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debito alle stelle
di Vittorio Sordini

Nel 1997 i Paesi aderenti all'UE avevano adottato norme (Patto di stabilità e crescita) che avrebbero regolato i criteri di bilancio pubblico all'indomani dell'introduzione dell'euro. Tale accordo era stato raggiunto con l'idea che la partecipazione all'unione monetaria avrebbe contenuto i costi di indebitamento e, di conseguenza, se non fossero stati posti vincoli a tal proposito, la possibilità di finanziare i deficit faceva emergere il problema di porre un limite ai disavanzi tra gli stati, che se eccessivi, avrebbero potuto compromettere la stabilità della zona euro. L'accordo poneva quindi limiti al deficit (entro un massimale del 3%) e alla percentuale di indebitamento sul Pil (che doveva rimanere nel limite del 60%), anche se quest'ultima non era imposta come vincolante al pari della prima. L'obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL di ridurre ogni anno di un ventesimo dell'eccedenza entrerà in vigore soltanto quando il nuovo trattato europeo sarà promulgato da almeno 13 Paesi aderenti.

Quando si parla di debito pubblico di un Paese si deve fare attenzione alla grandezza cui ci si riferisce. L’osservazione del debito pubblico di un Paese espresso in valore assoluto ci può dare la sola indicazione circa il fatto che stia aumentando o diminuendo. La capacità di poter sostenere l’indebitamento da parte di un Paese si può misurare con l’indicazione del rapporto tra debito pubblico e PIL del Paese stesso. La dinamica del debito pubblico italiano letta dai dati oggettivi sull’ammontare del debito, evidenzia che nonostante i bassi tassi di interesse il debito continua a crescere. Sul fronte del rapporto debito/PIL l’incremento del denominatore ridotto all’entità dello “zero virgola” non lascia adito che a conclusioni pessimistiche circa l’avvenire. In un sistema di cambi fissi si sarebbe dovuto proteggere i Paesi svantaggiati sotto il profilo della crescita economica, rispetto a quelli che dal processo di unificazione della moneta hanno potuto ottenere significativi vantaggi sempre sotto il profilo della crescita economica.

Più sinteticamente si può affermare che coloro che hanno potuto ridurre il potere di acquisto (Paesi a moneta forte) hanno guadagnato in competitività, mentre coloro che hanno potuto stabilizzare la volatilità della propria moneta (paesi a moneta debole), hanno perso in competitività, ma guadagnato in stabilità. Coloro che hanno guadagnato in stabilità hanno un solo sentiero da percorrere per recuperare competitività, quello della razionalizzazione e massimizzazione del tessuto produttivo con un concreto adeguamento della spesa pubblica alle effettive possibilità economiche del Paese. Attualmente il debito pubblico italiano dopo aver stabilito un nuovo record storico a 2.211,8 miliardi a fine ottobre, secondo i dati della Banca d’Italia al 31 dicembre segnava 2170 miliardi in aumento rispetto ai 2136 miliardi di inizio anno. Il vincolo del pareggio di bilancio e la riduzione del debito pubblico al rapporto del 60% debito/ PIL che attualmente si aggira attorno al 130% pesano come un macigno sulle scelte future di politica economica in Italia.

In altre parole il PIL dovrebbe raddoppiare o il debito pubblico dovrebbe scendere di circa 1.000 miliardi con una proporzione di un ventesimo all’anno come previsto dal nuovo trattato europeo. Una autorevole testata giornalistica italiana ha recentemente diffuso uno studio sulla dinamica del PIL “reale” dei Paesi del G7 dal quale si evince che quasi tutti sono usciti dalla crisi, il cui massimo è stato toccato nel primo trimestre del 2009, ad eccezione dell’Italia che dopo aver versato a lungo in recessione nel 2015 ha dato qualche segno di miglioramento, ma rimanendo molto lontana dai valori di PIL espressi prima della crisi.

Appare chiaro che gli sforzi italiani sul fronte dell’aumento del PIL fin qui non hanno dato risultati minimamente apprezzabili e non si rileva neanche (almeno fino alla fine del 2015) una tendenza alla diminuzione del montante del debito pubblico italiano. Certamente, negli anni, la corruzione ha contribuito pesantemente alla capitalizzazione del debito pubblico in valore assoluto, alcuni hanno parlato di circa 60 miliardi l’anno.

In politica oggi è comparso un nuovo termine che è prepotentemente entrato a far parte del lessico: la “narrazione”. Qualunque sia la “narrazione” del Governo o delle Opposizioni la lettura oggettiva dei dati ci restituisce un quadro disarmante che può solo aumentare le preoccupazioni, anche in considerazione del fatto che nell’anno in corso il “DEBITO PUBBLICO” attirerà l’attenzione dei “mercati” perché quello mondiale è 10 volte il PIL mondiale e nel 2016 andranno a scadenza enormi stock che dovranno essere rifinanziati. Un conto sarà andare al cospetto dei “mercati” con le carte in regola, un conto salire sul ring con le stesse possibilità di un pugile “suonato”. A questo punto della storia l’Italia potrà vedere svanire il vantaggio della stabilità ed un segnale vigoroso in tal senso è già stato dato nel 2011 quando gli Italiani hanno cominciato a familiarizzare con un altro termine che è entrato nel lessico familiare: “lo spread”.
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articolo pubblicato il: 09/03/2016 ultima modifica: 16/03/2016

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