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lobby, lobbiyng, lobbisti, termini di moda
di Riccardo Ruggeri

da ITALIA OGGI

Nell'odiato linguaggio politicamente corretto ci sono interessanti locuzioni usate per descrivere certi comportamenti delle élite. Ora sono di moda «lobby», «lobbying», «lobbisti», i media ne fanno ampio uso. Avendo diretto per oltre 20 anni aziende operanti in svariati prodotti/mercato, compreso il militare, di diverse pezzature, di varie nazionalità, multinazionali poi quotate a Wall Street, uno dei primi termini che imparai fu «lobbying». Per uno venuto dalla strada, sulla traduzione in italiano di lobbying mai ho avuto dubbi, ieri e oggi, «corruzione mascherata». La definizione tranquillizzante «gruppo di pressione portatore di legittimi interessi» (l'aggiunta di «legittimi» presuppone infatti che ci sono quelli «illegittimi») per me è incomprensibile. In inglese lobby significa loggia, come tribuna parlamentare, noi apòti tendiamo ad assimilarla a loggia massonica, ma è sbagliato, si può essere lobbisti senza essere massoni.

Secondo la definizione classica la lobbying dovrebbe avvenire sia nel privato che nel pubblico. Nel privato, l'ho incontrata in un paio di casi, ricordo di aver dovuto licenziare un paio di direttori degli acquisti che erano stati «lobbizzati» (in verità con loro piena soddisfazione) da fornitori, di certo portatori di loro legittimi interessi, che però confliggevano con i miei, altrettanto legittimi. Mai ho capito perché ci sia bisogno di un lobbista per fare business o fare leggi, noi manager siamo pagati per quello, così i politici, se non sono all'altezza, si prendano consulenti, e li paghi lo stato. Per esempio, ho diretto aziende che facevano componenti destinati a un prodotto finale. Era ovvio che io o il mio direttore vendite fossimo focalizzati a vendere i nostri prodotti, ovvio che ci presentassimo ai clienti come portatori del nostro interesse primario (vendere) e cercassimo di farlo al meglio, così come dall'altra parte il direttore acquisti facesse altrettanto per pagare il giusto e perseguire così i legittimi interessi dei suoi azionisti. All'apertura delle buste scoprivamo se avevamo vinto o perso, ogni giorno, in ogni ufficio acquisti del mondo, ciò avviene, così, semplicemente. Non c'è ruolo per un terzo soggetto. Perché nel pubblico dovrebbe essere diverso?

Per 7 anni sono stato presidente di un Consorzio che vendeva prodotti destinati alla difesa (sotto il controllo del governo e seguendo i protocolli dell'Onu). Per tutti i paesi avanzati, oggi Ocse, il processo negoziale era identico a quello nel privato sopra descritto, solo con molti più attori, stante la complessità dei prodotti. C'erano invece paesi-clienti del terzo mondo che chiedevano l'inserimento nel processo negoziale di un «lobbista» (società o singolo) pagato da noi. Che facevo in questi casi? In sede di offerta, nell'illustrazione del prezzo indicavo pure il costo del lobbista (da me non negoziato, essendo un'imposizione del cliente). La trasparenza verso i miei azionisti e gli enti di controllo nazionali e internazionali era garantita, il resto non era un problema mio, ma del cliente.

Nella mia esperienza americana, non certo per la vendita di prodotti, ma per la costruzione di nuovi stabilimenti o per il disinquinamento forzoso di nostri siti, una sola volta mi fu «caldamente» suggerito un lobbista gradito alla locale amministrazione statale. I processi di autorizzazione furono svolti con celerità e competenza, sia ove c'erano i lobbisti sia in quelli lobbying free per cui non posso esprimere giudizi di sorta sulla moralità americana, anche se qualche dubbio l'ho. In effetti colà il lobbista lo pagai io, e ciò rappresentò un costo secco, che non potei ribaltare sul cliente. Come la mettiamo con la competitività fra fornitori?

Non sapendo rispondere a tale domanda, ho ascoltato alcuni lobbisti, e pure accademici che danno dignità alla lobbying (uno sostenne persino che non può esserci democrazia senza lobbying). Non mi hanno convinto, continua a sfuggirmi perché non debbano essere i manager della società a rappresentare i «loro legittimi interessi» in modo diretto, alla luce del sole, senza alcuna forma di intermediazione di terzi (curioso, proprio loro sono a parole i più feroci «disintermediatori»). Perché ricorrere a protocolli di trasparenza inserendo sul sito gli incontri con i lobbisti, la loro durata? Se il parlamento, il governo, i loro funzionari non hanno competenze tecniche su certi temi si avvalgano, come ovvio, di consulenti, purché siano pagati da loro stessi e non dai fornitori, stante che questi dovrebbero ricaricare questi costi «impropri», senza la possibilità poi a ricuperarli? Se i lobbisti li paga lo stato è supporto professionale, se pagano le aziende, «spuzza», direbbe Bergoglio.
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editore@grantorinolibri.it

articolo pubblicato il: 26/04/2016 ultima modifica: 02/05/2016

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