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politica estera
tempesta tropicale
di Riccardo Fontana

Molti avevano motivate perplessità sulla elezione per due mandati successivi del sindacalista e operaio metallurgico Inacio Lula da Silva che ha governato il Brasile dal 2003 al 2010, portando avanti una serie di rivendicazioni sociali a favore dei poveri e meno abbienti, proponendosi come un Robin Hood tropicale. Ma ora, molti degli stessi militanti del partito dei lavoratori, il PT, si sono pentiti della fiducia in lui riposta ed hanno tardivamente capito la trappola demagogica in cui sono caduti. Trappola che ha mostrato tutta la sua perversa efficienza nel voler manovrare le sorti di questo grande paese con l’elezione al mandato 2011-2014 della sua alleata e portaordini, la ex terrorista e assaltante di banche durante il regime militare, Dilma Rousseff, figlia di un emigrato comunista bulgaro.

Già nel 2005 veniva smascherato il primo schema di corruzione per l’acquisto dei voti parlamentari a sostegno del PT che diventava la punta di lancia di una devastante partitocrazia insieme ad altri partiti di sinistra e sindacati nonché movimenti sociali estremisti e violenti di marca vagamente marxista-leninista -stalinista e di ispirazione venezuelana (Hugo Chavez) e colombiana (Farc) seguiti da altri paesi come Ecuador, Perù, Bolivia, Uruguay e Argentina. L’opposizione e l’opinione pubblica hanno assistito attoniti a otto anni di regime socialista e populista che ha controllato le banche, le imprese pubbliche, ogni posto del potere pubblico e messo a silenzio le forze armate per espiare 21 anni di dittatura. Hanno divorato tutti i benefici ottenuti dal paese grazie al piano Real del precedente governo social-democratico che ha dato respiro e sviluppo all’economia dopo anni di recessione e inflazione.

Lula, una volta svuotate le casse a favore del PT e suoi accoliti e anche per se stesso, ha consegnato un paese fallito alla sua portaordini, Dilma Rousseff che nel mandato 2011-2014 ha mostrato tutta la sua incapacità governativa, gestionale e debolezza politica verso il partito dominante tanto che, pur rieletta per un nuovo quadriennio (2015-2018), ha ancora affondato il paese in una crisi di vaste proporzioni mai finora vista, sommando un secondo enorme schema di corruzione ai danni della Petrobras ed altre grandi compagnie usate per finanziare la sua campagna elettorale e per sostenere i numerosi piani assistenziali che servono al PT per ottenere voti e mantenersi al potere. Per chiudere il forte deficit di bilancio (che ha portato a un debito interno oggi pari a due terzi del PIL) ha contratto prestiti dalle banche pubbliche senza il consenso parlamentare commettendo reato fiscale e politico.

La giustizia federale ha messo a nudo una corruzione per un giro di miliardi di dollari comprese evasioni tributarie e fughe di capitali all’estero e forti investimenti delle banche nazionali in paesi come Cuba, Angola, Venezuela ed altri seguendo un criterio di solidarietà politica- ideologica e non tecnico-commerciale. Mentre il paese soffre per la grave mancanza dei servizi sociali e infrastrutturali.

Di fronte alle continue denunce della magistratura e le confessioni dei manager delle grandi imprese coinvolti nel colossale lavaggio di denaro a favore del PT e del governo, si è resa inevitabile l’apertura di un processo di impeachment contro la Presidente che la Camera sta portando avanti con prospettiva di successo per cui domenica 17 aprile si voterà in plenario. Il 62% della popolazione vuole liberarsi di questo perverso regime dittatoriale totalmente fallito che in 13 anni ha messo in ginocchio le istituzioni, il mondo del lavoro, l’iniziativa privata, ha dilapidato fiorenti imprese pubbliche e gettato nella disoccupazione milioni di lavoratori. La credibilità interna e internazionale del paese è a zero col il PIL sceso del 4% con inflazione all’12% la moneta deprezzata sul dollaro e sull’euro e una stagflazione in atto. Il veleno concentrato in questo regime che non molla l’osso, facendo minacce contro i legittimi oppositori, gridando di essere vittima di un “golpe”, fa rischiare un confronto civile tra fautori della caduta del governo e i militanti da esso pagati (stanno arrivando a Brasilia anche autobus di estremisti delle sinistre del Venezuela, Bolivia e Argentina).

Tale caos è il risultato di imposizione ideologica risalente ancora agli anni ’60, sommate ai movimenti “bolivariani” dell’ex dittatore militare Hugo Chavez cui il Re di Spagna Juan Carlos ben si rivolse con la storica battuta “por qué non te callas!” (perché non stai zitto!”). In 13 anni, questi sinistroidi tropicali che si dicono democratici, hanno arraffato il pubblico patrimonio a proprio beneficio e hanno fatto più danni del regime sovietico in Russia e forse dello stesso colonialismo portoghese. L’ordine pubblico finora è stato assicurato dalle forze di polizia mentre le forze armate e i servizi d’informazione vigilano in silenzio. Ma domenica ci sarà la prova del fuoco e tutto può accadere... mentre la maggior parte dei brasiliani vive una aspettativa come quella della caduta del muro di Berlino.

articolo pubblicato il: 16/04/2016

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