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editoriale
non sempre si può perdere
di Gabriele V. R. Martinelli

Roma Capitale ha sostituito per legge il vecchio Comune di Roma, con maggiori attribuzioni che dovrebbero far funzionare meglio la macchina amministrativa. Di chi sia stata questa pensata lo lasciamo scoprire al lettore che voglia fare una rapidissima ricerca in internet, ma comunque è un discorso che parte da lontano, addirittura dai tempi della prima concezione craxiana delle città metropolitane.

Sarebbe facile fare dell’ironia sul fatto che al mondo vi sia sola un’altra città che si chiama Capitale, ed è Astana, capitale di nome e di fatto del democraticissimo Kazakistan in sostituzione della plurisecolare Alma Ata. Più facile ancora sarebbe chiedere ad un qualsiasi cittadino romano se con l’istituzione di Roma Capitale siano diminuite le buche, se i cassonetti dell’immondizia non strabordino più, se gli autobus passino regolarmente, se il traffico sia migliorato.

Niente di tutto questo. Ad ogni acquazzone si formano decine di buche nelle strade, facendo sospettare della qualità dei materiali usati dalle ditte appaltatrici per richiuderle, sempre che questo avvenga. Ci sono motociclisti che da anni, facendo il tragitto casa lavoro, sanno a mente in quali punti devono deviare per evitare di cadere. I romani, nella stragrande maggioranza, sono educati a differenziare la plastica, dalla carta, dall’organico, dal vetro. Peccato che quando si recano ai cassonetti trovino che un giorno non è passato il camion della plastica, un altro quello della carta, un terzo quello della indifferenziata. A proposito di quest’ultima, spesso il cittadino la trova rovesciata fuori dal cassonetto perché ci sono dei tipi, all’apparenza nomadi (solo all’apparenza, per carità), che frugano nei cassonetti alla ricerca di vestiti vecchi per rivenderli nei mercatini, lasciando per terra tutto il resto. Questo avviene da anni anche nei pressi di un comando municipale di quelli che un tempo si chiamavano vigili urbani e che ora si chiamano pomposamente “Polizia Roma Capitale”; sta ai romani giudicare se il servizio offerto sia diverso dal passato.

L’abolizione anni fa delle vecchie Circoscrizioni e la loro sostituzione con i Municipi, che nelle intenzioni dovevano essere piccoli ed efficienti comuni autonomi all’interno di una “Grande Roma”, ha portato solo a far sentire più importanti politici di piccolo cabotaggio o a preparare il campo a qualcuno per il balzo verso altri traguardi. In un Municipio che non è il caso qui di ricordare si sono alternati governi di destra e di sinistra, ma le buche, la disorganizzazione e le immondizie per le strade sono rimaste le stesse. Qualcosa però è cambiato: il numero identificativo del Municipio.

Il Sindaco Marino aveva vinto le tanto sbandierate primarie, ma non gli è servito perché qualcuno, in altri ambienti, aveva deciso che se ne dovesse andare e se ne è andato. Alcuni dicono che oltre Tevere non siano piaciute le trascrizioni dei matrimoni gay, l’intitolazione di una piazza a Martin Lutero, il fatto che chiamasse Papa Francesco sul telefono privato. Probabilmente si tratta di illazioni di anticlericali maligni, o forse no. Fatto sta che Marino se ne è andato in fretta perché Renzi ha voluto che se ne andasse, forse spaventato dalle notizie su Mafia Capitale, forse perché aveva avuto un presentimento su Affittopoli o chissà perché.

L’impressione che ha oggi il cittadino romano ed anche chi a Roma non abita ma legge di cose romane, in Italia e all’Estero, è che tutte le forze politiche abbiano paura di vincere le prossime elezioni capitoline.

A destra Giorgia Meloni non ha voluto Alfio Marchini, affermando che è un comunista. Errore. Il padre Alessandro era soprannominato “Calce e Martello”, perché, pur essendo un palazzinaro, era di fede comunista come il nonno Alfio, capo partigiano. L’Alfio attuale appartiene in pieno ai tempi post-ideologici in cui ci troviamo a vivere e poteva essere un candidato vincente per la destra come per la sinistra la volta scorsa. Considerando che in Fratelli d’Italia AN milita in posizione di grande visibilità l’ex sindaco Alemanno, la Meloni poteva anche esimersi dal porre veti.

Berlusconi ha imposto Bertolaso per far vedere che lui conta ancora qualcosa, anche se in tempi in cui la gente è stufa di ladri e ladroni sarebbe stato meglio non presentare un inquisito. Bertolaso sarà sicuramente assolto, avendo Berlusconi affermato che si tratta di accuse ridicole e non abbiamo motivi per credere il contrario. Si poteva trovare però un nome capace di suscitare unanimi consensi. Vero è che si tratta di Roma e non de L’Aquila, perché sembra che lassù, con quel clima e a quell’altezza, i cittadini stiano ancora aspettando quella ricostruzione in brevissimo tempo annunciata con orgogliosa sicurezza.

Salvini voleva le primarie, ma è stato zittito. Se passava il concetto delle primarie per Roma sarebbe stato conseguenziale farle anche in occasione delle politiche del 2018; Berlusconi non le vuole come non le ha volute nel 2013. Nonostante la veneranda età si crede ancora in grado di governare il Paese. Napolitano d’altronde…

A sinistra si riparla di primarie, dopo che un Sindaco uscito dalle primarie è stato congedato senza troppo rispetto per i cittadini che in quelle primarie avevano creduto. Al Nazareno, evidentemente, non vogliono scegliere un candidato forte, che rappresenti la leadership del PD, ma lasciare agli elettori la responsabilità di aver scelto loro un candidato che potrebbe anche essere vincente. Se come, probabile, il prossimo Sindaco si troverà suo malgrado in mezzo a scandali e disservizi, il Segretario potrà sempre dire di aver rispettato l’esito delle primarie e che il partito non può essere giudicato per quanto avviene nella Capitale. A Milano le primarie del PD hanno incoronato candidato Giuseppe Sala. Sarà senza dubbio un uomo intemerato, ma la ristrutturazione della sua casa al mare, indubbiamente legittima, lascia però un sentore strano all’olfatto dell’elettore milanese.

Il Movimento 5 stelle alle “comunarie” di Milano ha trovato una candidata con 74 voti di preferenza. Sì, avete letto bene, 74 voti, almeno così dicono. Patrizia Betori, disoccupata, del tutto sconosciuta fino all’altro ieri, correrà per amministrare una delle città economicamente più importanti d’Europa. Probabilmente a Roma il candidato che vincerà le comunarie del M5s avrà molti più voti, diciamo un trecento, circa. Immaginiamo di quale grande personalità si tratterà.

Una vecchia canzone dei Rokes, diceva: “Bisogna saper perdere, non sempre si può vincere”. A Roma sarà il contrario; tutti in cuor loro sperano che le elezioni le vincano gli altri, per poter addossare al vincitore lo sfascio in cui milioni di persone sono costrette a vivere. D'altronde un vecchio gioco di carte molto diffuso a Roma è il Rovescino, un Tressette in cui vince chi fa meno punti.

articolo pubblicato il: 17/02/2016

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