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il ritorno del Mein Kampf
di Riccardo Ruggeri

da ITALIA OGGI

Alcuni giorni fa è uscito a Monaco di Baviera il libro più famigerato della storia, Mein Kampf, di Adolf Hitler, in una edizione politicamente corretta, blindata com'è da studiosi che la commentano cercando di disinnescarne la pericolosità. Immagino sia cosa giusta e saggia per un pubblico giovane. Il rischio? Che cessi di essere un libro diventando un pacchetto di sigarette tipo «può nuocere gravemente alla salute»: grazie non fumo.

Uno dei libri più citati, meno letti, mai riuscii a leggerlo, lo feci per capitoli. Non è neppure un libro, forse neppure un manifesto politico, piuttosto un breviario dell'odio. Sulla mia famiglia e su di me, il nazismo prima, il comunismo dopo, hanno avuto l'effetto di farci diventare filo-ebrei e filo-Israele. Per cui faccio uno sforzo a prenderlo sul serio, come il Libro Verde di Gheddafi. Quali i suoi capisaldi? L'antisemitismo viscerale, sanguinolento direi, con il popolo ebreo visto come minaccia mortale per il popolo tedesco. In seconda battuta emerge un tono altrettanto viscerale verso il comunismo. Cosa propugna? Uno Stato nazionalsocialista che si fondi su due plinti: a) preservare la razza ariana, portatrice di una missione di dominio universale; b) il lavoro. Un liberale diffida non solo del primo ma pure dell'altro, gerarchicamente secondario rispetto alla libertà. Fu chiaro che Hitler non considerava nemica l'Inghilterra, anzi sognava una specie di scambio: a loro i mari, alla Germania le terre. Non una dottrina, una fesseria.

Il vero dramma di questo libro fu la sua non lettura, tutti i tedeschi d'epoca ne possedevano una copia (Hitler incassò 12 milioni di marchi di diritti), ma rimaneva intonso sugli scaffali di casa, oppure letto come fosse Nostradamus. Peggio, non fu letto dai leader occidentali dell'epoca, dalle varie cancellerie, dagli intellò non ebrei. In politica, così come nel management, bisogna leggere tutto dei nemici, e pure degli amici che nemici possono diventare. Il solo che lo lesse, e lo chiosò, fu Winston Churchill. A differenza degli altri leader, lui, sublime, animalesco analista politico capì subito cosa si nascondeva nel delirio di parole di Mein Kampf. Fu l'unico implacabile nemico di Hitler. Vinse.
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articolo pubblicato il: 23/01/2016 ultima modifica: 03/02/2016

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