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teatro
"La palestra della felicità"

al Teatro Filodrammatici di Milano


In scena al Teatro Filodrammatici Dal 12 al 17 aprile 2016

La palestra della felicità

testo Valentina Diana regia Elena Russo Arman musiche Alessandra Novaga con Elena Russo Arman, Cristian Giammarini luci Nando Frigerio suono Luca De Marinis voce di Dio Luigi Valentini voci delle caffettiere Alessandra Novaga, Valentina Diana realizzazione caffettiere Giuseppe Marzoli, Nando Frigerio scene e costumi Elena Russo Arman produzione Teatro dell'Elfo spettacolo sostenuto nell'ambito del progetto NEXT - laboratorio delle idee

Un progetto in cui regia, drammaturgia e interpretazione si sono nutriti l'uno dell'altro dando vita a uno spettacolo spiazzante e divertente nei linguaggi scenici come nei contenuti. Elena Russo Arman, che lo ha ideato, ha coinvolto per la drammaturgia Valentina Diana, autrice teatrale e scrittrice (forte di una solida carriera da attrice) e l'attore Cristian Giammarini in un continuo scambio di impressioni, suggestioni e visioni per far luce sul vero motore del conflitto umano: un disperato bisogno di felicità.

Punti di forza de La Palestra della felicità sono dunque la scrittura originale, dotata di ritmo, teatralità, graffiante ironia e l’affiatamento dei due interpreti che da anni lavorano fianco a fianco sui palcoscenici dell'Elfo (da Angels in America, nel quale erano la coppia in crisi dell'avvocato mormone e della moglie impasticcata, a Improvvisamente, l'estate scorsa nei ruoli della fragile Catherine e del medico che l'aiuta a tornare alla vita).

La palestra della felicità è il luogo nel quale si manifesta (in molteplici forme umane) la pulsione vitale, che è rabbia, violenza e desiderio di sopraffazione. Elena Russo Arman e Cristian Giammarini, due attori che interpretano A e B, i protagonisti volutamente bidimensionali (indossano abiti ispirati alle bambole di carta) di questa storia, sono condannati, sia da attori che da personaggi, a reiterare un rituale vitale quanto autodistruttivo, finalizzato al darsi la morte, per poter rinascere, per poter rocambolescamente morire, tra mille colpi di scena, ancora e ancora. “l’amore non va” dirà una delle protagoniste femminili all’uomo che le chiede di sposarla, “…la morte buca. La morte non buca”. Tutto è intrattenimento. Per esistere bisogna dunque intrattenere, e per intrattenere è d’uopo il morire, anche perché gli attori sono solo in due, gli altri, i loro presunti colleghi di un tempo, stando a quanto essi ci dicono “sono stati buttati via”, cacciati, considerati inutili. La finzione è la loro sola possibilità di sopravvivenza.

I due interpreti si moltiplicano in scena, giocano, simulano infinite varianti di conflitto, indossando i panni e i ruoli delle relazioni che sono in qualche modo gli archetipi della vita di ogni giorno: la madre persecutrice, il figlio vittima/eroe romantico, la coppia di fidanzati/amanti crudeli e inappagati, due attori alla ricerca di un finale che non può mai arrivare, in un flusso continuo di situazioni grottesche, paradossali ed esilaranti nella quali è difficile non identificarsi almeno un po’, e ridere un po’, finalmente, perché no, anche di sé. La palestra della felicità diventa così un buon osservatorio ironico sul vuoto incolmabile, ad un tempo dolente ed eroico, dell’umana esistenza.

La felicità del titolo, intesa come appagamento, restituzione di un senso esistenziale (durante lo spettacolo gli attori raccontano al pubblico il cammino sgangherato e tenero compiuto dai protagonisti del film Stalker di A. Tarkovskij) è sempre più una tensione, che un approdo. E per provare a gettare uno sguardo oltre il mistero, grazie al richiamo di due misteriosi gorilla, creature primordiali o provenienti dal futuro che aprono e chiudono lo spettacolo, ci sono le parole che Dio rivolge a Giobbe, l’uomo che per un intero libro, nella Bibbia, gli ha chiesto ragione della propria disgrazia, a suo parere (e anche nostro) del tutto immeritata. "Sei mai giunto ai serbatoi della grandine? Sai dove si nascondono i serbatoi della neve? ..." gli chiede questo Dio enorme e inarrivabile, suggerendo a Giobbe, e a tutti noi, l’idea che, forse, la soluzione sta nell’abbandonarsi alla realtà che ci comprende ma ci prescinde. La soluzione, come dicono gli attori di questo spettacolo non è nell’appagamento conseguito per esercizio di una forza (come una leva, per intenderci, o come un’arma di guerra), ma nella bellezza intrinseca della fragilità, nell’esercizio ostinato di una qualsivoglia umana forma di tenerezza e di stupore per ciò che non ci vede, ma che noi, a tratti, vediamo. Lo spettacolo nella sua ricercata e caleidoscopica inconcludenza, si conclude con un discorso dall’eloquio volutamente ingenuo e infantile, dal titolo: "Basta fare gli stronzi con le armi", rivolto agli ospiti tutti di questo pianeta, vittime di una trappola infame, tristemente attuale: la paura. E la paura della paura.

articolo pubblicato il: 09/04/2016

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