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cronache
"La verità di me è quello che cerco"

in viaggio con David Foster Wallace al MAXXI21 di Roma


Il Centro Culturale Roma presenta
"La verità di me è quello che cerco".
In viaggio con David Foster Wallace"
Domenica 28 febbraio, caffè MAXXI21

Il Centro Culturale Roma prosegue il ciclo Finestre Letterarie e dedica il prossimo appuntamento a una delle voci americane più importanti del XXI secolo, presentata da Alessandro Banfi, giornalista, Luca Doninelli, giornalista e scrittore, e Martina Testa, editor e traduttrice dello scrittore che ha esplorato le vette più ardue della complessità contemporanea. Durante l’incontro gli interventi dei relatori saranno accompagnati dalla lettura di brani tratti dalle sue opere.

“David Foster Wallace è uno scrittore difficile - scrive Martina Testa nel 2001 nella prefazione del libro Verso Occidente l’impero dirige il suo corso, da lei stessa tradotto - ed è anche un grande, grandissimo scrittore. Le due cose non sempre vanno di pari passo. Ma nel suo caso sì. David Foster Wallace è uno che scrive in maniera sofisticatissima, complessa, perfino ostica in certi casi, e che in questa maniera ha scritto opere esemplari della narrativa americana contemporanea; che ha creato, con il suo Infinite Jest quello che viene quasi unanimemente considerato un capolavoro (di quanti altri narratori che hanno oggi meno di quarant’anni si può dire che abbiano scritto un capolavoro?). David Foster Wallace è a mio parere uno che meriterebbe di finire, fra qualche decina d’anni, nelle storie della letteratura e nelle antologie per i licei. Se e quando Wallace finirà nelle antologie per i licei, le pagine dedicate ai suoi brani saranno di quelle con poche righe di testo e lunghissime colonne di note di commento”.

Uno straordinario, affascinante, talvolta sconcertante inabissarsi nella complessità, che sfida costantemente il lettore a non rassegnarsi al banale, a non fermarsi alla superficie delle cose, a lasciarsi guidare alla scoperta dalla commovente, imprevedibile meravigliosa ricchezza dei “mondi possibili” nascosti in un campo di granturco del Midwest americano apparentemente uguale a mille altri o nei pensieri di una folla di persone stanche e annoiate in fila alla cassa di un supermercato all’ora di punta. David Foster Wallace “ha sempre affrontato le assurdità della vita moderna tentando di comprenderle o analizzarle, senza deriderle," scrive Deborah Treisman sul New Yorker dopo la sua morte nel 2008. “Non ha incanalato le sue doti in schemi angusti” gli fa eco Don De Lillo presentando nello stesso anno la celebre raccolta di racconti Questa è l’acqua. David cercava la complessità, continua lo scrittore americano, perché “voleva reggere l’urto della vasta, farneticante, ingovernabile onda della cultura contemporanea”. Per questo nei suoi libri il tennis, la musica rap o le serie televisive e gli spot pubblicitari hanno lo stesso diritto di cittadinanza di una serrata analisi dei meccanismi comici in Kafka o di un saggio sul senso religioso in Dostoevskji.

“In una cultura che priva quotidianamente della capacità di usare l’immaginazione – scrive Zadie Smith introducendo Brevi interviste con uomini schifosi una galleria iperrealista di misogini e psicopatici atrocemente “normali”– il linguaggio e il pensiero autonomo, una complessità come quella di Dave è un dono. Le sue frasi ricorrenti, meandriche, richiedono una seconda lettura. Al pari del ragazzino che aspetta di tuffarsi, la loro osticità spezza il ritmo che esclude il pensiero. Ogni parola che cerchiamo sul dizionario, ogni tortuosa nota che seguiamo a piè di pagina, ogni concetto che mette a dura prova cuore e cervello: tutto contribuisce a spezzare il ritmo dell’assenza di pensiero. E ci vediamo restituire i nostri doni”.

Il tutto con una verve e una esattezza accademica che riflettono la sua educazione a Amherst e (per breve periodo) ad Harvard e sono capaci di trasformare un reportage su una crociera extralusso nei Caraibi - Una cosa divertente che non farò mai più - in un capolavoro di comicità e virtuosismo stilistico, che nasconde una satira spietata sull’opulenza e l’ossessione per il divertimento di massa della società americana. Lo stesso tema sviluppato in Infinite Jest, il suo romanzo più famoso.

Le opere di David Foster Wallace a un primo sguardo possono sembrare cupamente pessimiste, ma in realtà contengono una strana forma di ottimismo realistico, un’ostinata fiducia nella ricchezza polisemica, vibrante e cangiante di tutto ciò che esiste. Ecco cosa dice agli studenti del Kenyon College, nel 2005, per mettergli in guardia contro ogni tentazione di facile cinismo: "Avrete davvero la facoltà di affrontare una situazione caotica, chiassosa, lenta, iperconsumistica, trovandola non solo significava ma sacra, incendiata dalla stessa forza che ha accesso le stelle: compassione, amore, l'unità sottesa a tutte le cose."

articolo pubblicato il: 23/02/2016

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