torna a "LaFolla.it" torna alla home page dell'archivio contattaci
cerca nell'archivio




ricerca avanzata


Google



contattaci

ingrandisci o rimpicciolisci il carattere del testo

politica estera
Brasile: si cambia
di Riccardo Fontana

Il 12 maggio siamo stati svegliati alle 6,33 dai botti e fuochi artificiali: così Brasilia e il resto del Brasile hanno festeggiato il voto del Senato per 55 contro 22 ammettendo il processo di impeachment della presidente Dilma Roussef. È stato il colpo di grazia dopo i 367 voti contro di lei alla Camera dei Deputati. Nella stessa mattina del 12 le hanno notificato la sospensione dall’incarico per 180 giorni in attesa che il plenario del Senato emetta il giudizio finale che si stima anticipato entro settembre prossimo. La ex guerrigliera ha voluto mostrare tutta la sua restante energia per arringare il popolo (il suo, della militanza del PT, Partito dei Lavoratori) alla lotta contro il supposto golpe (ribaltone) di cui sarebbe stata vittima. Lotta, come lei vorrebbe, continua senza tregua contro coloro che avrebbero infranto la Costituzione con accuse di reati presumibilmente non commessi. Lotta per la democrazia (la sua, ossia la dittatura del proletariato di stampo cubano e venezuelano). Slogan e parole d’ordine di stile mussoliniano che hanno infiammato le camicie rosse dei suoi sostenitori e le bandiere con la stella rossa del PT e della CUT (Centrale Unica dei Lavoratori) e dei guerriglieri del MST (Movimento dei Senza Terra, che vuole la riforma agraria distruggendo le proprietà rurali produttive). Fine patetica della prima donna eletta alla presidenza coi voti del PT e del PMDB (centro) senza cui non avrebbe ottenuto i consensi necessari per governare.

Al suo fianco è apparso un Lula molto abbattuto, vitreo e visibilmente imbarazzato per la cocente sconfitta della sua pupilla imposta due volte al comando del paese, sapendo che i fili della marionetta da lui manovrati si erano ormai spezzati. Dilma ha voluto insistere nella sua caparbietà di intransigente guerrigliera e di donna autoritaria senza ascoltare i consigli degli amici e sostenitori: ha così trovato il muro del Congresso Nazionale cui aveva sempre volte le spalle ma soprattutto ha mostrato ogni suo limite come amministratrice senza alcuna scuola né sensibilità di gestione e capacità e volontà di dialogo col proprio partito e coi suoi collaboratori e collaboratrici. Si è isolata da sola essendo stata inconsciamente condannata al rogo politico e morale dal suo stesso mentore che ora cerca di usarla per fare campagna anticipata e per cercare (invano) di farsi rieleggere per la terza volta nel 2018. Ma la maggior parte degli osservatori ritiene che Dilma non riuscirà a difendere il suo mandato ora interrotto e che il suo ex vice, Michel Temer, da ieri Presidente del Brasile ad interim sarà tra quattro mesi confermato per completare il mandato.

La sconfitta di Dilma e del PT e pertanto di Lula, vero padrone e manipolatore, ora non più occulto, del paese, deriva dal gigantesco sistema di corruzione da lui montato sin dal 2003 ad oggi basato sull’acquisto di voti della miriade di piccoli partiti (sono 25 al Parlamento) col riciclaggio di danaro sporco e poi col finanziamento col denaro fraudolento di grandi imprese pubbliche come la Petrobras e quelle private per sostenere i piani assistenziali del governo populista e quindi permanere al potere. Democrazia per Lula e Dilma consiste nel razziare come i piranhas all’assalto di un bue grasso, le risorse finanziarie pubbliche, le banche e le imprese di stato per sostenere il partito di governo e i suoi alleati comprati. Pertanto, si tratta di una partitocrazia pluralista sostenuta da movimenti sindacali radicali e dai violenti movimenti sociali rivoluzionari che hanno smantellato a loro vantaggio la macchina dello Stato lasciando sul lastrico grosse imprese prima floride.

Per tappare i buchi di bilancio e per finanziare la campagna elettorale del 2014, il governo Dilma ha decretato spese senza copertura di fondi, ferendo la legge di stabilità fiscale e ha poi contratto debiti con banche pubbliche senza il consenso del Parlamento il che è un reato finanziario. Tutto ciò in un contesto di crescente recessione e inflazione mentre si assisteva ad una serie di fallimenti di piccole e medie imprese, con una disoccupazione di oltre 11 milioni di lavoratori e 40 milioni di inadempienti. Dunque, un mega disastro sociale ed economico che rappresenta chiaro tradimento di quei poveri e di quella classe media che nei primi anni del regime Lula si erano incorporati sì nella economia attiva, ma grazie alle risorse accumulate nei precedenti governi social-democratici.

L’accusa di impeachment, fortemente accolta dal Congresso Nazionale, per reati tecnicamente fiscali e finanziari, racchiude pertanto l’evidenza di un perverso schema di corruzione, di malversazione e pessima gestione dei beni pubblici che appartengono allo Stato e non al partito. Questo è il vero golpe contro la Costituzione e contro la nazione che soffre una profonda crisi istituzionale mentre la popolazione, compresi gli elettori e militanti del PT ora tardivamente pentiti, soffre per la perdita dell’impiego con migliaia di fabbriche, imprese e negozi chiusi e senza prospettive di ripresa a breve e medio termine. Il golpe asserito da Dilma e Lula sarebbe motivato da reazioni personali e politiche a loro contrarie da parte di parlamentari di opposizione. Ma ciò che la sinistra populista ora condannata all’opposizione (l’unica cosa che sa fare!) non vuole capire, è che quando la maggioranza della popolazione, il Parlamento e la libera stampa non danno più fiducia ad un governo corrotto, inefficiente e incompetente, la via di uscita sono le dimissioni come si fa in Europa e nei paesi di vera struttura democratica.

Dilma, anche forte del regime presidenzialista, ha invece ricevuto ordine da Lula di resistere ad oltranza per salvare ancora il suo mandato, lottare con ogni mezzo (si spera legale) per combattere il nuovo governo Temer già istallato con 24 ministri (tutti bianchi e senza una donna) che ha fatto voto di rinnovare le speranze e la fiducia nelle forze del popolo e nelle ricchezze ancora tanto mal gestite del paese. Se Temer non riuscisse a risollevare questo gigante in ginocchio in pochi mesi, ci potrebbe essere un’onda di ritorno di socialismo populista (come già minacciato) che punterebbe alla permanenza per lungo tempo anche col sostegno dei paesi limitrofi di pari ideologie. Ma ciò sembra da escludersi di fronte alla delusione e debolezza che il governo uscente ha mostrato a livello istituzionale e popolare.

Possiamo concludere che qui non c’è alcun colpo di stato, che le leggi e l’autorità legislativa e giudiziaria hanno perfettamente funzionato, che non ci sono carri armati nelle strade, che la popolazione vive normalmente anche se con notevoli sacrifici e si prepara ad affrontare un nuovo governo provvisorio con tante perplessità operative mentre esiste ancora un governo sospeso con alcune prerogative. Si spera che l’ottimismo ritorni e, fatta una profonda pulizia della struttura statale ora inquinata da una dittatura partitocratica fallita, si investa nella macchina produttiva riaprendo alla iniziativa privata; in tal modo, si permetterà la ripresa della occupazione e dei redditi. Inoltre il Brasile, con la nuova equipe di governo, punta alla riapertura di quei canali della cooperazione e del dialogo internazionale finora frustrati e limitati da un regime autoritario e anacronistico.

articolo pubblicato il: 13/05/2016 ultima modifica: 20/05/2016

Commenta Manda quest'articolo ad un amico Versione
stampabile
Torna a LaFolla.it