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il prossimo film di Zalone

sarà su un non senatore post riforma

di Riccardo Ruggeri

da ITALIA OGGI

Ho così poco tempo davanti, e una tale sudditanza psicologica verso due grandi donne che ormai vado al cinema solo se mi seducono le recensioni di Mariarosa Mancuso o della mia amica Marinella Doriguzzi, e se c'è una battuta che lo rende immortale.

Vent'anni fa, in un viaggio aereo fra New York e Los Angeles un mio vicino (casuale), celebre produttore di Hollywood, mi spiegò che un film viene ricordato non per la sceneggiatura, non per gli attori, non per l'Oscar, ma per una battuta (si pensi al Padrino, a Casablanca), per cui il battutista era l'uomo che lui selezionava con più cura e più pagava: Woody Allen è stato il più grande, mi disse.

«Da grande voglio fare il posto fisso», sarà associato per sempre a «Quo Vado?». Immagino che fra trent'anni il termine «posto fisso» sarà locuzione incomprensibile ai più, come è oggi il nostro «moschetto in spalla», ma lo saranno pure «posto» e «fisso», entrambi scomparsi, chissà se sostituiti da «asilante con reddito di cittadinanza»?

Avevo letto tutto il leggibile su Quo Vado e su Checco Zalone, ma non avevo capito nulla, credevo fosse un film politico anti sinistra radical chic, mi avevano tratto in inganno i diversi commenti destrorsi e sinistrorsi, nella sua Amaca, Michele Serra, non richiesto, si dissociava dall'essere considerato un radical chic (a sua discolpa giurava essere stato autore di un «Sanremo», quindi si spacciava da pop) e sosteneva che Quo Vado era un bel film, punto.

Aveva ragione Serra, è un bel film, pieno di umorismo e di tenerezza, lui un grande attore comico, a pieno diritto entrato a far parte dell'insuperato modello della commedia all'italiana.

Ricordo il periodo in cui andavo a vedere i film d'essais, proiettati in locali lunghi e stretti, tristi, sedie anziché poltrone, vi entravo giovane, pieno di entusiasmo, con ormoni appena sbollentati, ne uscivo invecchiato, macerato, impotente, seppur più colto.

Solo una mangiata alla Crota Paluch (piola torinese sotterranea) a base di pane fragrante, salame, sottaceti e grignolino mi faceva tornare colto nella norma.

A Quo Vado sono entrato rilassato, e così sono uscito, però più ricco di stimoli per le mie analisi socio politiche (?).

I film della Commedia all'italiana raccontavano un mondo orrendo, pre Caduta del Muro, facendoci scompisciare dal ridere: la leadership al potere era l'allora Partito della Nazione n. 1, i catto comunisti che fingevano di combattersi. Poi all'inizio degli anni '90, piombammo in un periodo buio, vent'anni di prodi-berlusconismo d'accatto ci hanno prosciugato l'anima, tanti film d'essais pieni di politicamente corretto e volgarità varie ci hanno raccontato in modo elegante come non eravamo.

Un giorno, un ragazzotto del contado fiorentino ha l'intuizione di rilanciare il Partito della Nazione 2 e un ragazzotto barese, comico (vero), quella di rilanciare la Commedia all'italiana 2.

Poco importa chi di loro fa l'uovo o la gallina.

Ho la sensazione che la Commedia all'italiana 2 questa volta, grazie all'intuizione di Zalone, sia in anticipo persino rispetto al Partito della Nazione 2 di Renzi.

Nel prossimo film, Zalone avrebbe già pronto il personaggio, un politico unico al mondo, l'evoluzione del senatore Binetto-Banfi dopo le Riforme Istituzionali renziane: «Un non senatore, non eletto, non pagato, che non legifera, vive in un non luogo come sarà il non Senato riformato, con 812 funzionari «posto fisso» a sua disposizione». Una storia bellissima (e se provassi a scriverne la sceneggiatura?)

Uscirà prima il film di Checco o il Senato riformato di Matteo?

Nella Commedia all'italiana 1 si ridicolizzava a posteriori un certo mondo, riuscirà Zalone a ridicolizzare in anticipo lo stesso mondo, che mai cambia?
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editore@grantorinolibri.it

articolo pubblicato il: 14/01/2016 ultima modifica: 26/01/2016

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