temi dibattuti sono diversi e si potrebbe dire che c’è molto che bolle in pentola. Purtroppo alcuni argomenti bollono da talmente tanto tempo che ormai l’odore di attaccaticcio ha invaso gli ambienti. In particolare ancora si dibatte alacremente sul credito che il FMI vanta nei confronti del Paese ellenico: “la bellezza di 14 miliardi di euro” che paragonati a quanto la capitalizzazione delle banche europee e di molte altre importanti società quotate ha perso a causa dell’esplosione della crisi greca e del, costantemente ventilato, pericolo di una Grexit (si parla di centinaia di miliardi) è un pasticcino, al massimo una pastarella, la domenica, per uno che sta a dieta.

E’ stato affrontato anche il tema che tutti, tra loro, conoscono, ma che tutti fanno finta di ignorare: le svalutazioni competitive. Ormai i blocchi monetari si sono ristretti a poche valute universalmente riconosciute e la tentazione di ognuno di avvantaggiarsi sul fronte delle esportazioni con qualche svalutazione della propria moneta viene repressa a stento, e per coprire qualche manovra tentano di dare la colpa a manovre speculative.

La Cina è combattuta tra la legittima aspirazione di vedere la propria valuta riconosciuta come moneta di riferimento al pari del dollaro, yen, euro e sterlina e la necessità di sottrarre alle ragioni del “Mercato” la sovranità sulle valutazioni della moneta stessa, conservando un’autonomia decisionale indispensabile per il controllo del proprio mercato interno e per spingere sulle esportazioni.

Il tema che toglie il sonno agli investitori su tutte le sponde degli oceani e variamente colorati mari è la valutazione delle conseguenze dell’esito del voto al referendum che si terrà il 23 giugno in Inghilterra, sulla permanenza o meno in Europa. Il pericolo di una Brexit evoca scenari apocalittici sui mercati finanziari e gli incubi degli investitori non si esauriscono con la Brexit ma ad agitare il loro sonno ci si mettono sia il terrorismo, sia gli esodi biblici originati da ragioni economiche o belliche, che spingono intere popolazioni dall’Africa verso i Paesi industrializzati del centro nord dell’Europa.

Ci vorranno alcuni giorni per decriptare le varie dichiarazioni e sarà necessario venire in possesso dei verbali del summit per farsi un’idea precisa. Al momento sono chiari i segnali che sono lanciati affinché siano raccolti dai votanti al referendum sulla “Brexit”, che sono veri e propri moniti tesi ad orientare il voto verso la permanenza in ambito Europeo della Gran Bretagna. Certo è che alle Multinazionali uno sparigliamento delle carte non piace, perché non è funzionale al piano di omologazione delle politiche nazionali, che tanto fa comodo per imporre al pianeta regole funzionali ai propri interessi.

E questa è tutta un’altra storia. Ci si dovrebbe interrogare se è morale che Organismi con dimensioni superiori a quelle degli Stati possano essere messi in condizioni, grazie alla propria caratteristica di internalizzazione dei propri interessi, di prevaricare la volontà dei cittadini dei singoli Stati; sentiremo parlare a lungo del TTIP e speriamo che non sia troppo tardi.
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articolo pubblicato il: 22/05/2016 ultima modifica: 01/06/2016

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