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finanza
Brexit 3 l'attesa
di Vittorio Sordini

Con l’avvicinarsi del 23 giugno prossimo, data fissata per il referendum indetto dal Primo Ministro della Gran Bretagna sulla permanenza o l’uscita dalla U.E, aumenta l’interesse dell’opinione pubblica, principalmente europea, ma del mondo in generale. Importanti “Case di Investimento” hanno organizzato forum ai quali hanno partecipato importanti personaggi del mondo delle “Gestioni Finanziarie”.

Le preoccupazioni sembrerebbero limitate alla volatilità della sterlina, confidando che anche l’uscita dalla U.E. non dovrebbe essere traumatica per nessuno degli Stati coinvolti. Gli specialisti hanno analizzato ogni singolo aspetto sia macro sia micro economico ed hanno concordato che il “Mercato” alla fine effettuerà un riallineamento con un nuovo bilanciamento derivante dagli effetti negativi e positivi delle eventuali scelte (rimanere o lasciare) le oscillazioni della sterlina dovrebbero essere il volano dei nuovi equilibri economici. Si tratta di un’interpretazione squisitamente tecnica, che sicuramente trova nella dottrina solide fondamenta, ma oserei dire talmente ottimistica da sembrare dettata dall’esigenza di non seminare “terrore sui mercati finanziari” e soprattutto per rassicurare se stessi. I mercati finanziari in primis aborrano l’incertezza, perché come ha sottolineato la Direttrice del FMI “nessun operatore ama l’incertezza, perché nelle fasi di incertezza nessuno investe, nessuno assume e nessuno prende decisioni”.

L’incertezza dominerà fino al momento della pubblicazione dei risultati del referendum ed in caso di “Brexit” anche dopo e per parecchio tempo; almeno fino a quando non si saranno ritrovati gli sperati equilibri. Non ci è dato di sapere, ora, chi, al momento del raggiungimento dei nuovi equilibri, avrà guadagnato: tutti, qualcuno o molto probabilmente nessuno. Cameron fu costretto ad indire il referendum per ragioni (politico elettorali) cioè finalizzate ad influenzare l’esito delle elezioni del 2015. In effetti i Britannici si erano espressi l’ultima volta nel 1975 ed all’epoca si trattava del Mercato Comune Europeo, una cosa ben diversa da quello che è oggi la U.E.

La domanda che è sottoposta agli aventi diritto al voto è stato voluta semplice e non equivocabile: “vuoi rimanere un membro dell’Unione Europea/ vuoi lasciare l’Unione Europea”. Cameron, probabilmente costretto da ragioni di immagine elettorale, ha escluso tutti gli europei che avrebbero potuto avere titolo o interesse a votare a favore della permanenza. Saranno, infatti, chiamati a votare soltanto i cittadini britannici, irlandesi e del Commonwealth over 18 anni residenti nel Regno Unito; cittadini britannici residenti all'estero che sono stati nelle liste elettorali nel Regno Unito negli ultimi 15 anni ed i cittadini del Commonwealth in Gibilterra.

I cittadini europei che, oltre ad essere Comunitari, hanno adottato l’euro, non si possono appassionare al dibattito, tutto interno alla G.B. e ad alcuni Paesi già membri del Commonwealth. I cittadini dell’area euro stanno vivendo l’avvicinarsi della data del referendum con fastidio, per le preoccupazioni sugli esiti che potrebbero compromettere questa delicatissima fase economica che li vede impegnati nella ricerca della stabilità a suo tempo compromessa dagli effetti della crisi finanziaria esportata in Europa dagli Usa dove si era creata per effetto dell’utilizzo disinvolto di “veicoli finanziari” poi dichiarati “tossici”. Se da un punto di vista tecnico, il “mercato” adotterebbe automaticamente soluzioni più o meno eque, dal punto di vista antropologico è difficile comprendere ed accettare che nel momento in cui si dovrebbe guardare alla bandiera a stelle in campo blu come il simbolo del superamento degli egoismi nazionalistici, ci possa essere chi vuole restare solo per i benefici e mantenere livelli di autonomia decisionale che nulla hanno a che vedere con lo spirito comunitario. Sicuramente ci saranno conseguenze.
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articolo pubblicato il: 06/05/2016 ultima modifica: 20/05/2016

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