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editoriale
missioni di pace
di Gabriele V. R. Martinelli

“Tripoli bel suol d’amore” si cantava giusto 105 anni fa. Che amore si potesse trovare tra una popolazione che viveva tranquillamente nominalmente soggetta alla lontana Istanbul e di fatto del tutto autonoma lo immaginava forse solo il paroliere Giovanni Corvetto che aveva scritto le parole della canzone “A Tripoli”, musicata da Colombino Arona. Forse qualche giovanissimo ufficialetto aveva a suo tempo sognato avventure con voluttuose signorine arabe nelle notti africane, trovandosi invece tra una popolazione ostile che alimentò una guerriglia ventennale, stroncata con grande dispendio di uomini e di risorse.

Poi venne la guerra mondiale e va detto che i figli di quei libici che ci avevano allegramente sparato addosso si comportarono con onore contro l’esercito inglese, con atti di autentico eroismo, soprattutto tra gli ascari paracadutisti. Quando Gheddafi, il 21 luglio del 1970, cacciò tutti gli italiani residenti, spogliandoli di ogni bene, il Governo di Mariano Rumor, con Aldo Moro agli Esteri, non trovò di meglio, come ritorsione, che levare la pensione ai militari libici mutilati di guerra.

In seguito l’Italia si è rifatta alla grande, arrivando in pratica ad avere in mano gran parte del commercio estero libico e delle commesse per lo sviluppo delle infrastrutture, magari con qualche sacrificio di immagine, come il baciamano del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al dittatore libico, le signorine italiane reclutate per ascoltare lezioni di teologia coranica, la gran tenda innalzata in un parco romano e la fotografia di un eroe della resistenza antitaliana esibita sul vestito di Gheddafi.

Ma tutto ciò non poteva piacere ai nostri cugini francesi che con la complicità del Premio Nobel per la Pace Barack Obama scatenarono la guerra in Libia con l’intento nemmeno tanto nascosto di farci fuori dalla nostra posizione di partner privilegiato. Berlusconi tentò timidamente di restarne fuori e la sua unica reazione fu una telefonata a Tripoli, forse per informarsi delle condizioni meteorologiche, mentre il Ministro della Difesa Ignazio La Russa appariva al telegiornale delle venti dicendo che dovevamo concedere le basi aeree. Ben diversa era stata la nostra posizione il 14 aprile 1986, quando Ronald Reagan fece bombardare Tripoli e Bengasi facendo 37 morti, ma non riuscì nell’obiettivo di far fuori Gheddafi perché, dicono, qualcuno avvisò dall’Italia il dittatore che riuscì a mettersi in salvo. Anche nei primi anni Settanta una nave di commandos britannici fu bloccata nel porto di Trieste prima di partire per un blitz in Libia, ma della cosa si seppero informazioni vaghe.

Adesso è stato annunciato che l’Italia avrà l’onore di guidare una missione di pace in Libia, composta anche dai SEALS della marina americana, quelli del film “American sniper”, per intenderci, e dalla romantica Legione straniera francese, che si dovrà accontentare del deserto libico, nell’attesa, chissà, di poter tornare un giorno a Sidi Bel Abbes, in Algeria. Con tutto quello che sta succedendo non è un’ipotesi peregrina che prima o poi si dovrà fare una missione di pace anche in Algeria…

Da decenni l’Italia va combattendo in giro ma travestendo la guerra da pace, così da eludere il dettato della Costituzione più bella del mondo, come viene definita sulla falsariga di quel campionato più bello del mondo che tale non fu più chiamato dopo che il satellite ci rese domestici anche quelli degli altri. Verrebbe da citare Enzo Biagi, con il suo “è incinta ma appena appena” per ricordare le giravolte linguistiche utilizzate di volta in volta per non dire che l’Italia combatte, eccome, a cominciare da quando Massimo D’Alema insieme al democratico e pacifista Clinton pacificamente bombardò la Iugoslavia.

Ormai gli italiani si sono assuefatti a queste partenze continue di militari per i quattro angoli del mondo e nessuno fa caso al fatto che mai un Capo del Governo italiano abbia avuto il coraggio morale di chiedere la guerra in Parlamento, come hanno l’abitudine di fare dalle parti del Tamigi. Ma tutti sono contenti e non si vede in giro un tripudio di bandiere della pace come quando la guerra la fece l’odiato Berlusconi. D’altronde da quando è stato sospeso il servizio obbligatorio di leva le mamme sono felici perché sotto le armi ci vanno solo i volontari. Se poi qualche volontario non fosse spinto dall’amore per l’avventura ma dal fatto che sia nato sottoproletario, possibilmente meridionale ed endemicamente disoccupato è un altro discorso. Ma tra un po’ si troverà il modo di mandare gli extracomunitari a portare la pace per mondo e tutte le mamme italiane saranno renzianamente felici.

articolo pubblicato il: 03/02/2016

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